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Cosa manca oggi alla trivella renziana

Il no degli elettori al governo Emiliano, Travaglio, Salvini, Galantino, Fedez Di Maio dice che i problemi sono nelle opposizioni più che nell’esecutivo. Ma il logoramento esiste e serve un nuovo patto (non solo con il Cav.).

19 Aprile 2016 alle 06:18

Cosa manca oggi alla trivella renziana

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Tra i molti spunti di riflessione che ci consegna il flop – chiaro e senza appello – del referendum sulle trivelle, quello principale ci dice che, almeno per il momento, un domani chissà, gli elettori italiani non sembrano morire dalla voglia di consegnare il paese a un governo Emiliano, Travaglio, Grossi, Salvini, De Magistris, Galantino, Bruno Forte, Di Maio, Fassina, Vendola, Davigo, Di Battista, Brunetta, Fedez, Rodotà, Ligabue, Ficarra, Zagrebelsky e Picone. Tredici milioni di voti, naturalmente, non sono pochi, e la grande sfida di Renzi, da qui al prossimo referendum costituzionale, sarà quella di costruire e cementificare il suo consenso portando alle urne, a ottobre, una quota che diventerà il vero spartiacque del renzismo: quota quindici milioni di elettori (quota minima da ottenere in previsione di referendum costituzionale che potrebbe coinvolgere, come già successo nel 2006 ai tempi del Cav. circa 30 milioni di voti, ovvero tra il 55 e il 60 per cento dell’elettorato). Ma stare troppo appresso ai numeri, oggi, rischia di essere un esercizio sterile che non ci permetterebbe di mettere a fuoco quali sono i due messaggi che, in previsione del prossimo semestre elettorale, arrivano chiari agli elettori. Il primo messaggio riguarda gli oppositori di Renzi, il secondo messaggio riguarda il presidente del Consiglio. A voler politicizzare un referendum che si potrebbe in realtà politicizzare fino a un certo punto, non c’è dubbio che il dato più rilevante, tra i tanti, sia proprio quello che accennavamo all’inizio. La spinta di Lega, Movimento 5 stelle, minoranza pd, Sinistra italiana, Fratelli d’Italia e un pezzo di Forza Italia, aggiunta a quel cocktail esplosivo che è il circo mediatico-giudiziario che ha ballato allegro per due settimane sui tavoli della procura di Potenza, non è stata sufficiente a far raggiungere il quorum e da questo punto di vista ha un senso dire che il flop dell’armata Brancaleone sulle trivelle palesa che i veri problemi di stabilità, forse, sono più delle opposizioni che del governo.

 

Michele Emiliano, che in evidente trance agonistica rilascia ininterrottamente interviste da ieri notte (quorum malato non sente ragione), continua a credere che i tredici milioni di voti raccolti dal fronte No Triv siano parte di unico fronte, perché “gli italiani che hanno votato sono già il più grande gruppo ambientalista europeo per un nuovo modello industriale ed energetico” (deve esserci qualche regola non scritta alla presidenza della regione Puglia che obbliga in modo inderogabile i governatori pugliesi a considerare soddisfacente il proprio operato solo a condizione di offrire ogni giorno materiale per un’imitazione di Checco Zalone). Ma nonostante la creatività del governatore No Triv, e la sua volontà di sostituire Renzi con un governo Fedez-Brunetta-Di Maio, i tredici milioni di voti ottenuti dal fronte referendario, per la loro natura, sono la testimonianza esplicita che la grande forza di Renzi, oggi, continua a essere quella di una mancanza di un’alternativa al suo governo. Si potrebbe aggiungere che è quantomeno significativo che ancora una volta gli elettori abbiano scelto di non farsi influenzare e teleguidare da una coalizione formata dal partito dei giudici e dal partito dell’onestà (Sì Triv, No Truff) e si potrebbe anche notare che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, decidendo di andare a votare domenica a tarda serata, non a favore di tg, ha voluto marcare una differenza piccola ma significativa con i vertici di un’istituzione importante come la Corte Costituzionale, il cui presidente, Paolo Grossi, aveva di fatto invitato tutti ad andare a votare.

 

Ma una volta preso atto (e il referendum, con il suo flop, dice anche questo) che le opposizioni, nemmeno tutte insieme, hanno la forza di esprimere un’alternativa e che il tempo per Renzi, dunque, non è ancora scaduto, considerato tutto questo, bisogna capire che lezione può trarre il presidente del Consiglio dal nuovo percorso tracciato dal referendum di domenica. Renzi è stato particolarmente abile a fiutare l’inconsistenza dell’elettorato referendario e con astuzia ha trasformato il voto sulle trivelle in un referendum sull’opposizione ma da qui al prossimo ottobre la partita da difensiva dovrà diventare necessariamente offensiva. La questione cruciale delle prossime settimane è capire quale delle due strade che ha disposizione sceglierà definitivamente il segretario del Pd. La prima, molto rischiosa, è quella di continuare a sviluppare dal governo il suo personalissimo Vaffa-day quotidiano contro le realtà politico-istituzionali che, nell’ottica renziana, tengono bloccata l’Italia. La seconda strada, più difficile, è quella di impostare un percorso diverso attraverso il quale affiancare alla strategia di rottamazione una strategia di ricomposizione dello scenario politico. Il bipolarismo che si verrà a creare da qui a ottobre tra un’Italia che dice “sì” al cambiamento (sì al ddl Boschi) e l’Italia che dice “no” al cambiamento (no al ddl Boschi) permetterà senza dubbio a Renzi di portare alle urne molti elettori. Ma la strategia del Renzi trivellatore solo contro il mondo è una strategia rischiosa che può funzionare nel breve termine ma, anche se gli avversari del renzismo oggi sembrano essere stati scelti uno a uno dal presidente del Consiglio, nel lungo termine rischia di contribuire al processo di logoramento a cui oggi è sottoposto il governo.

 

In altre parole, Renzi dovrà cominciare ad aprire una nuova fase di ricomposizione, già in vista delle amministrative, e anche se sappiamo che non succederà, almeno esplicitamente, in questa nuova fase non è da escludere che il presidente del Consiglio possa far perno non solo sugli elettori di Berlusconi ma anche sullo stesso Cav. Domenica sera, con il solito guizzo, l’ex presidente del Consiglio ha scelto di non confondere il suo volto con il partito degli Emiliano, Travaglio, Grossi, Salvini, De Magistris, Galantino, Fassina, Vendola, Davigo, Di Battista, Fedez e all’ultimo, giustamente, ha scelto di non portare acqua al mulino di un referendum senza senso. La partita delle amministrative, Milano soprattutto, sarà dura, tosta e di contrapposizione vera con il centrosinistra renziano. Tuttavia, una volta esaurita la parentesi dei voti delle città, Berlusconi dovrà capire se un centrodestra che ambisce a essere competitivo e che desidera non autodissolversi in mezzo al popolo No Triv può permettersi di votare contro una riforma costituzionale che il centrodestra non solo desidera e invoca da vent’anni ma ha anche scritto insieme con Renzi prima che saltasse il patto del Nazareno. Un nuovo patto tra Renzi e il Cav. oggi è impensabile ma un patto esplicito di non belligeranza forse è meno improbabile di quanto si creda. A meno che, ovviamente, quel patto non ci sia già, non è vero Denis?

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