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Piccola mappa del potere grillino (da Roma in su)

Anche nel M5s che voleva essere corpo unico con infinite particelle dallo stesso valore, si è presto palesato il problema: non solo non si può valere tutti “uno”, ma c’è chi preferisce contarsi lungo diverse linee del fronte - di Marianna Rizzini

9 Settembre 2016 alle 20:13

Piccola mappa del potere grillino (da Roma in su)

Tappa conclusiva di #CostituzioneCoastToCoast (foto LaPresse)

Roma. Il Direttorio, il minidirettorio, il fondatore, il cofondatore, i cittadini, il sovrano web: puoi eliminare il termine “correnti” dal vocabolario politico (come hanno fatto i Cinque stelle), ma la moltiplicazione delle etichette in capo ai vari “corpi intermedi” non cancella il rischio che le correnti si ripropongano sotto mentite spoglie. E infatti, anche nel M5s che voleva essere corpo unico con infinite particelle dallo stesso valore, si è presto palesato il problema: non solo non si può valere tutti “uno”, ma c’è chi preferisce contarsi lungo diverse linee del fronte. E dunque, prima sottotraccia, a livello di grandi divisioni in “ortodossi” e “non ortodossi”, poi sempre più allo scoperto, sono emersi i contorni degli schieramenti all’interno della mappa di potere grillina, partendo da Roma, dove due giorni fa è crollata l’impalcatura del cosiddetto mini-direttorio (da cui già si era dimessa la deputata Roberta Lombardi), con le dimissioni del consigliere regionale Gianluca Perilli, dell’europarlamentare Fabio Massimo Castaldo, del deputato Stefano Vignaroli e della senatrice Paola Taverna (la quale nega di aver divulgato le e-mail che dimostravano che Luigi Di Maio fosse al corrente dell’indagine a carico di Paola Muraro, assessore all’Ambiente finita sotto inchiesta). E Muraro era stata “sponsorizzata”, nei giorni della formazione della Giunta, soprattutto da Vignaroli, deputato habitué della lotta in tema di inceneritori e discariche.

 

Ma la contrapposizione Raggi-minidirettorio viene da lontano. Roberta Lombardi, infatti, è stata una delle principali sostenitrici della candidatura di Marcello De Vito, ex candidato sindaco di Roma nel 2013 e poi nel 2016 nome “alternativo” a quello di Raggi (e ancora prima a quello del suo braccio destro Daniele Frongia, che si è poi ritirato al secondo turno delle primarie, di fatto lasciando a Raggi lo spazio e i voti per battere De Vito). E i vertici del M5s, quando Raggi era ancora soltanto la candidata promettente e non la sindaca contestata, avevano in qualche modo benedetto l’operazione. A questa faglia tutta interna al Movimento romano ha fatto da specchio una spaccatura nel Direttorio nazionale: fino a poco tempo fa Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista difendevano la sindaca, mentre Carla Ruocco e Roberto Fico adottavano – ma soltanto attraverso un silenzio assordante – la linea del distacco. E però negli ultimi giorni Ruocco, sostenitrice dell’ex assessore al Bilancio Marcello Minenna (dimessosi una settimana fa), è stata molto critica con Raggi, anche per vie traverse, come quando ha lodato per il lavoro svolto il mini-direttorio sciolto.

 

A livello di Direttorio nazionale la situazione si complica per l’effetto a catena della crisi romana: Luigi Di Maio, la cui ufficiosa futura candidatura a premier di M5s non è stata ufficialmente messa in dubbio da Beppe Grillo (anche se sottobanco, nel M5s, in molti lo vedono già “bruciato”), è stato accusato di scarsa trasparenza (domanda tipo di colleghi e social: “Sapeva o non sapeva dell’indagine su Muraro?”. Conclusione tipo: sapeva ma non ha detto tutto). Fatto sta che, durante la pubblica resa dei conti a Nettuno, Di Maio si è difeso dicendo di aver male interpretato un’e-mail. Il “gemello diverso” Alessandro Di Battista, intanto, mattatore della serata dopo il tour in moto regione per regione, “vola nei cuori” dei puristi (per dirla col suo lessico). Roberto Fico resta al vertice degli “ortodossi moderati”, mentre Carlo Sibilia, deputato “no Bilderberg”, è al momento defilato. Ma la Nemesi premia il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, sospeso per una questione di nascondimento-avviso di garanzia simile a quella che oggi toglie il sonno a Di Maio.

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