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Carlo Ciampi (1920-2016)

Ciampi aveva una bella faccia. Con certi musi da teppisti che girano oggi, quelli che Ciampi era un “traditore”, il dettaglio è significativo. Ci scrisse una lettera in uno dei primi numeri del Foglio, quando andavamo a caccia di poteri forti e massonici.

16 Settembre 2016 alle 16:10

Carlo Ciampi (1920-2016)

Carlo Azeglio Ciampi con la Franca (foto LaPresse)

Ciampi aveva una bella faccia. Con certi musi da teppisti che girano oggi, quelli che Ciampi era un “traditore”, il dettaglio è significativo. Ci scrisse una lettera in uno dei primi numeri del Foglio, quando andavamo a caccia di poteri forti e massonici, nessuno è perfetto e tutte le adolescenze si assomigliano, e precisò che la sua firma non era quella aulica, ufficiale, Carlo Azeglio, bensì un più semplice Carlo Ciampi. Bella faccia e tipo simpatico, quindi, per niente ingessato e monumentale. Osservai una volta a pranzo al Quirinale che Vincenzo Visco non era la mia tazza di tè, per eccesso di zelo fiscale, ma era una persona per bene, che argomentava le sue idee e qualche sua ossessione con rigore: mi rispose, “lo credo, ma sa che Visco è il primo ministro delle Finanze che di mestiere non faccia il tributarista”?

 

Ciampi ha avuto una carriera sempre al centro dei pasticci, dall’affaire Sindona-Banca d’Italia alla concertazione varata nel 1993 con il suo governo “tecnico”, ma li vedeva col binocolo, piccoli piccoli. Era un aristocratico naturale, come solo certi livornesi, e Francesco Giavazzi ha osservato un tratto decisivo: era d’acciaio sotto lo sguardo mite, varò il più potente programma di privatizzazioni d’Europa. Certo, Ciampi era in certo senso parte di quella che Francesco Cossiga chiamava “la nota lobby”, cioè la compagnia di giro di tutto rispetto capitanata da Carlo Caracciolo e Carlo De Benedetti, e l’unico vero neo della sua carriera fu nel marzo del 1994, nei giorni in cui le urne sputavano fuori Silvio Berlusconi vincitore con la sua precaria ma rivoluzionaria alleanza di forzisti, leghisti e postfascisti: ultimo atto del governo, prima del diluvio, l’attribuzione all’Ingegnere della Omnitel, per la quale altri si erano messi inutilmente in gara. Quel compagnonnage ambientale si era costruito nel tempo, Ciampi era un civil servant di sinistra, che non aveva mai dismesso la tessera della Cgil e civettava con i salotti buoni. Quante deve averne sentite al Quirinale, dal 2001 al 2006, durante il lungo e rissoso governo Berlusconi Fini Casini. Eppure non fu uno Scalfaro, non era quello il suo stile istituzionale, non circuiva gli homines novi, non ingannava, si limitava a render loro difficile la vita per via del suo puntiglio: ma alla fine la legge Gasparri fu varata, i conflitti di interessi tenuti a bada, una certa entente cordiale vigeva in quel quinquennio.

 

Prima in Bankitalia, amico degli europei, dei tedeschi in particolare, e degli americani, poi a Palazzo Chigi, infine al Tesoro e al Quirinale Ciampi fu decisivo per l’Italia nell’euro. Eravamo con le pezze al culo, si discuterà per decenni se potevamo o no permetterci l’integrazione virtuosa, e a quali condizioni. Ma per Ciampi era la missione della vita, e all’epoca le ritrosie o le dissociazioni furono autorevoli (Fazio, Romiti) ma politicamente marginali. Attraverso Ciampi e quei pochi come lui l’Europa prese il comando delle operazioni in Italia, fece pasticci, creò squilibri, ma il progetto era quello e la moneta nacque forte, il mercato unico ne risentì positivamente, la questione delle riforme per metterci in grado di reggere si pose in modo perentorio anche oltre Ciampi, dalla lettera della Bce al Jobs Act e agli affari correnti.

 

In tempi di Brexit il ricordo di Ciampi è affare d’elite, la sua è una storia oggi divenuta controversa. Quando fu chiamato a guidare il governo aveva già settantatrè anni, pensate, e quando lasciò il Quirinale ne aveva ottantasei. Il populismo democratico e mite di Berlusconi ebbe modo di esprimersi, di assumersi le responsabilità, e su quello che è venuto dopo la discussione sarà sempre aperta. Carlo Ciampi, con quel tesoro di moglie, Franca Pilla, attivissima ma non ingombrante nella cura della famiglia al potere, non partecipava in realtà alle discussioni politiche. Servì le istituzioni in modo dignitoso e non si fece usare oltre la misura del lecito. La retorica melensa che lo circonda non gli rende merito, come gli insulti postumi, la persona era asciutta nonostante il linguaggio aulico delle cariche ricoperte. Se la prese con argomenti “fallaci” e Oriana lo ricambiò con un sensazionale Sor Ciampi. Tra qualche errore ha fatto cose buone che alla fine gli verranno riconosciute anche da quell’Italia che così poco gli assomigliava.

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