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Se non Parisi, chi?

L'ex candidato sindaco di Milano aveva resuscitato i liberali moderati. Ora si candida a futuro leader del centrodestra ma le reazioni sono tiepide. E le alternative quali sarebbero? Brunetta, Romani, Matteoli, Carfagna, Santanché, Tosi, Prestigiacomo? Il rientrante Schifani? Fitto? L’esperto in diritto successorio Alfano? Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

24 Luglio 2016 alle 06:12

Se non Parisi, chi?

Stefano Parisi (foto LaPresse)

Sono andati a pranzo ad Arcore i maggiorenti di Forza Italia a presentare auguri filiali di buona convalescenza e più convintamente ad esprimere riserve sull’ultima idea del Cav.: mettere Forza Italia nelle mani di Stefano Parisi.

 

A dire il vero stanno provando a segarlo di brutto. L’ex candidato del centrodestra a sindaco di Milano, arrivato contro ogni pronostico a una manciata di voti da Beppe Sala e autore dunque di un mezzo miracolo – quello di far resuscitare Forza Italia e un centrodestra liberale e moderato nella città che ne fu la culla – non ha fatto nemmeno in tempo a dire, in un’intervista alla Stampa, che vorrebbe ancora rendersi utile, contribuire a rinnovare il partito (cui per altro non è iscritto) nel linguaggio, nelle idee e nell’immagine che si è trovato davanti un muro di boh, neh, vedremo poi. Prima c’è da vincere la guerra di liberazione dal renzismo, lo ha subito zaccagnato il misurato Renato Brunetta.

 

Il candidato Parisi fu scelto e imposto da Berlusconi che lo ha sempre avuto in grande considerazione  e ne apprezza le idee. Non ci vuole grande fantasia per dire che la sua sortita  aveva ricevuto la benedizione dell’ex premier.  

 

Eppure non lo vogliono.
E se non Parisi, chi?

 

Ditelo e ditelo ora, gentili dignitari vestiti di azzurro e tricolore. Non accampate scuse.  Il referendum è un palliativo, qualsiasi ne sia l’esito non risolverà i problemi di Forza Italia.

 

Se vince il "no", ci vorrà  una nuova leadership e se vince il "sì", pure.
Vedere le stesse facce di coloro che da troppo tempo hanno provato e troppo spesso fallito, non è una brillante idea elettorale. Sentire Mara Carfagna intervenire recentemente in un dibattito sul terrorismo islamista ha fatto un terribile effetto déjà-vu, eppure è una delle migliori del cucuzzaro (voto 9) .  

 

A dire il vero sperano ancora una volta che sia il fondatore a serrare i ranghi, tirare la volata e scacciare le crisi.  Magari  lui lo farebbe pure, continua a confidare che la Corte europea lo liberi in tempo dal cappio della Severino. Ma dovrebbe essere la decenza a porre limiti allo sfruttamento dell’uomo. Anche se si tratta di un grande uomo.

 

Per una volta provate a sbrogliarvela da soli. Se non Parisi chi? Brunetta, Romani, Matteoli, Carfagna, Santanché, Tosi, Prestigiacomo? Il rientrante Schifani? Fitto, guardiano della marca pugliese? L’esperto in diritto successorio Alfano? (voto 5 a tutti)

 

Le primarie ci sono già state, non ve ne siete resi conti: si sono tenute a giugno e hanno votato a centinaia di migliaia grazie anche alla Gelmini che ha remato come una pazza e riportato il partito sopra il 20 per cento quando si attendeva la marea di Salvini. Parisi è quanto di più competitivo si possa mettere in campo.


BRIO BLU

Laura Bianconi, 56 anni, senatrice, è il nuova capogruppo a Palazzo Madama di Ap, cioè di Area popolare, ovvero l’insieme di Ncd  e Udc. Ha preso il posto di Renato Schifani che ha invertito il cammino e pare stia tornando a casa, non la sua, quella di Berlusconi.
Appena eletta dai suoi pari ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera. E’ sembrata emozionata,  “distanti noi e Renato (che non è suo cugino né il cugino del giornalista ma pur sempre Schifani)” e ha promesso un allargamento.  A domanda precisa sui mal di pancia interni al centrismo ha risposto che la linea politica è in continuo divenire di analisi e approfondimento. E che il “gruppo” è sempre stato frizzante: deliziosa (voto 9).

