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Valide ragioni per dire "No" alla truffa del referendum

Il frullato postmoderno della politica: dalla fabbrica al b&b, dall’acciaio al caciocavallo

Dalla truffa mediatico giudiziaria alle risorse da garantire per le future generazioni, dalla pericolosa ideologia anti industrialista alla Costituzione brandita contro gli astensionisti. Girotondo fogliante.

15 Aprile 2016 alle 10:21

Il frullato postmoderno della politica: dalla fabbrica al b&b, dall’acciaio al caciocavallo

Non è questione di se e cosa votare al referendum. Non mi impiccio. La questione grande, gigantesca, subdola è il virus retrosviluppista che paritariamente destra e sinistra si sono inoculate come una sorta di terapia postmoderna per allenarsi alla trasformazione dell'Italia da potenza industriale a villaggio vacanze. La sinistra ha dimenticato in un colpo solo la difesa della civiltà del lavoro, il progressismo delle macchine, la stessa mitografia operaia per convertirsi in un frullato postmoderno di agriturismi, alberghi diffusi e prodotti tipici come cifre ideologiche, in una visione del territorio come panorama ricostruito a cartolina e del tutto depurato da dolori e ferite del passato. Dalle fabbriche sono passati al bed and breakfast come strumento rivoluzionario, e pace loro. Uguale e peggio ha fatto la destra, che ha mollato in un sol colpo spazi vitali, politica di potenza e Operaio jüngeriano per dedicarsi a un culto perverso di radici da tempo sterili e sterilizzate dalla contaminazione con la postmodernità bucolico-progressista. Il combinato disposto di questa involuzione è una mentalità anti-industriale che si sta diffondendo soprattutto nel nostro Sud (sempre pronto ad accogliere qualsiasi pulsione castrante e farne racconto collettivo), la cui litania, facile da digerire come un vino biologico, recita che in futuro potremmo campare esclusivamente di turismo, arte e 'bel vivere'. Per carità, che bella suggestione. Evviva. Se non fosse che ci renderebbe, da nazione sovrana, il porticciolo di attracco per i sollazzi dei neoricchi russi, cinesi o vietnamiti, e gli italiani a portavassoi armati di mandolino o tamburello della taranta. Come se l'acciaio potesse scambiarsi col caciocavallo. Tutto questo accade quando tra l'altro lo Svimez avverte da anni, voce quasi unica nel revival neoborbonico che avvolge destre e sinistre, che il Mezzogiorno già vive la desertificazione industriale. E dunque che si fa, si continua a uccidere il morto senza neppure provare a resuscitarlo? Certo. Con buona pace del migliore meridionalismo (quello con la schiena dritta, severo e non auto-pietistico), dell'indipendenza produttiva nazionale?, della civiltà del lavoro.

 

Angelo Mellone è giornalista e scrittore, autore di “Acciaiomare”

 

 

 

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