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Ecologista e giustizialista, ecco la nuova questione meridionale

A Napoli la rivolta contro il risanamento di Bagnoli, in Puglia ci si oppone alle estrazioni di petrolio, in Basilicata a quelle sul terreno, mentre in Sardegna non si vogliono le pale eoliche. A protestare non sono solo strati marginali o emarginati del popolo, ma anche intellettuali, politici e vescovi. Perché le regioni del sud sono così ostili alla modernizzazione?

7 Aprile 2016 alle 15:15

Ecologista e giustizialista, ecco la nuova questione meridionale

Gli scontri a Napoli di mercoledì in occasione della visita di Matteo Renzi a Bagnoli (foto LaPresse)

Si va diffondendo con particolare intensità nelle regioni meridionali una specie di ostilità nei confronti dell’innovazione, della industrializzazione e dell’approvvigionamento energetico. A Napoli si proclama la rivolta contro il risanamento e la riconversione dell’area di Bagnoli, in un contesto di confusa rivendicazione autonomistica, che molti osservatori hanno paragonato allo spirito di Masaniello, ma che forse sarebbe più opportuno confrontare con la demagogia partenopea di Achille Lauro. In Puglia ci si oppone alle trivellazioni in mare, in Basilicata a quelle sul terreno, in Sardegna si impedisce persino l’installazione delle pale eoliche.

 

 

 

Si tratta di un movimento che non riguarda solo strati marginali o emarginati. I vescovi si sono espressi in modo categorico contro le trivellazioni e molti sindacalisti e intellettuali si esercitano nella descrizione di “modelli” alternativi. Non si tratta di fenomeni nuovi, basta pensare alle campagne contro i termovalorizzatori, che videro persino assessori della giunta napoletana guidata da Rosa Russo Jervolino partecipare a  proteste di piazza sfociate in violenze urbane, più o meno come è accaduto nei giorni scorsi con assessori della giunta De Magistris.

 

Probabilmente stiamo assistendo a un mutamento della “questione meridionale”, che ha accompagnato in forme diverse tutta la storia dell’Italia unitaria. Il mutamento sta nel fatto che mentre in passato la rivendicazione meridionalista era quella della modernizzazione dell’agricoltura e dell’industrializzazione, ora, dopo una fase in cui è diventata di fatto prevalente la richiesta di assistenzialismo di massa, nelle diverse forme che vanno dall’espansione abnorme delle invalidità al rigonfiamento delle strutture pubbliche, dalla sanità alla guardia forestale, alla creazione di una “disoccupazione organizzata”, si presenta una aggregazione attorno a posizioni di rifiuto della modernizzazione.

 

I due versanti, quello ecologistico e quello giustizialista, di questa offensiva, che ha già dato prova della sua forza nell’attacco frontale alle acciaierie di Taranto, ora si fondono e assumono una configurazione politica ribellistica, che ricorda le gesta dei “boia chi molla” reggini di quarant’anni fa. Gli ex magistrati “ecologisti” che guidano l’amministrazione partenopea (che continua a esportare rifiuti ad alto prezzo) e quella pugliese, sembrano orientati a dare battaglia sulla base di una concezione dell’autonomia delle istituzioni meridionali non solo dallo Stato, ma dai processi economici reali. Il fatto che ottengano sostegni anche in ambienti “colti” dà la misura della gravità di un fenomeno che si può contrastare solo con una battaglia politica aperta, oltre che, naturalmente, con azioni concrete di promozione dello sviluppo, dell’industrializzazione e dell’evoluzione dei servizi ad alto contenuto tecnologico.

 


Protesta del M5s a Viggiano (foto LaPresse)


 

La battaglia politica e culturale, che deve puntare a dare forza e organizzazione ai soggetti sociali interessati al risanamento e alla crescita, è altrettanto importante dell’investimento pubblico e privato, che altrimenti viene demonizzato come una sorta di operazione neocoloniale. Nel Mezzogiorno non mancano i soggetti, le istituzioni e i raggruppamenti sociali interessati alla modernizzazione, ma non trovano punti di aggregazione che consentano loro di avviare nuove esperienze di governo locale. Ci sono università anche tecniche di grande valore, centri di ricerca, lavoratori professionalizzati, persino un embrionale tessuto di imprese che ha dimostrato il suo peso nell’elezione del nuovo presidente di Confindustria.


 
Le forze politiche nazionali, se non vogliono che l’infezione della protesta contro la modernità diventi endemica in tutto il paese, debbono impegnarsi nella costruzione (dire ricostruzione sarebbe sbagliato) di un meridionalismo che sappia orientare in direzione dello sviluppo, anche della rivendicazione aspra dello sviluppo, la protesta popolare, per farne un elemento costitutivo di una prospettiva non nichilista.

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