Papa Francesco (foto LaPresse)

La chiesa ha già cinque stelle

Claudio Cerasa

La convergenza tra vescovi e grillismi non si spiega soltanto con la tattica. C’è di mezzo anche la visione economica di Francesco, che sta contribuendo a rendere fertile il terreno che nutre i nuovi fusti del populismo politico

Sarebbe facile, e da un certo punto di vista persino rassicurante, mettere insieme i puntini e limitarsi a dire che l’incredibile intervista offerta ieri al Corriere della Sera dal direttore di Avvenire Marco Tarquinio (tema: la bellezza del Movimento 5 stelle) e la contestuale e altrettanto incredibile intervista a Beppe Grillo pubblicata ieri dal giornale della Cei (tema: la bellezza del Movimento 5 stelle) siano le spie di un fenomeno semplice e in fondo facile da spiegare: il tentativo di una parte della Conferenza episcopale italiana di mostrare una capacità di apertura verso l’esterno e di aprire, a poche settimane dalla nomina del nuovo capo dei vescovi italiani, un canale di dialogo con un partito che forse (super forse) un giorno potrebbe avvicinarsi al governo del nostro paese. Se le cose stessero davvero così, ci si potrebbe limitare a denunciare il cinismo di una chiesa che scherzando con il fuoco sceglie di non alzare una barriera civile contro un partito neo autoritario che sputa ogni giorno sulla Costituzione, che gioca a reprimere il dissenso, che incita alla gogna, che sogna di distruggere la democrazia rappresentativa truffando gli elettori italiani con la balla della democrazia diretta. Si potrebbe anche aggiungere che dare la propria benedizione a un movimento politico favorevole al matrimonio gay, alla adozione da parte delle coppie gay, all’eutanasia, al testamento biologico, alla fecondazione eterologa, alla legalizzazione delle droghe leggere, alla sperimentazione della Ru486 è quantomeno bizzarro se non lievemente scandaloso. Ma a pensarci bene, in realtà, ciò che preoccupa nella triangolazione tra i vescovi italiani e il Movimento 5 stelle non è tanto il tema del cinismo ma è piuttosto la naturalità con la quale si sta facendo strada una simmetria perfetta tra il pensiero della chiesa e la dottrina grillina in campo economico.

 

Quando il direttore del giornale dei vescovi italiani afferma che “se guardiamo ai grandi temi, dal lavoro alla lotta alle povertà, nei tre quarti abbiamo la stessa sensibilità” non dice in realtà nulla di scandaloso ma si limita a fotografare un’evidenza difficilmente contestabile: la convergenza perfetta tra due forme diverse di peronismo economico, quello declinato da Papa Francesco e quello declinato dal Movimento 5 stelle. In una chiesa che ha scelto di scommettere di più sui diritti sociali che sui valori non negoziabili – in cui il cristianesimo è inteso sempre di più come la religione dei diritti verso gli uomini anziché dei doveri dell’uomo verso Dio e verso gli altri uomini – la dottrina economica non poteva che diventare il termometro giusto per misurare la distanza tra una conferenza episcopale e un movimento politico. E non è un caso che su questo fronte, che poi è il fronte più importante, i punti di convergenza tra la chiesa e il grillismo siano molti, forse persino più dei tre quarti: no al liberismo, no all’apertura dei mercati, no alle liberalizzazioni, no alla globalizzazione, no alla finanza. Dal suo punto di vista, Tarquinio – affermando che sulla chiusura domenicale dei negozi “Di Maio è entrato in modo serio nella discussione e con sensibilità” e sottoscrivendo dunque le parole del vicepresidente della Camera che il giorno prima aveva detto che “le liberalizzazioni sfrenate hanno fallito, dovevano essere il volano dell’economia, ci stanno rendendo addirittura più poveri” – non ha fatto altro che dare forma a una dottrina che ha trasformato la giustizia sociale nella vera priorità della chiesa di Papa Francesco.

 

In un saggio pubblicato un anno fa sul Mulino, Loris Zanatta, storico delle Relazioni internazionali dell’America latina all’Università di Bologna, ha provato a motivare le ragioni del peronismo di Papa Bergoglio. “Il peronismo – ha scritto Zanatta – è il movimento che sancì il trionfo dell’Argentina cattolica su quella liberale, che salvò i valori cristiani del popolo dal cosmopolitismo delle élite. Il peronismo incarna perciò per Bergoglio la salutare coniugazione tra popolo e nazione a difesa di un ordine temporale basato sui valori cristiani e immune da quelli liberali. Bergoglio, in breve, è figlio di una cattolicità imbevuta di antiliberalismo viscerale, erettasi, attraverso il peronismo, a guida della crociata cattolica contro il liberalismo protestante, il cui ethos si proietta come un’ombra coloniale sull’identità cattolica dell’America latina”. Lo si può accettare oppure no ma la visione economica declinata da Papa Francesco sta contribuendo a rendere sempre più fertile il terreno che nutre i nuovi fusti del populismo politico. E una chiesa che gioca con l’ambientalismo, il benecomunismo, l’anticapitalismo, il protezionismo, è una chiesa destinata a trovare sempre maggiori punti di contatto con le forze politiche populiste e peroniste. Anche con quelle (intervista di ieri di Grillo) che ammettono di non avere alcun tipo di interesse per la difesa dei valori non negoziabili: “Non siamo qui – ha detto Grillo all’Avvenire – a dire cosa è giusto e cosa è sbagliato per e su ogni argomento. Per noi è fondamentale l’autodeterminazione, intesa come la possibilità data ai cittadini di essere cittadini: la gran parte delle posizioni etiche trova le sue basi nell’ideologia di chi la esprime”.

 

Joseph Ratzinger diceva che “se c’è fiducia reciproca e generalizzata, il mercato è l’istituzione economica che permette l’incontro tra le persone, in quanto operatori economici che utilizzano il contratto come regola dei loro rapporti e che scambiano beni e servizi tra loro fungibili, per soddisfare i loro bisogni e desideri” e ricordava che “la società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest’ultimo comportasse ipso facto la morte dei rapporti autenticamente umani”. Quella visione oggi non c’è più ed è stata sostituita da una dottrina diversa che ha trasformato il mercato in un nemico e la giustizia sociale nella priorità della chiesa. E se la chiesa impone un canone in base al quale i diritti sociali diventano diritti inalienabili che tutti gli stati devono rispettare, allora le forze politiche legittime sono solo quelle che portano avanti una crociata contro il liberalismo. La convergenza tra il grillismo e la chiesa ha una sua ragione politica ma prima di tutto nasce da qui. E’ una convergenza culturale. E non è una buona notizia.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.