Elettori in coda a un gazebo del Pd (foto d'archivio - LaPresse)

Non ci provate: giù le mani dalle primarie

Claudio Cerasa

Se i partiti fanno flop, prendetevela con i leader, non con i gazebo

La squillante sconfitta registrata da François Fillon (Repubblicani) e da Benoît Hamon (Partito socialista) al primo turno delle elezioni francesi (20 per cento il primo, 6 per cento il secondo) ha avuto l’effetto di scatenare grandi riflessioni sul futuro dei partiti tradizionali (è la prima volta che nessuno dei due storici partiti francesi riesce ad arrivare al ballottaggio) ma ha avuto anche un altro effetto significativo, almeno per quanto riguarda l’Italia, che coincide con una domanda precisa che suona più o meno così: ma insomma, le primarie sono un valore aggiunto o una zavorra, per un partito?

 

Nel dibattito politico italiano la domanda vive da tempo sottotraccia (anche se ad alimentare i dubbi di solito sono i leader che le primarie le perdono, o non hanno la forza per parteciparvi) e nasce da due fattori registrati da molti osservatori a margine delle elezioni francesi. Primo: nessuno dei leader selezionati con le primarie (Fillon, Hamon) è riuscito ad arrivare al ballottaggio. Secondo: il candidato che si è affermato al primo turno (Macron) non solo non è stato eletto attraverso le primarie (cosa che sarebbe stata comunque complicata considerando che En Marche! è un partito fondato dallo stesso Macron) ma addirittura alcuni mesi fa (15 gennaio 2017) si espresse pubblicamente in modo violento contro lo strumento delle primarie, definite “un’aberrazione, un esercizio contrario alla Quinta Repubblica, una macchina infernale che uccide le idee e impedisce di governare”. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che domenica prossima, quando in Italia si celebreranno le primarie per la segreteria del Pd, è possibile che ai gazebo voteranno molte meno persone rispetto alle ultime primarie (2.814.881 nel 2013, 3.102.709 nel 2009, 3.554.169 nel 2007, quest’anno dovrebbero essere circa un milione e mezzo) si capisce che la domanda ha una sua oggettiva centralità, anche in virtù del fatto che l’Italia è il primo paese europeo ad aver sperimentato le primarie (2005, primarie di coalizione con Prodi, 4.311.149 votanti).

Dunque, torniamo al punto di partenza: le primarie fanno male alla leadership di un partito? La risposta è no ed è una risposta ovvia per alcuni motivi che vale la pena di mettere in fila. Motivo numero uno: in un momento in cui i partiti tradizionali sono in crisi, le primarie sono uno strumento fondamentale perché creano competizione e costringono i partiti a mettere in mostra la propria classe dirigente, che in teoria dovrebbe coincidere con l’eccellenza di un partito. Se la classe dirigente è di basso livello (è il caso dei repubblicani e dei socialisti in Francia) il problema non è lo strumento delle primarie (il dito) ma la qualità della classe dirigente (la luna).

 

E se Macron ha scelto di correre in modo autonomo, al di fuori dei partiti, è perché ha capito prima del tempo che il partito socialista francese era morto e sepolto e che per questo mai avrebbe potuto esprimere un candidato competitivo. Le primarie in fondo fanno qualcosa di semplice: misurano la popolarità di un leader, e la sua capacità di allargare il perimetro elettorale di un partito. E fino a prova contraria, per essere competitivo un leader deve sforzarsi di essere anche popolare.

 

Il problema dei leader perdenti scelti attraverso le primarie (senza le primarie, per dire, il Pd sarebbe ancora a pascolare nel Novecento e avrebbe fatto già da anni la fine dei socialisti francesi o del Pasok greco) non è quello di essere stati selezionati attraverso i gazebo ma è quello di non essere stati all’altezza di utilizzare la propria leadership per parlare a un’ampia maggioranza degli elettori.

E se il partito di Hamon, in Francia, che è il vero imputato nel processo ai gazebo, è riuscito a ottenere appena un quarto dei voti ottenuti da Macron la colpa non è di quel defibrillatore chiamato primarie ma di una patologia che i furbetti del diversivo fingono di non riconoscere: un leader che sposta troppo a sinistra la rotta della sua navigazione forse può vincere le primarie, ma in nessun caso potrà vincere le elezioni. Un partito sano che non fa le primarie può avere leadership forti, ma un partito in difficoltà che non fa le primarie è un partito destinato a chiudersi e a collassare su se stesso. Le primarie, parafrasando Winston Churchill, sono la peggior forma di selezione delle leadership, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.