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Il toro scalpita, ma il momento della verità non è ancora arrivato

La battaglia decisiva del referendum costituzionale è ancora tutta da giocare. E ci sono diversi motivi per cui, alla fine, l'alleanza degli anti-riformisti, dalla Lega a Grillo, potrebbe restare a bocca asciutta.

21 Agosto 2016 alle 06:18

Il toro scalpita, ma il momento della verità non è ancora arrivato

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Non sarà un toreador, e quando ha fatto le viste di considerarsi tale ha sbagliato, ma Renzi può ancora farcela a non finire incornato. Le gambe sembrano oggi più molli di qualche tempo fa, d’accordo, e il toro dell’opinione pubblica radicalizzata più pezzi di establishment scontenti più destre sparse più residui della sinistra non riformata è pimpante, minaccioso. Eppure il momento della verità non è ancora arrivato. Il momento in cui il matador si gioca tutto e il toro, stanco anche lui, è pronto ad approfittare della minima esitazione per incornarlo, sarà quello del referendum sulle riforme costituzionali. Le elezioni europee (2014) andarono a vantaggio di Renzi, clamorosamente e massicciamente, e tutti prevedevano il contrario nonostante gli 80 euro; quelle regionali parziali (2015) furono il trionfo dell’astensionismo, duramente condizionate dalla campagna sulle ruberie e le spese pazze dei parlamentini; quelle romane (2016) si sono giocate su due fattori che le rendono un penoso imbroglio: da un lato un sindaco Pd come Marino, un fallimento bestiale, dall’altro Mafia Capitale, una grottesca messa in stato d’accusa di una città ordinariamente corrotta con l’arma letale del 416-bis e della diffusione mediatica di intercettazioni risibili ma efficaci nello smerdamento universale. Poi c’è la convergenza antigovernativa di tutte le destre della Lega e dei grillini, che ha funzionato in particolare a Torino contro una sindacatura ottima nei risultati ma debole nell’immagine, espressione di un ceto giudicato invecchiato e non più propulsivo. 

 

Chi vuole la pelle di Renzi conta su questo: che al referendum si riproduca quell’alleanza, che sulla carta c’è già, e che il Pd venga sfondato e diviso dagli argomenti conservatori e antiriformisti della vecchia guardia in cerca di rivincita. Se ci mettete anche tutta la difficoltà di rimettere in moto economia, competitività, produttività e investimenti, il momento della verità potrebbe essere esiziale per il governo. Bisogna però tenere conto del carattere specifico e al tempo stesso simbolico che ha un voto referendario come quello del prossimo novembre. Nei referendum gli schieramenti politicamente orientati sono in genere scomposti dai quesiti, dall’oggetto del contendere. Pannella fece votare due terzi e più degli italiani contro il finanziamento pubblico dei partiti quando i partiti dominavano la situazione e controllavano il voto politico senza rivali, con i Radicali al 3-4 per cento. Chi punta sul partito di Pulcinella (ovvero Travaglio più Berlusconi più Salvini più D’Alema) non fa i conti con il taglio simbolico della testa a duecento senatori su trecento e con l’evidente progresso di efficienza e di serietà del sistema basato su una sola camera parlamentare che vota la fiducia.

 

Siamo sicuri che una maggioranza di italiani passa sopra a questo specifico e decide di abrogare per una o più generazioni ogni serio discorso riformatore sulla Costituzione del ’48? La ripresa è fragile ma c’è, e i recenti dati sulle imprese (il dimezzamento o quasi delle richieste di cassa integrazione straordinaria) lo dimostrano: siamo sicuri che ci sia una maggioranza di italiani disponibile a nuove avventure e a un cambiamento dell’ordine del discorso su economia e politica nel senso di un tuffo nell’ignoto? Mah, io non ne sarei tanto sicuro.

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