 

BERSANELLUM

Ci mancavano esoterismi in materia di legge elettorale: è arrivato il "Bersanellum", che se ho capito bene, sarebbe un "Mattarellum 3.0".  Non vogliono il ballottaggio né tra le liste né tra le coalizioni.
Dice ad esempio LucianoViolante che nel ballottaggio non vince né il primo arrivato né il secondo ma il terzo: è lui ad avere in mano la vittoria degli altri e può determinarla contraendo patti sottobanco e dando consegne di voto che ovviamente sono “contro”, come a Torino dove Forza Italia ha votato 5 Stelle castigando il Pd.

 

Eppure il ballottaggio di secondo turno è il modo con cui scegliamo i sindaci nelle principali città e nonostante schede grandi come lenzuoli, più candidati che su un elenco telefonico e liste disgiunte e altre cose truffaldine resta la legge elettorale preferita dagli elettori che proprio in occasione delle amministrative mostrano minore disaffezione dal voto.

 

Dovrebbe quindi andare bene anche per eleggere i deputati e la maggioranza che dovrà governare il paese.

 

E’ illusorio pensare che si possa fare l’economia di una dura battaglia culturale prima ancora che politica con i 5 Stelle e che basti un tecnicismo per sbarazzarsene. Come le conti le maggioranze esistono e si vedono, un tipo di scrutinio può aumentarne o ridurne la rappresentanza ma non certo ridurle a minoranza.

 

E poi sono tutti d’accordo nel mettere mano alla legge elettorale solo dopo il referendum: ma quando il "sì" ha vinto, che interesse avrebbe mai Renzi a cambiare l’Italicum nel senso voluto da Bersani, Speranza e dalla minoranza pd?

 

ANCHE NAPOLITANO    

Anche al presidente emerito (voto 10) intervistato dal nostro direttore nel Foglio del 20 luglio, non dispiacerebbe qualche ritocco alla legge elettorale, in particolare l’eliminazione del ballottaggio.
Ma non ci insiste più di tanto. L’essenziale per lui è altrove: nella riforma costituzionale che deve essere la realizzazione maggiore della legislatura e nel dare un senso ai dieci anni che lui ha passato al Quirinale.

 

Vuole un nuovo patto per l’Italia, tra volenterosi e responsabili. Il fatto è che volenterosi e responsabili ce ne sono sempre di meno in giro e hanno i numeri solo in Germania, nemmeno in Spagna sembrano farcela. E patti risicati e fragili porterebbero solo ulteriore acqua al mulino populista.  Occorrerebbe farne di solidi e di lunga durata, ma qualcuno dei contraenti pagherebbe un prezzo alto, vedi lo Spd in Germania.   

 

WELFARE. 1

Tito Boeri parla molto e presenzia anche. E’ andato a un dibattito sulla giustizia, ritratto in foto da Umbertone Pizzi e pubblicato sul il sito Formiche.net (voto 10 a entrambi).
Ora grazie all’incazzatura nera di un’amica olandese ho appena scoperto, ma è ovviamente grave negligenza mia, che se non raggiungi i venti anni di contribuzione e perdi dunque il diritto al minimo della pensione, l’Inps si tiene tutti i contributi che hai versato. In Europa, anzi pare in tutto il mondo, viene restituita una quota parte del versato, in Italia no, niente: se non arrivi a venti anni tutto quello che hai versato se lo tiene l’Inps. Non saprei come definire altrimenti l’appropriazione indebita.  

 

WELFARE. 2

Non solo Germania, anche Italia. Luxottica ha istituito un bonus vita di 30.000 euro per gli eredi legittimi o designati di ognuno dei suoi 11.000 dipendenti che dovesse morire per qualsiasi causa, anche al di fuori degli stabilimenti. Il bonus sale a 70 000 se il defunto ha un figlio piccolo, uno che studi all’università o sta pagando il mutuo. Luxottica è uno dei rari gruppi ad avere sviluppato una rete efficace ed estesa di welfare aziendale, in cui tra le altre cose spicca il patto generazionale. Un modo per fidelizzare le generazioni, trattenere e trasmettere nel tempo competenze e savoir-faire, aumentare la produttività. I lavoratori hanno bisogno di tranquillità e dobbiamo fare di tutto per dargliela, ha detto Leonardo Del Vecchio (voto 10 e lode), ultraottantenne fondatore della multinazionale.  Un esempio di come le relazioni industriali possano evolvere e allontanarsi dalle isterie conflittuali così apprezzate nel ventesimo secolo.

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