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Finalmente sta crescendo, Renzi

Il premier dà retta al Foglio, attacca l’Unesco e difende Israele dalla rapina della memoria ebraica: “Inaccettabile”. Le parole che pesano sono un buon viatico per affermare una nuova identità in Europa. Occhio ai prossimi mesi - di Giuliano Ferrara

21 Ottobre 2016 alle 18:37

Finalmente sta crescendo, Renzi

Il premier Matteo Renzi in conferenza stampa a Bruxelles (foto laPresse)

Uno lo spera ma non se lo aspetta. Renzi che dice parole pesanti. Non sempre le parole, e non solo quelle politiche, devono essere leggere. La battuta e lo humour, che hanno trionfato a New York, perfino nel clima da incubo della campagna presidenziale americana, nello scambio sorridente e caustico della Clinton e di Trump nel corso della cena filantropica promossa come sempre dall’arcivescovo della città, a 24 ore dalla furibonda rissa di Las Vegas, fanno scompisciare dal ridere e fanno rifiatare la comunità politica oppressa fin qui, e presumibilmente da qui alle elezioni e oltre, da un lessico troppo cupo e ponderoso. Pesare le parole, come vuole la nota convenzione privata e pubblica, è segno di prudenza, altra ovvia qualità dell’umano che lo humour completa e perfeziona. All’uomo di stato i latini, che di scienza del comando se ne intendevano, e che la satira l’hanno inventata, chiedevano una quantità necessaria di gravitas, che non vuol dire darsi delle arie, assumere la pomposità come codice, tirarsela. Vuol dire piuttosto corrispondere alla dignità e serietà delle cose.

 

Il caso dell’Unesco che disconosce e cancella con un gesto atroce di rapina culturale l’ebraicità del Monte del Tempio di Gerusalemme, e che lo fa con l’astensione nel voto del rappresentante italiano, è uno di questi casi sui quali, come si dice, non si scherza. Come lo è la pretesa dell’Unione europea, non tanto di esigere il rispetto delle regole comuni, quanto di trattare da scolaretti messi dietro la lavagna chi riflette su quelle regole a partire da fatti, da necessità, da prospettive e visioni che corrispondono agli interessi nazionali di ciascun paese e insieme di tutti i paesi dell’Unione in materia di fisco, bilanci pubblici, lavoro, sviluppo. Dire alto e forte che l’astensione su Gerusalemme è una decisione “in automatico”, un errore da correggere, e per di più un errore “allucinante”; e sostenere che il bilancio pubblico italiano non si corregge, invece, tantomeno con la matita blu, perché cerca di contrastare in modo non selvaggio, non anarchico, un rigorismo impaurito che va contro le riforme e la crescita economica e sociale: ecco due esempi di gravitas che implicano una linea d’azione responsabile e impegnano il governo italiano, con parole pesanti, a promuovere conseguenze di fatto. Ora vedremo. Il linguaggio della cosa pubblica, allo stesso modo che quello della vita, ha una sua duttilità, il che è perfino un bene. Ma up to a point, fino a un certo punto, per tornare a una lingua romanza.

 

Perché uno tutto questo lo sperava ma non se lo aspettava? Renzi è giovane, e la gioventù oggi ha fama di spensieratezza e giocosità più o meno tecnologica. Digitare, smanettare non sempre è sinonimo di pensare. Il tipo è giovane, si potrebbe dire, in modo patologico, visto che lo standard di salute delle classi dirigenti è stato di regola, in particolare nella storia d’Italia, un’età classica con pretesa alla longevità se non all’immortalità. Si è formato nei boy scout e in ambiente fiorentino: pragmatismo solidale di Baden Powell, calzoni corti, frizzi e lazzi di un’antica tradizione burlesca. Ha fatto tutto in fretta. Uno magari poteva sperare in un cambio di generazione, dopo i rimarchevoli fallimenti, non privi di grandezza, delle generazioni a lui precedenti, ma non se lo aspettava. E per essere andato a dirigere il governo nel 2014, con un formidabile colpo di stato democratico seguito allo stallo istituzionale e politico provocato dalle elezioni del 2013, è chiaro che lo sblocco costituzionale e la cura dell’economia sociale fossero le sue priorità. Ma la questione ebraica e l’identità italiana in Europa, come aspetti dirimenti della politica estera e della collocazione nazionale nel mondo, richiedono appunto virtù classiche, in questo caso senza età, e prima di tutto una certa vigile e indisponibile maniera di usare le parole secondo una misura, un peso, che nei conflitti domestici, tra un garbuglio e l’altro azzeccato dai suoi avversari, possono essere trattati con la velocità provocatoria di un tweet o l’abilità discutidora in un talk.

 

Claudio Cerasa ha spiegato qui con fredda eloquenza i presunti misteri politici della state dinner di Obama, oltre la cortina di fumo e di incenso del delizioso pettegolezzo mondano, e del futuro della leadership italiana oltre la linea del “sì” al referendum. Nel giro di qualche mese ci potremmo ritrovare con una professionista alla Casa Bianca, un postgaullista non bling bling all’Eliseo, la solita Germania ricca e seriosa ma più attenta a quel che le succede intorno, e un ragazzo parecchio cresciuto a Palazzo Chigi. Le parole che pesano sono un buon viatico.

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