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La “grande alleanza” a sinistra ieri, oggi e domani. Parla Civati

Dopo il flop dei No Triv, il fronte anti renziano prova a “insistere” con il “no” al referendum d’ottobre. Già, ma come? "Bisogna puntare a costruire un fronte repubblicano ed europeista che abbia carattere innovativo. Alternativo a Renzi, sì, ma non soltanto giocato sulla sua demonizzazione", dice il leader di Possibile.

19 Aprile 2016 alle 11:00

La “grande alleanza” a sinistra ieri, oggi e domani. Parla Civati

Pippo Civati, leader del partito di centrosinistra Possibile (foto LaPresse)

Roma. E’ il day after del non-successo referendario e Pippo Civati, leader di “Possibile”, ex dissidente pd (poi transfuga) e già promotore, l’anno scorso, di una serie di referendum su trivelle e altro (morti e in parte risorti cammin facendo), ieri postava sul suo blog un commento intitolato “insistere su ciò che si ritiene giusto, sempre”, in cui si rivendicava la posizione scelta (“noi le battaglie giuste le facciamo sempre”, scriveva, “non facciamo calcoli né ci interessa posizionarci. Il sì e la partecipazione democratica erano e sono due cose giuste… Non è facile cambiare le cose: lo sappiamo bene. Quando presentammo i quesiti lo scorso anno, quesiti che poi non furono sostenuti nemmeno da coloro che quest’anno li ripresentano in alcuni casi pari pari, avevamo associato il tema ambientale a molti altri. Lavoro, scuola e legge elettorale: avessimo votato ieri chissà che cosa sarebbe successo…”).

 

Ma a questo punto per i “no-Renzi” (più che per i “No Triv”) la questione è: insistere su che cosa? E come? Se il premier, infatti, dice che “le prove della grande alleanza” contro di lui sono “fallite”, il sogno ricorrente di una rinnovata intesa a sinistra, in grado di superare le percentuali a una cifra e rendersi appetibile come forza alternativa di governo (ma senza litigare e spezzettarsi via via), si allunga sul prossimo fronte referendario d’ottobre, quello delle riforme costituzionali. Ogni volta la speranza si rinnova, ma ogni volta l’ostacolo sembra ripresentarsi, dice Civati, sotto forma di attrito tra i “tanti corpi intermedi a cui dispiace Renzi” ma che poi “faticano” a trovare l’accordo o a superare le contraddizioni identitarie interne (vedi Cgil): “Si è arrivati a non sostenere una serie di quesiti e poi a riproporli praticamente identici l’anno dopo”, dice Civati, “pur sapendo che su quello avremmo dovuto e potuto segnare un punto politico, tanto più che quest’anno ci sono le elezioni amministrative e l’anno prossimo ci potrebbe essere il voto politico anticipato. Già guardando la situazione a Roma, si vede che non si è riusciti a costruire un fronte più ampio della sinistra cosiddetta ‘da 4 per cento’ ”.

 

Su cosa puntare domani, dunque, visto il flop di oggi?  Stavolta Civati, a differenza che in altre passate occasioni di non-vittorie, non legge l’insuccesso referendario in chiave autocritica, ma indica soprattutto la mannaia altrui, e cioè “la scelta del governo di collocare il referendum ad aprile, cosa che lo ha condannato sul nascere”, anche se poi “la marginalità del quesito non aiutava a diffondere il messaggio sulle Prealpi e nell’Appennino profondo” e anche se “l’astensione ormai strutturale riguarda il 30 o addirittura il 40 per cento del corpo elettorale”. Domani, dice Civati, “bisogna puntare a costruire un fronte repubblicano ed europeista che abbia carattere innovativo. Alternativo a Renzi, sì, ma non soltanto giocato sulla sua demonizzazione, come è accaduto con Silvio Berlusconi.

 

Sulla riforma costituzionale, per esempio, si può e deve dire che è ‘riforma pessima, ma non che è ‘riforma autoritaria’”. Quello che è mancato e che manca nel campo del futuro “no” al premier (e intanto alle riforme costituzionali da lui firmate) “è una prospettiva strategica che costringa anche a dibattere nel merito delle questioni”, dice Civati, che vorrebbe insistere sullo schema di cui parla fin dal lancio di “Possibile”, quello di un “Ulivo rinnovato”. “Intanto”, dice, “la riforma costituzionale sarà un problema per la sinistra pd che non potrà più giocare sull’equivoco come in parte ha fatto stavolta: se vota ‘sì’, si consegna a Renzi, se vota ‘no’ dovrà chiedersi ‘che ci faccio qui?’”. Primo “turning point” nel destino della sinistra-sinistra, il voto a Roma e Milano dove, dice Civati, “non c’è traccia di omogeneità”. Secondo turning point: “Dimostrare che si può essere davvero alternativi – e per questo non basta mandare a casa Renzi”.

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