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L’unica sinistra che funziona è quella che guarda a destra

Gli stracci che volano nel Psoe e nel Labour, l’ingloriosa fine di Dilma in Brasile, i complotti “delle destre liberiste” evocati da Correa per giustificare l’incapacità di governare. Socialdemocrazia e populismo di sinistra non funzionano proprio più. Reggono solo i socialismi di mercato. Ricognizione.

6 Ottobre 2016 alle 10:55

L’unica sinistra che funziona è quella che guarda a destra

Madrid, conferenza stampa di Pedro Sanchez (foto LaPresse)

Roma. Oggi in Spagna domani in Italia, si diceva al tempo dei Fratelli Rosselli. In Italia, Matteo Renzi dice che il Pd deve guardare a destra. In Spagna, il Psoe si è spaccato proprio per la riluttanza del suo ormai destituito leader di scegliere la governabilità attraverso un accordo a destra, col Pp, che eviti di votare per la terza volta in un anno. Ciò che accade in Spagna sta diventando un simbolo di portata politica mondiale: Ma stavolta, con buona pace dei Fratelli Rosselli, della crisi nella sinistra planetaria. Con l’eccezione, appunto, di quella che guarda un po’ verso destra.

 

Il Psoe è ormai in piena guerra civile interna. Spaccatura verticale della Direzione federale. La convocazione di un Congresso anticipato da parte del segretario Pedro Sánchez contestata dalla potente presidentessa andalusa Susana Díaz. La presidente del Comitato federale, Verónica Pérez, che si proclama “unica autorità” alla testa del partito, e alla quale Sánchez blocca l’ingresso nella sede. Infine il Consiglio che si riunisce, sfiducia il segretario con 132 voti contro 107 e lo costringe alle dimissioni. “Sánchez è vittima di un golpe del regime”, è la sbrigativa conclusione del leader di Podemos, Pablo Iglesias, in partenza per a Quito, all’Encuentro Latinoamericano Progresista, anfitrione il presidente ecuadoriano Rafael Correa, ospiti 80 partiti da tutto il mondo. Podemos ha appena sorpassato il Psoe sia in Galizia sia nel Paese Basco, trauma che ha scatenato il regolamento di conti tra Sánchez e la Díaz. Il viaggio in Ecuador sembrerebbe dunque coincidere con la definitiva consacrazione di Podemos quale nuova forza egemone della sinistra spagnola: un movimento che rappresenta, anche, l’irruzione in Europa di un modello che cerca di rispondere alla crisi della socialdemocrazia e all’ondata del populismo di destra, importando un differente modello di antipolitica che invece guarda a sinistra. Le sponde, in Europa, potrebbero essere la Syriza di Tsipras e i Cinque stelle di Grillo. Del resto, qualche relazione del M5s e Correa si può tratteggiare: alla kermesse di Palermo l’endorsement di Julian Assange è giunto dal suo rifugio all’ambasciata ecuadoriana di Londra. Ma la realtà è che Podemos ha effettuato sul Psoe un sorpasso in discesa, con ben 150 mila voti in meno nel Paese Basco e 70 mila in meno in Galizia rispetto alle recentissime politiche. E se da una parte la frattura del Psoe sembra riproporre quella dei laburisti nel Regno Unito, con il plebiscito pro-Corbyn degli iscritti contro la linea anti-Corbyn degli eletti, dall’altra anche Podemos è a sua volta sempre più spaccato verticalmente, tra la corrente dello stesso Iglesias e quella di Íñigo Errejón.

