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Perché Renzi ritroverà l’abito da commander in chief solo rottamando l’anti politica

Il futuro della leadership di Renzi e quello del paese passano per la legge di Stabilità: meno mance, più tagli delle tasse. Per completare il percorso delle riforme strutturali in cui la ricerca del buon senso non può essere oscurata dalla ricerca del consenso.

12 Settembre 2016 alle 08:50

Perché Renzi ritroverà l’abito da commander in chief solo rottamando l’anti politica

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Non è detto che tutto ciò sia sufficiente per vincere il referendum e non è detto che la nuova fase politica possa mettere Renzi al riparo dai suoi stessi errori. Eppure, nelle ultime settimane, qualcosa è cambiato: gli astri si sono come riallineati, la salita si è trasformata in una discesa e l’impressione, ancora una volta, in presenza di un’opposizione incredibile nel senso di non credibile, è che l’unico vero avversario del presidente del Consiglio oggi non sia Beppe Grillo o Matteo Salvini o Silvio Berlusconi o Maurizio Landini o Massimo D’Alema o Pier Luigi Bersani o Renato Brunetta o Virginia Raggi, ma sia proprio e unicamente lo stesso presidente del Consiglio.

 

Le ultime settimane ci dicono questo. Ci dicono che, complice la tragedia del terremoto, che ha costretto Renzi a fare uno sforzo per muoversi da vero commander in chief, fin qui con buoni risultati, il clima nel paese è cambiato. E come succede sempre subito dopo un evento traumatico che colpisce con forza il cuore di una nazione, improvvisamente si è ridotta la voglia di perdere tempo dietro al nulla, dietro alle cazzate, come direbbe Daniel Marc Cohn-Bendit, ed è aumentata la richiesta, da parte dell’opinione pubblica, degli elettori, del ceto produttivo, di tutto il paese, di avere maggiore concretezza, di occuparsi di cose serie, di smetterla con le guasconate. Renzi, dopo una fase buia e complicata, dopo aver perso colpi, dopo aver improvvisamente smarrito la connessione sentimentale con il paese, oggi si trova dunque nella condizione di partire dall’approccio positivo del progetto di Casa Italia, il piano di ricostruzione del post terremoto, per organizzare un progetto vero di ricostruzione del paese.

 

Gli ostacoli sono ancora molti, la trasformazione necessaria di Renzi da centometrista a maratoneta non è ancora completa, ma oggi gli astri sono allineati, gli avversari sono in difficoltà, il centrodestra non trova una sua identità, il Movimento 5 stelle è imbambolato, i leader grillini sono entrati in una spirale di decomposizione, il ritorno di Massimo D’Alema ha permesso di trasformare il referendum in una fase due della rottamazione, la minoranza del Pd fatica a trovare una posizione che non sia sovrapponibile a quella improbabile dei diciamo dalemiani, la Cgil ha scelto di non fare campagna attiva sul referendum, in Forza Italia in molti sembrano aver capito che una sconfitta di Renzi al referendum conviene più a Grillo che a Forza Italia, gli alleati del partito del referendum si stanno moltiplicando (Confindustria, Coldiretti, Cna, Confcooperative, Confartigianato, Cisl, Uil Confapi, Confimi, LegaCoop, Alleanza delle Cooperative, un pezzo di Ance, un pezzo di Comunione e Liberazione, il mondo della Acli, alcuni vescovi importanti, come quello di Milano) e la crisi del grillismo potrebbe improvvisamente dimostrare alla Corte Costituzionale che per fermare il Movimento 5 stelle (4 ottobre, sentenza della Consulta sull’Italicum) non è necessario fare una forzatura ed eliminare il ballottaggio dalla riforma elettorale dando una copertura giuridica a una precisa esigenza politica (i grillini, come si è visto, si eliminano da soli).

 

La fase dunque è cambiata, l’Europa sembra essere diventata tutto tranne che ostile al nostro paese, ma l’occasione ghiotta che ha Renzi di presentarsi nuovamente come commander in chief dipende da un passaggio centrale che coincide con la presentazione della prossima legge di Stabilità (ne parleremo oggi, a Roma, alle 17, al teatro Eliseo con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, l’amministratore di Cassa Depositi e Prestiti Fabio Gallia, il professor Francesco Giavazzi: diretta sul sito del Foglio). I tempi ovviamente sono stretti (entro il 15 ottobre verrà approvata la legge) e il destino della legge di Stabilità è legato anche alla capacità che avrà il presidente del Consiglio (e soprattutto il suo ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan) di ottenere dall’Europa i dieci miliardi di euro di flessibilità richiesta. Ma, al di là della flessibilità, ciò che conta in vista della Finanziaria è il metodo ed è la capacità di occuparsi più di cose concrete che di trovate elettorali. I temi in ballo sono molti ma il cuore della questione è uno e soltanto uno: resistere alla tentazione di trasformare la legge di Stabilità in una legge per stabilizzare il renzismo e ricordarsi che, in una fase in cui gli elettori chiedono una dose significativa di concretezza, non sfuggirà se il presidente del Consiglio utilizzerà miliardi per distribuire solo mance (pensioni, pensioni, pensioni) o utilizzerà invece miliardi per abbassare le tasse (Ires, Irap, Irpef), per perfezionare gli ingranaggi del mercato del lavoro (contrattazione aziendale) e completare così un percorso importante di riforme strutturali in cui la ricerca del buon senso non può essere oscurata dalla ricerca del consenso.

 

Al renzismo, e al paese, oggi serve questo: una nuova forza tranquilla, come direbbe François Mitterrand, e non un leader che prova a sfruttare l’occasione della crisi dei partiti anti politici mettendo in campo una vuota retorica anti politica. Il futuro del renzismo, e del paese, oggi passa anche da qui.

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