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Addio ai partitoni? Bene

Scissione (forse) o implosione. Pd e Forza Italia. Litigi a parte, ciò che non funziona più è la forma-partito novecentesca. In cui la politica si prendeva una delega in bianco. E il cittadino restava “senza scettro”.

12 Ottobre 2016 alle 06:16

Addio ai partitoni? Bene

Foto LaPresse

Milano. “La sera del 5 dicembre le schede del referendum serviranno a decifrare anche il domani di quello che è pur sempre la forza politica di maggioranza relativa del nostro paese”, ha scritto ieri Stefano Folli su Repubblica. Se vincerà il Sì “avremo a tutti gli effetti il ‘partito di Renzi’ e di quanti avranno accettato fino in fondo la sua logica e la sua leadership”; altrimenti per il partitone della sinistra sarà “l’anno zero”. Più cimiteriale, Marcello Sorgi sulla Stampa ha scritto: “Il Pd, per come lo si conosceva, da ieri non c’è più”. Ma cimiteriale perché, poi? La possibile, seppure non probabile, scissione del Pd potrebbe essere l’addio, dopo vent’anni di tormenti, a quell’amalgama mai riuscito tra cattolici di sinistra e post comunisti.

 

Sull’altro fronte, comunque vada il tentativo di Stefano Parisi, la fine del partitone carismatico erede della Dc e dei socialisti è scritta nelle cose: sia che emerga un centrodestra neo-liberale, sia che prevalga l’anima populista che attrae una parte dell’elettorato. Le due implosioni-trasformazioni, messe insieme, potrebbero segnare la fine definitiva, in Italia, della forma-partito novecentesca: il mio grasso, grosso partito di massa con la sua tavola degli elementi: ideologia, tessere, apparato sociale e nomenclatura parlamentare cui, nell’insieme, spettava il compito di formare l’elettorato, raccoglierne il consenso e, infine, rappresentarlo. Non potrebbe essere una buona notizia? Una spinta verso la disintermediazione e un rapporto tra cittadini-elettori più diretto? Potrebbe emergere, al suo posto, un partito-collettore leaderistico (“all’americana” si diceva, almeno fino allo spavento di Trump), in cui un capo o una leadership portatore di idee propone un programma, lo sottopone agli elettori (il sistema delle primarie, ad esempio) e – last but not least – è in grado di organizzare un fundraising adeguato agli obiettivi. Il che sarebbe un altro beneficio, in un quadro legislativo che il finanziamento pubblico lo sta abolendo ma in cui i partiti tradizionali riescono a racimolare (dato 2015) la miseria di 30 milioni di autofinanziamento. Roba che Hillary Clinton (516 milioni per la sua campagna) nemmeno usciva di casa.

 

Certo, ci sono i pro e i contro. Ma le immagini della direzione del Pd di lunedì sera sono la dimostrazione plastica che la storia di quella forma-partito si avvia al capolinea. Ovviamente c’è chi paventa il dilagare del populismo – che però spesso è lo spavento delle élite per il popolo che decide da solo – ma il cambiamento è in atto e va registrato. L’importante è porre la giusta domanda di base, quella essenziale per la democrazia: se votare serve al cittadino per indirizzare le scelte della politica, come previsto dalla Costituzione; oppure se è solo una delega in bianco a qualcun altro, il partito, che poi attraverso il suo apparato, il suo sistema di valori e di interessi o le sue correnti deciderà autonomamente che fare dei voti raccolti. L’Italia dei partiti novecenteschi è quella che Pietro Scoppola chiamava, appunto, “la Repubblica dei partiti”. Il cui contraltare è quello che il politologo Gianfranco Pasquino (che pure oggi è schierato per il No) chiamava nel titolo di un suo libro il paese dei “Cittadini senza scettro”: perché lo “scettro della sovranità” non è in mano loro, ma appunto dei partiti. E di un ceto politico che si incarica di trovare gli equilibri e le soluzioni che gli paiono necessarie. Liberarsi – per implosione, per scissione, o almeno in modo simbolico – di tutto questo, è davvero il cimitero della democrazia?

 

Nella relazione finale della commissione per le Riforme costituzionali presieduta da Gaetano Quagliariello nel 2013 (sembra un’èra geologica fa), il problema era stato colto con chiarezza. Vi si legge che, a fronte delle analisi eccetera, emergevano due linee di pensiero e “due diversi auspici”. “La prima confida che i partiti siano in grado di superare l’attuale crisi e di tornare a collegare la rappresentanza della società e il suo governo, in un quadro costituzionale da rinnovare ma che conservi i necessari elementi di flessibilità propri della forma di governo parlamentare”. Come dire, l’auspicio di rigenerare dall’interno la forma-partito classica, nella speranza di recuperare il tradizionale rapporto di delega tra cittadini e partiti. O, per semplificare con le parole di uno che quei lavori seguì da vicino, “il tentativo di rimettere il dentifricio nel tubetto”. La seconda linea di pensiero sosteneva “che i problemi possano risolversi innanzi tutto con la creazione di istituzioni a investitura popolare diretta e l’eliminazione dei troppi poteri di veto, anche come presupposto della rigenerazione del sistema dei partiti”. In sintesi brutale, è l’idea politica di Matteo Renzi, alla base della riforma Boschi: avere un sistema istituzionale meno intermediato aiuta, e costringe, i partiti a un rapporto più diretto con i cittadini.

 

Non è solo questione di Sì o No al referendum. E nemmeno di qualche tormentato, o buffo, cambio di parere – che sia di Gianni Cuperlo o di Renato Brunetta. E’ un modo di intendere la politica e di comunicarla così come i cittadini la vogliono oggi. Massimiliano Panarari, che insegna Comunicazione politica all’Università di Modena e Reggio Emilia ed è esperto di marketing politico, lo spiega così: assodato che il partito novecentesco non funziona più, lo spazio più adatto è quello per “il partito personale, o del leader, che ha capacità di convincere. Oppure per le forme ibridate, movimento-partito, come il M5s”. Il problema non è far fuori i partiti (la differenza tra un leader e un dittatore è l’assenza di una “cornice istituzionale” che lo scelga e lo legittimi), ma la comunicazione: “La narrazione di un Cuperlo o di un Bersani non sa più rivolgersi al proprio elettorato. Lo stesso vale per il centrodestra, in assenza di un leader che sappia parlare alla sua base. Servono, anche a sinistra, una guida forte – prendiamo il caso Podemos – un messaggio chiaro, e l’individuazione di un pubblico preciso cui rivolgersi”. Questione di leadership, non di populismo. Ma il partito novecentesco non è più lo strumento adatto.

 

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