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Parisi val bene una messa

Stile analitico e non demagogico, pacato e ragionatore. Stefano Parisi è l’ultimo appello alla borghesia sderenata, ricca e cialtrona. Di un tipo così c’è bisogno, e se farà quel che promette sarà un progresso per tutti.

22 Luglio 2016 alle 06:18

Parisi val bene una messa

Stefano Parisi (foto LaPresse)

Stefano Parisi, che qui seguiamo da tempo e ieri si è dato una mossa con l’intervista-manifesto alla Stampa di Torino, è la soluzione di molti problemi molto complicati. Tra i liberali e popolari, cioè nella destra seria bisognosa di idee e di una visione del futuro, e a sinistra, tra i democratici, che hanno bisogno di un equilibrio di sistema e di una competizione non drogata dai dèmoni della demagogia: di un tipo così c’è bisogno. Una leadership responsabile, informata, competente, emersa nella competizione di Milano per la carica di sindaco della città, è ottima cosa anche per andare a vedere (ma va da sé che la faccenda si realizzerà anche in automatico, si farà comunque) il ridicolo bluff grillino: una coorte di scemotti molto imparentati tra loro, in prevalenza abbastanza fessi per essere vegani e voler imporre agli altri le loro manie, alla guida dello stato con il voto di protesta. Lo chiamano tripolarismo, una malattia nuova.

 

Parisi, con il suo stile pacato e ragionatore, analitico e non demagogico, è anche l’ultimo appello alla borghesia sderenata, ricca e cialtrona, che ha sempre avuto della politica una visione compradora generica, pronta a fare casta e a predicare l’anticasta infischiandosene dello stato e del prevedibile futuro di questo paese e del suo sistema economico, produttivo, finanziario. Sono gli antiberlusconiani, i radical non-chic toccatici in sorte. Parisi è anche la cerniera tra l’Italia dei partiti che fu, e che Parisi non ignora, e l’Italia incardinata su un sistema politico ricostruito e rilegittimato dopo la fase, che si spera coronata da successo, dell’attivismo riformista e comunicativo della squadra giovanile di Matteo Renzi e del suo Partito democratico. Una volta l’alternanza era impossibile perché non c’era una sinistra di governo. Adesso diventa difficilissima per la circostanza simmetricamente inversa.

 

Non c’è una destra in grado di governare, c’è una folla di nani (e un’orda d’assalto nutrita di idee banali: tripolarismo). Stefano Parisi aiuta a ristabilire il senso di un’equazione apparentemente irrisolvibile. Mediaset, come la vecchia Fininvest del famoso partito-azienda, si fa motore di spinta, in situazione radicalmente nuova, per promuovere la ricostruzione di una buona politica e l’abbandono delle “stupidade” del famoso cerchio magico. Come nel ’94, ma nel 2016. Tenendo conto del buono, dell’ottimo, del cattivo e del pessimo che in tutti questi anni si è realizzato. Se Trump perdesse, se in Francia prevalesse Juppé, l’Italia dei Renzi e dei Parisi in competizione diventerebbe credibile nell’Europa delle Merkel e, nonostante la Brexit, delle Theresa May. Certo, con Trump e Marine Le Pen ci dovremmo tenere i nani, ma non è un destino definitivamente segnato per noi, per l’Europa e per il mondo.

 

Parisi ha l’età giusta, il profilo giusto e il curriculum adeguato a riunire forze, mettere in piedi una piattaforma politica e programmatica buona a rifondare un blocco sociale coeso e capace di espansione elettorale, farsi la pelle del leader politico con il fuoco nella pancia dopo essere stato un tecnico, un giovanissimo socialista promettente della covata di Gianni De Michelis, un funzionario pubblico di esperienza, un amministratore di grandi società, un creatore di valore e un imprenditore, un amministratore civico e infine un candidato proposto con acume da Berlusconi a Milano, anzi il candidato, quello che ha reso possibile e organizzato la performance di tutto rispetto nella capitale economica, finanziaria e culturale del paese in cui abitiamo.

 

Il coraggio e la scelta dei tempi sono parte costitutiva del gioco, e se da settembre con energia volitiva Parisi farà quel che promette, bè, sarà un netto progresso per tutti. E sarà, con Renzi che diventa capo riformatore della sinistra invecchiata, un’altra delle creazioni politiche, dirette o indirette non importa, che verranno messe sul conto storico del ben fatto intestato a Silvio Berlusconi. Quando fu direttore generale della Confindustria con Antonio D’Amato, imprenditore politicamente ambizioso e non castale, non il solito arruolato della vecchia Fiat, Parisi spinse per fare quel che Sergio Marchionne ha realizzato fuori da Confindustria, sotto la sferza della grande crisi, molti anni dopo: ristrutturare le relazioni sindacali e adeguarsi alla nuova scala dei problemi sociali di mercati che si aprono. Ma l’operazione non ebbe successo, il movimento liberale e popolare degli imprenditori fu risucchiato nella tutela corporativa degli interessi di parte del mondo industriale e confindustriale: non era il tempo, non ci fu abbastanza coraggio o bastante energia politica. Ora potrebbe essere diverso. E dare una mano a chi promette di dare una mano, comunque si sia schierati e comunque la si pensi, è una bella occasione.

 

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