 

Iglesias ha partecipato a un evento in cui il discorso inaugurale di Correa ha rappresentato un vero e proprio grido di allarme, sulla sempre più evidente crisi del socialismo del XXI secolo. Come insegna però Cas Mudde – il politologo olandese che è diventato uno dei più noti esperti mondiali del fenomeno a partire dalla curiosa esperienza personale di essere fratello minore di uno dei più truci leader di estrema destra dei Paesi Bassi – l’essenza del populismo è la “thin-centred ideology”. Cioè l’idea che nella società c’è un “popolo sano” in lotta contro “l’élite corrotta” per imporre una propria rousseauiana “volontà generale”. Così come per i grillini non è Virginia Raggi ad essere incapace di formare una giunta, ma i “poteri forti” a impedirglielo, allo stesso modo per Correa la sinistra populista di governo non traballa perché è cambiato il ciclo economico e/o per il fisiologico logoramento di chi sta troppo a lungo al potere. No: è in crisi semplicemente perché sarebbe in corso una grande cospirazione della destra attraverso strumenti come “il boicottaggio economico al nostro amato Venezuela, il golpe parlamentare in Brasile, e la giudizializzazione della politica, come dimostrano i casi della stessa Dilma, di Lula e di Cristina Kirchner”. Un uso dei giudici che, sempre secondo Correa, starebbe prendendo il posto che fino agli anni ’80 ebbero i colpi di stato militari. Quest’ultimo paragone non è in effetti privo di riscontri, e anche il Foglio l’ha più volte segnalato. Ma Correa ha semplicemente dimenticato di ricordare gli altri paesi dove la sinistra populista latino-americana di governo i golpe giudiziari li sta facendo ai danni dell’opposizione. Come in Venezuela, dove Maduro usa il Supremo Tribunale di Giustizia per cassare le deliberazioni di un’Assemblea Nazionale guidata dall’opposizione. O il Nicaragua, dove un tribunale ha fatto disconoscere la leadership del principale partito di opposizione e fatto decadere i suoi deputati.

 

Ma in America latina quella sinistra che non si blinda in questo modo, populista ma anche solo socialdemocratica, boccheggia. Dilma in Brasile è stata destituita, il Pt alle municipali dimezzato, l’erede di Cristina Kirchner in Argentina ha perso le elezioni, in Cile Michelle Bachelet è a livelli di popolarità minimi, in Perù la sinistra è rimasta fuori dal ballottaggio presidenziale. Ma fuori dall’ultimo ballottaggio presidenziale sono restati in Europa anche i socialdemocratici austriaci, e fuori dal prossimo rischia di restare il socialista Hollande in Francia. I laburisti irlandesi e il glorioso Pasok greco sono stati condannati all’irrilevanza. Scricchiolii pericolosi investono anche la Spd tedesca, che nelle ultime regionali ha sì vinto a Berlino, in Meclemburgo e in Renania-Platinato, ma si è dimezzata ed è precipitata al quarto posto in Baden-Württemberg e Sassonia-Anhalt.

 

Anche in Finlandia i socialdemocratici sono precipitati al quarto posto, in un contesto scandinavo dove i socialdemocratici islandesi sono pure scesi al terzo, mentre laburisti norvegesi e socialdemocratici danesi restano sì uno dei due partiti principali, ma all’opposizione. All’opposizione anche i socialisti belgi, ungheresi e bulgari, all’opposizione i post-comunisti ciprioti, all’opposizione pur come primo partito quella lista Armonia che in Lettonia mette assieme i socialdemocratici con post-comunisti e russofoni, cancellata ogni sinistra dalla Dieta polacca e dalla Rada ucraina, marginalizzati i socialdemocratici sloveni e i socialisti serbi, la coalizione a guida socialdemocratica è appena stata sconfitta sia pure di misura in Croazia.  

 

