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Produttività, è l’ora della verità

Parla Bentivogli, capo dei metalmeccanici della Cisl: “Non basta una legge di Stabilità per tornare competitivi. Renzi deve trovare il coraggio di battere i tic conservatori degli imprenditori e di noi sindacalisti. Così”.

25 Agosto 2016 alle 06:15

Produttività, è l’ora della verità

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Roma. Nel balletto che prosegue su cifre e misure da inserire nella legge di Stabilità del prossimo autunno non si può fare a meno di due considerazioni, come abbiamo sostenuto su queste colonne. La prima: nel nostro paese da anni cambiano gli orientamenti politici dei governi (destra, sinistra, tecnocrazia, cacciavite, rottamazione) ma non i ritmi di una crescita economica asfittica. Seconda considerazione: su produttività, demografia e uso delle risorse fiscali non basterà una Finanziaria a invertire la rotta; sarebbe dunque ora che su questi temi il presidente del Consiglio di turno, Renzi, adottasse il linguaggio della verità (basta hashtag #adesso) e sfidasse noi tutti, e lui compreso, su progetti di riforma che non abbiano il respiro corto di un comma inserito all’ultimo secondo.

 

Marco Bentivogli, dal 2014 segretario generale della Fim Cisl, è uno che il linguaggio della verità lo mastica eccome. Basti dire che ha appena dato alle stampe, per Castelvecchi, un libro di autocritica e di sfida al cambiamento per la categoria sindacale, intitolato: “Abbiamo rovinato l’Italia?”. In queste pagine, impreziosite da una prefazione di Bruno Manghi, sociologo ed ex direttore del Centro studi della Cisl, ne ha per i colleghi ma anche per gli imprenditori. “E’ chiaro che per affrontare il nodo strutturale della produttività Renzi dovrà pure scontentare molti, inclusi certi sindacalisti e certi industriali associati”, dice Bentivogli al Foglio. Nella seconda metà degli anni 90 l’Italia ha di fatto smesso di crescere, la produttività totale dei fattori si è fermata allora, poi dal 2000-01 è toccato alla produttività del lavoro. “Con una legge di Stabilità non si interrompe questa discesa nell’inferno della deindustrializzazione e della sottoccupazione. Anche perché i governi non sono la soluzione di tutto – dice il numero uno dei metalmeccanici della Cisl – Tuttavia segnalare e battere certi tic conservatori è la premessa necessaria per un percorso riformatore efficace nel medio periodo. Inizio da ciò che andrebbe fatto notare ai miei colleghi sindacalisti. Non si può fare a meno del sindacato, si ripete. Falso. Non si può fare a meno di un sindacato capace di cambiare”. Che non sia uno slogan Bentivogli è pronto a dimostrarlo: “Negli anni 70, con 1 milione e 700 mila disoccupati, il segretario generale della Cgil Luciano Lama sosteneva che era necessario sacrificare tutto per l’obiettivo della piena occupazione. Oggi, con quasi 3 milioni e mezzo di disoccupati, l’occupazione non sembra essere la priorità dell’attuale Cgil”. Ci sono i pensionati, i pensionandi, i dipendenti pubblici: “Generalizzare aiuta sempre i comportamenti meno virtuosi, ma è indubbio che in una parte del sindacato prevale, al fondo, la difesa dello status quo. Solo che a forza di tutelare lo status quo, si tutela una parte di popolazione sempre più piccola. Del resto, come posso continuare a parlare soltanto degli attuali pensionati se ormai più della metà degli iscritti alla Fim andrà in pensione addirittura con altre regole, cioè con il contributivo? Ecco perché il sindacato deve tornare a essere luogo di innovazione e quindi di riforma”.

 


Marco Bentivogli, Segretario Generale Fim Cisl (foto LaPresse)


 

Quanto agli imprenditori, “nel mio libro dedico loro un capitolo intitolato ‘cercansi imprenditori’ – dice Bentivogli – Non mi mancano i padroni delle ferriere, ma ho nostalgia di persone capaci che vogliano mettersi in gioco per creare occupazione”. Anche in questo caso i diretti interessati non sono esenti da errori. “La profonda crisi non può essere sempre un alibi. Nel 2007, cioè quando la domanda d’acciaio raggiunse il suo picco, il centro studi di Mediobanca dimostrò che anche i profitti delle nostre aziende medio grandi del settore erano al top. Peccato che sempre quel centro studi rivelasse come gli utili erano investiti in famiglia, e non invece nelle stesse aziende”. Investitori che investono poco, effettivamente ciò non aiuta. Però ci sarà un motivo. “L’habitat in cui si muovono è sfavorevole al rischio e favorevole alla rendita. Questo i rappresentanti politici e i commentatori dovrebbero avere il coraggio di dirlo. E allo stesso tempo, sulle orme di leader tra loro diversi come Barack Obama e Angela Merkel, la politica dovrebbe sfidare gli imprenditori ed esigere di più da loro in certe circostanze. Altrimenti si perpetua la degenerazione del nostro capitalismo familiare, con il padre che nei decenni passati viveva pancia a terra in officina e i figli che oggi stanno pancia all’aria a Formentera. Poi è inutile stupirsi che Confindustria perda pezzi: Fiat, la nautica, General Electric”.   

 

Con la legge di Stabilità si può almeno inviare il segnale di una qualche resipiscenza, conclude Bentivogli: “Assegnando più risorse alla tassazione agevolata del salario di produttività negoziato a livello aziendale, certo. Ma soprattutto ricordando che non basta chiedere al sindacato in azienda di siglare accordicchi e battezzarli come ‘a favore della produttività’ per avere lo sgravio. Aiuta una recente circolare dell’Agenzia delle entrate, ma si può essere ancora più esigenti. Selettivi, inoltre, bisogna esserlo anche nelle cosiddette politiche di incentivazione pubblica. Scegliere richiederà tempo, altro che ‘#adesso’, ingenererà malumore negli esclusi, ma il linguaggio della verità porta frutti”.

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