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Togliere i privilegli ai dipendenti pubblici non è solo giusto, aiuta la crescita

Perché continuare ad applicare l'articolo 18 non conviene. La Corte di Cassazione argomenta: “Il pubblico deve tutelare chi ha vinto un concorso e magari viene allontanato per capricci della politica. Inoltre, l’indennizzo al dipendente licenziato ingiustamente ricadrebbe sulla collettività”. Tutti i rischi che ne derivano.

16 Giugno 2016 alle 10:53

Togliere i privilegli ai dipendenti pubblici non è solo giusto, aiuta la crescita

Proteste in parlamento contro la Legge Fornero (foto LaPresse)

Al direttore - Una recente sentenza della Corte di Cassazione ha affermato che l’articolo 18 dovrà continuare a essere applicato al settore pubblico: niente Legge Fornero, quindi, né tantomeno Jobs Act. Questa decisione smentisce quanto sancito dalla stessa Corte nell’autunno scorso, ma conferma la tesi del governo che – al contrario – non ha mai cambiato linea e ha sempre sostenuto che le nuove norme del lavoro non si estendono agli oltre tre milioni di dipendenti statali. Il motivo è semplice: “Il pubblico deve tutelare chi ha vinto un concorso e magari viene allontanato per capricci della politica. Inoltre, l’indennizzo al dipendente licenziato ingiustamente ricadrebbe sulla collettività”. Ciò non significa, tuttavia, che l’obiettivo sia quello di ammorbidire i requisiti per licenziare nel pubblico. Tutt’altro. Per chi si comporta male saranno applicate le norme anti-fannulloni, contenute in uno degli undici decreti della Riforma della Pubblica Amministrazione.

 

La tesi è legittima e, infatti, convince diversi analisti e giuslavoristi. Tuttavia, in una fase delicata come quella attuale (disuguaglianze sempre più evidenti, disoccupazione tra la più alta d’Europa, disagio sociale crescente), il governo dovrebbe cercare di convincere – innanzitutto – i cittadini. Come? Con una spiegazione che vada al di là degli slogan sui fannulloni (che, peraltro, sono una parte del problema, visto che l’emergenza nel pubblico è far lavorare in modo efficiente chi, invece, il cartellino lo timbra) e entri nel merito della questione, ossia le ragioni dei privilegi dei dipendenti pubblici. Quelle fornite fino ad ora, a dire il vero, sollevano qualche perplessità. In primo luogo, il concorso. Se, come sostiene il governo, il concorso è un metodo di selezione migliore (perché, allora, aver eliminato il voto minimo di laurea nei concorsi pubblici?) di quelli utilizzati nel privato, tale affermazione andrebbe quantomeno dimostrata con l’ausilio di qualche dato. Ma anche ammettendo che ciò corrisponda a verità, questa tesi presuppone che le competenze del vincitore restino costanti nel tempo. Le funzioni svolte, poi, non dovrebbero mutare: difficile, però, che ciò avvenga visto che il progresso tecnologico sta rendendo obsoleti numerosi lavori negli uffici pubblici.

 

In secondo luogo, l’indennizzo. In caso di ingiusto licenziamento, nel privato paga il datore di lavoro, nel pubblico l’intera collettività. Pertanto, con l’art 18 si evita di accollare ai contribuenti il costo degli errori altrui. Anche in questo caso, un’analisi numerica aiuterebbe. Bisognerebbe, infatti, dimostrare che l’ammontare degli eventuali indennizzi sarebbe maggiore dello sperpero di risorse pubbliche destinate a pagare gli stipendi di dipendenti inefficienti e illicenziabili. In terzo luogo, la politica. Secondo il governo, con il Jobs Act potrebbe aumentare la probabilità per un impiegato statale di essere “allontanato per capricci della politica”. Se le cose stanno cosi, la soluzione è semplice: allontanare la politica. A ben vedere, però, si sta andando in direzione opposta. La riforma della dirigenza, ad esempio, prevede l’istituzione di una commissione di esperti, scelti dall’esecutivo e non retribuiti (lavorare gratis per la Pubblica amministrazione è una strana prassi tutta italiana), che dovrà decidere se rinnovare gli incarichi: un simile impianto rischia, però, di accrescere – e non di ridurre –l’influenza della politica all’interno del settore pubblico.

 

In sintesi, le spiegazioni non sembrano molto efficaci: ci vuole altro per motivare perché bisogna continuare a garantire privilegi ai dipendenti pubblici. Il rischio è quello di minare l’efficacia dell’azione riformatrice messa in campo sino ad ora. L’attuazione delle riforme richiede, infatti, il contributo di tutti, a cominciare da quello dei cittadini.  Per ottenerlo, però, vanno persuasi della bontà e, soprattutto, dell’equità dei provvedimenti varati. Nel Regno Unito, ad esempio, per convincere gli elettori ad accettare una riforma tanto necessaria quanto dolorosa come quella della Pubblica amministrazione, il cancelliere dello Scacchiere George Osborne dichiarò che non ci sarebbero state più disparità di trattamento tra “i pubblici inamovibili e i privati licenziabili” perché “siamo tutti nella stessa barca”. I risultati dopo un quinquennio sono sotto gli occhi di tutti: nel 2015, la crescita è stata quasi il triplo di quella italiana (2,3 per cento) e il tasso di disoccupazione meno della metà (5,3 per cento). Per ciascun dipendente pubblico licenziato, grazie ai risparmi di spesa (oltre 5 miliardi), l’economia inglese ha creato tre nuovi posti di lavoro nel settore privato.

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