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Cosa dice all'Italia la minaccia del muro sul confine del Brennero

La sfida di Vienna ha ragioni elettorali interne, ma il rischio è che su quella frontiera cada l'Europa. La violazione di Schengen è la punta di un iceberg che è pronto a squarciare l'Unione, ma i governi sembrano non essersene accorti.

14 Aprile 2016 alle 15:02

Cosa dice all'Italia la minaccia del muro sul confine del Brennero

Polizia austriaca schierata al passo del Brennero (foto LaPresse)

Le misure adottate e annunciate dal governo austriaco per reagire alla pressione migratoria mostrano la corda di un evidente interesse elettorale. La pressione della destra mette la coalizione tra popolari e socialisti in agitazione e induce a mostrare la faccia feroce, anche se le possibilità concrete di una chiusura dei confini restano piuttosto aleatorie. Il ministro della Difesa, Hans Peter Doskozil, ha annunciato a un raduno socialdemocratico a Innsbruck che “in un caso estremo” sarebbe pronto a chiudere del tutto la frontiera del Brennero, mentre la sua collega titolare dell’Interno, la popolare Johanna  Mikl-Leitner, ha una posizione meno urticante, benché confermi la richiesta ultimativa all’Italia di fermare il flusso dei migranti che però, come ha osservato anche Angelino Alfano, finora è stato più intenso dall’Austria all’Italia.

 

Al di là delle schermaglie diplomatiche e degli atti simbolici (come la costruzione di una barriera di poche centinaia di metri che naturalmente non può sigillare un confine alpino lungo centinaia di chilometri) sarebbe interessante capire perché il fronte interno austriaco è dominato dalla paura dell’immigrazione, al punto da spingere due forze politiche tradizionalmente legate all’europeismo, come i popolari e i socialisti, a rincorrere le intemerate populiste.

 

L'idea alla moda è che si possano risolvere problemi di così vasta portata confinandoli al di fuori del territorio nazionale, scaricandone la responsabilità su altri governi e su altri paesi, anche a costo di negare la necessaria condivisione in sede europea.

 

Si tratta di una concezione tutt’altro che nuova, ma che ha portato l’Austria, che un secolo fa era il centro di un colossale impero multinazionale, a ridursi a un piccolo stato subalterno al grande fratello tedesco.

 

Ma la consapevolezza della pericolosità di un approccio nazionalistico – che dovrebbe essere particolarmente viva in un paese che ha pagato con due guerre mondiali e persino una fase di parziale occupazione sovietica quella scelta sciagurata – sembra essersi vanificata. Forse aveva ragione Helmut Kohl a dire che l’unità europea doveva essere realizzata da leader che avevano ancora viva la memoria delle tragedie del Ventesimo secolo, perché le generazioni successive avrebbero faticato a tenere conto di quelle vicende. Paradossalmente, mentre sbiadiscono le consapevolezze legate alla storia recente, riappaiono i segni di quella più antica: l’invasione degli esuli siriani viene paragonata a quelle delle armate del sultano che arrivarono ad assediare Vienna.

 

E’ anche interessante notare come sia proprio la vasta area mitteleuropea di tradizione cattolica, dalla Polonia all’Ungheria all’Austria – senza dimenticare la Baviera e le propaggini balcaniche – quella in cui si esprime in modo più radicale la pressione dei movimenti xenofobi o comunque anti migratori più estremi.

 

La difficoltà oggettiva a trovare soluzioni europee efficaci per controllare un fenomeno complesso e tutt’altro che episodico, sommata alle lungaggini e alle insensibilità di Bruxelles, alimentano queste tendenze in tutto il continente. Ma altrove, in Italia come in Francia e in Germania, i governi cercano soluzioni condivise, anche scontando la crescita di opposizioni e proteste interne, mentre nell’area mitteleuropea di tradizione cattolica sono i governi stessi a indicare – alcuni per paura delle tensioni interne, altri per il carattere nazionalistico della propria ideologia – le strade della rottura e delle contrapposizione.

 

La violazione dei trattati di Schengen è solo la parte visibile di un iceberg sul quale rischia di colare a picco il Titanic della costruzione europea, il che riporterebbe il vecchio continente a una situazione simile a quella che ne causò l’autodistruzione a cominciare dal 1914. L’Austria è stata l’epicentro di quel cataclisma, ne ha pagato un prezzo tremendo, ma non sembra in grado di apprendere la dura lezione della sua stessa storia. Naturalmente non è ancora il caso di considerare irreparabili le scelte di Vienna, ancora di carattere prevalentemente simbolico. Tutto lo spazio residuo di un recupero di razionalità va esplorato sul terreno diplomatico, ma se assieme a questo non si riesce a mettere in campo una battaglia culturale – non basata sul buonismo dell’accoglienza indiscriminata dei flussi migratori, bensì sulla difesa dell’identità europea da gestire in modo coordinato e collettivo – le discussioni diplomatiche potranno al più rallentare ma non fermare questa deriva autodistruttiva.  

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