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Pietre e articolo 9, l'emergenza cultura è un fossile anti-Renzi

Beni culturali e Costituzione, l’ideologia double-face di una unica Conservazione. Il professor Tomaso Montanari si oppone allo smantellamento dell’art. 9 e promuove la manifestazione romana “E’ emergenza cultura”.

7 Maggio 2016 alle 06:13

Pietre e articolo 9, l'emergenza cultura è un fossile anti-Renzi

da sinistra Carmelo Malacrino, il sottosegretario Marco Minniti, il ministro Dario Franceschini ed il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

“Se sei bello, ti tirano le pietre”
(Gian Pieretti, “Pietre”, 1967)

 

Tomaso Montanari è nato nel 1971 ed è molto più giovane della Costituzione più bella del mondo, quella di cui non si può cambiare una virgola così come dell’Italia non si può spostare una pietra. Perché il paesaggio-bene culturale (variante: bene comune) è l’altra faccia di Giano Costituente, o l’altro lato del tombino. E’ lo specchio immoto della Costituzione. Montanari è ordinario di Storia dell’arte moderna alla Federico II di Napoli, è un attivista politico-culturale (neo presidente di Libertà e Giustizia), ha un blog sul sito di Repubblica che si chiama Articolo 9 (della Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”). E’ il promotore, tramite regolamentare Appello, della manifestazione di oggi a Roma, “E’ emergenza cultura”, indetta per opporsi al paventato smantellamento dell’art. 9 (appunto) e di conseguenza, essendo la faccenda double-face, del patrimonio artistico e territoriale che sotto quel mantello giace, combaciante e prospero. Colpevoli? Matteo Renzi e di Dario Franceschini (“sta facendo più danni di Bondi”) tramite lo Sblocca Italia, la riforma Madia e quella dei Beni culturali, segnatamente la decisione di scindere la tutela del patrimonio dalla sua valorizzazione (i sovrintendenti dei Beni culturali diventerebbero dei “sottoprefetti”, si denuncia).

 



 

Nel 2013 Montanari scrisse per Minimum Fax uno scintillante pamphlet, Le pietre e il popolo, in cui denunciava non soltanto il degrado, ma soprattutto lo svilimento commerciale della cultura: il valore civico dei monumenti negato a favore del loro potenziale turistico ed economico; la “valorizzazione” del patrimonio culturale che trasforma le città d’arte in lunapark gestiti da avidi “usufruttuari”, scriveva. “Avidi”. E tanto basti. Va bene, lui parlava del saccheggio immondo della Biblioteca dei Girolamini di Napoli. Ma perché darne la colpa – questo faceva, Montanari – al renzismo? Come fosse peggio dello zdanovismo, o del vandalismo?

 


Il professor Tomaso Montanari


 

Il motivo della forzatura ideologico-culturale c’è. L’età di Montanari non c’entra, eppure è un elemento illuminante: perché indica il perdurare e il tramandarsi tra generazioni di “professionisti della cultura” degli stessi pregiudizi, inamovibili come pietre ai Fori. La manifestazione di Roma, oltre all’appoggio di Sinistra italiana, civatiani, grillini e sindacati, si fa lustro delle adesioni di Salvatore Settis (anche lui L&G),  ma soprattutto archeologo e Sommo Conservatore (nel senso della conservazione). Autore di Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente scritto assieme a Paolo Maddalena, e Se Venezia muore. Poi c’è appunto Maddalena, ex Corte costituzionale, e Massimo Bray, ex ministro della Cultura e dalemissimo. La compagnia di giro che quanto è conservatrice in materia di architettura istituzionale, tanto lo è in scienza del paesaggio e storia dell’arte. Certo, Renzi è uno che ha scritto “soprintendente è la parola più noiosa del vocabolario”, come accusa Montanari. Eppure Fabio Donato, un economista dell’Università di Ferrara esperto in management della cultura, tempo fa ha coniato una formula perfetta: “dead museum walking”, per indicare quelle istituzioni culturali che magari non crollano, ma non hanno nessuna energia progettuale. Basta preservare, con una logica perversa: l’importante è che le pietre stiano al loro posto. Immote, pazienza se inutili.

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