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Da Israele al Ft, i grillini approcciano il Grande gioco con cerchiobottismo

Il Movimento 5 stelle si trova in una fase di transizione accelerata dall’infanzia politica alla maturità istituzionale. La sfida è completare a tempo record la mutazione da movimento anti-establishment a partito popolare.

21 Luglio 2016 alle 19:10

Da Israele al Ft, i grillini approcciano il Grande gioco con cerchiobottismo

Luigi Di Maio ospite di "In mezz'ora" (foto LaPresse)

All’indomani di Brexit, da parte degli investitori globali è aumentata la richiesta di approfondimenti sul Movimento 5 stelle. Per molti aspetti è un oggetto misterioso. La narrativa renziana lo agita come spauracchio a Bruxelles e nelle principali piazze finanziarie, ma al tempo stesso il Movimento ha già incassato diverse carezze dall’establishment, incuriosito soprattutto dalla sua base elettorale. A ben vedere, il Movimento è in una fase di transizione accelerata dall’infanzia politica alla maturità istituzionale. In altre parole: la sfida è completare a tempo record la mutazione da movimento anti-establishment a partito popolare di ultima generazione prima della chiamata alle urne a lungo attesa. Per farlo, urge dotarsi di credenziali solide. Anche in settori come la politica estera e la finanza.

 

Di questi tempi, nessun aspirante primo ministro può permettersi di non avere un’agenda di politica estera. Risponde a questa esigenza, dunque, il grand tour di piazze estere – Mosca, Londra, Gerusalemme – a cui si sta sottoponendo il vertice pentastellato nell’evidente intento di farsi conoscere e vincere la presunzione di immaturità che grava su una forza giovane e pressoché ignota fuori dai confini nazionali. Di certo, finora, c’è che gli appelli alla rimozione delle sanzioni a Mosca e le posizioni filo-palestinesi hanno suscitato sospetti a Washington e reazioni sdegnate in Israele. Come la stroncatura del quotidiano israeliano liberal Haaretz, che ha di recente rinfacciato a Di Maio una neutralità solo apparente e una forte diffidenza nei confronti di Gerusalemme.

 

Torniamo per un attimo in Italia. Qui, per surrogare l’assenza di credenziali di governo vere e proprie, il M5s ha puntato sulle comunali: il governo di realtà municipali caratterizzate da dimensioni e complessità significative come trampolino per il governo. Dopotutto, governare Roma non significa solo assicurare ordine e pulizia nelle strade, ma anche gestire un debito-monstre e essere l’azionista di una galassia di municipalizzate. Guidare Torino, poi, è un modo di partecipare tramite le potenti fondazioni bancarie (Crt e Compagnia di San Paolo) al risiko bancario. Da un lato, la partecipazione non si sta rivelando immediata. Il presidente della Compagnia di San Paolo, Francesco Profumo, nominato in articulo mortis dal precedente sindaco Piero Fassino, ha infatti resistito alle ripetute sollecitazioni del sindaco M5s Chiara Appendino a dimettersi. Dall’altro lato, è inevitabile per il Movimento 5 stelle confrontarsi con il tema-banche. Sia perché, in caso di collasso del governo, non pochi escludono elezioni anticipate e l’avvento dei grillini (soprattutto alla Camera). Sia perché il tema investe la totalità del dibattito pubblico tricolore - assieme al referendum costituzionale, l’argomento preferito nei pub della City.

 

Dopo diverse settimane di yo-yo, per il Monte dei Paschi di Siena si prospettano due fondamentali alternative, entrambe compatibili con il regime di regole europee. La prima consiste nel salvataggio privato, tramite Atlante 2. La seconda in un bail-in “addolcito” da un fondo compensativo per i junior bondholder che non siano investitori istituzionali ma persone fisiche. Ciascuna delle alternative è politicamente aspra. Nel primo caso, non è escluso che a fornire la provvista a Atlante 2 siano le casse previdenziali – e dunque che siano chiamate in causa le pensioni del popolo delle partite Iva. Nel secondo caso, ci sarebbe una mazzata in capo alle famiglie e il rischio di un inasprimento della crisi di fiducia rispetto al sistema creditizio. In un lungo articolo-intervista al corrispondente romano del Financial Times, Luigi Di Maio ha optato per una terza via. Come? Invocando la nazionalizzazione senza mezzi termini delle banche, con il salvataggio non solo degli investitori individuali ma anche degli hedge fund. Un cerchiobottismo finanziario, che per molti versi sembra ammiccare ai rumor di fonte governativa circolati all’indomani di Brexit che ipotizzavano un’iniezione di denaro pubblico per 40 miliardi nel capitale delle banche in difficoltà.  

 

Non è escluso che a diversi investitori l’idea risulti congeniale – specie a chi non è basato in Europa e ha meno familiarità con la disciplina comunitaria. Ad altri la mossa di Di Maio apparirà invece come un mero espediente retorico, un modo come un altro per sfilarsi da un dibattito binario – tosare le pensioni delle partite iva o spaventare gli investitori non istituzionali – e calciare la palla in tribuna. Basterà?

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