Qual è allora la sinistra che regge? Innanzitutto, quella che governa con la destra o con il centro. Non sempre, vista la già citata crisi dei socialdemocratici austriaci in coalizione con i popolari e i già citati scivoloni della Spd tedesca al governo con Cdu e Csu: ma comunque stanno al governo. Al governo con un primo ministro liberale stanno anche i laburisti olandesi e i socialisti lussemburghesi, in appoggio a un governo tecnocratico assieme ai liberali stanno i socialdemocratici romeni, al governo con liberali, dc e destra stanno i socialdemocratici svizzeri, al governo con liberali e destra stanno i socialdemocratici lituani, al governo con liberali e dc stanno sia i socialdemocratici cechi che quelli estoni. Ci sono poi socialdemocratici che governano da soli o in formule di sinistra, ma facendo in pratica anche loro politiche di destra. Ad esempio, i socialdemocratici svedesi: al governo con i verdi, ma ormai sempre più restrittivi rispetto alle tradizionali, generosissime politiche di accoglienza ai migranti del paese. O i laburisti maltesi, che stanno trasformando l’isola in un hub tecnologico grazie a una politica di agevolazioni fiscali e deregulation. O i socialisti albanesi, che mantengono un modello di apertura grazie a cui il paese cresce a ritmi di oltre il 3 per cento l’anno. Su tutti svetta il primo ministro slovacco Robert Fico, la cui linea dura sui richiedenti asilo lo ha fatto equiparare a un Orbán socialdemocratico. Visto che pure Tsipras ormai si è convertito al rigore economico d è in coalizione con un partito di destra, per trovare una sinistra pura al governo nel continente bisogna andare all’estremo confine d’Europa: il Portogallo dove dopo le disgrazie giudiziarie del precedente leader José Sócrates i socialisti sono riusciti a far diventare primo ministro l’oriundo indiano António Costa, appoggiato dall’esterno dai comunisti e dagli omologhi locali di Podemos. Anche lui, però, fa una politica economica tutto sommato ortodossa.

 

Ovviamente, la socialdemocrazia europea sconta quella che è la crisi generale del continente. Ma fuori dall’Europa il quadro non cambia molto per la sinistra. Estromessi dal governo il Pt brasiliano e i kirchneristi argentini, giù nei sondaggi socialisti e Ppd in Cile, ridotti al chavismo autoritario in Venezuela e in Nicaragua, lacerata dalle faide interne la sinistra messicana, fuori dai giochi in Perù e in Guatemala, falliti nelle loro irripetibili esperienze di governo Zelaya in Honduras e Lugo in Paraguay, emarginati in Colombia per via di un’immagine di vicinanza alle Farc la cui impopolarità è stata ulteriormente dimostrata dal no al referendum sul trattato di pace di Cartagena. Il “socialismo del XXI secolo” latino-americano si mantiene al governo con un relativo smalto in una variante più socialdemocratica nell’Uruguay di Tabarè Vázquez; in una variante più populista e autoritaria in Ecuador e nella Bolivia di Evo Morales. Ma tutti e tre, a differenza di Chávez e Maduro, hanno mantenuto un modello economico in realtà piuttosto ortodosso, al di là degli slogan. Morales e Correa sono stati anche filo-nucleari e filo-ogm.

 

Perfino l’African National Congress, dopo essere stato dalla fine dell’Apartheid un partito con due terzi dei consensi, alle ultime amministrative ha conservato a stento la maggioranza assoluta, perdendo però a favore dell’opposizione liberale le cinque maggiori città. E in Israele, dove i laburisti ebbero il quasi monopolio del potere per il primo trentennio d’indipendenza, l’ultimo primo ministro laburista è stato Ehud Barak, nel 2001. In Giappone Tomiichi Murayama fu tra 1994 e 1996 non solo il primo premier socialista nella storia del paese, ma anche l’ultimo. Dopo di lui il partito collassò infatti a un punto tale, che alle ultime elezioni ha avuto appena due deputati. C’è anche l’India, dove piuttosto che dagli evanescenti partitini socialisti la sinistra è rappresentata da una pletora di partiti comunisti, in genere in coalizione sotto la guida dei filo-cinesi del Partito Comunista dell’India (marxista). E dal 2011 il fronte delle sinistre ha perso, dopo 34 di governo, la propria roccaforte del Bengala occidentale, anche se a maggio ha recuperato l’altra roccaforte del Kerala.

 

Infine, gli eredi del socialismo reale: il Partito comunista cinese, che mantiene il nome ma in realtà va sulla destra economica col suo modello di turbo-capitalismo appoggiato dallo stato che dopo essere stato imitato in Vietnam e Laos tenta ora anche Cuba. E l’ex-Kgb Putin, che cerca di rilanciare la grandeur sovietica coniugandola al ricordo di quella zarista: nella progetto di una destra spirituale che infatti sta affascinando le destre di tutta Europa.

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