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Un partito della nazione al cubo

Al governo da dieci anni, Merkel ha generato il miracolo tedesco dando nuove basi al concetto di democrazia in Germania e in Europa grazie a un’intesa razionale con le opposizioni. Altro che l’obamiano Yes, we can.

16 Marzo 2016 alle 06:11

Un partito della nazione al cubo

La cancelliera tedesca Angela Merkel (foto LaPresse)

La politica di apertura agli immigrati economici e ai richiedenti asilo in Germania continuerà, fimato Steffen Seibert portavoce (lunedì) e poi direttamente Angela Merkel (martedì), con la cautela degli accordi internazionali il cui scopo è fermare l’onda d’urto e regolarizzare al massimo il fenomeno migratorio. “Wir schaffen das!”, l’esortazione storica di Angela alla politica di accettazione e integrazione di milioni di immigrati, non equivale a “Yes we can”, la parola d’ordine ottimista di Barack Obama 2008, ma poco ci manca. La differenza decisiva è che Obama avrebbe voluto creare attorno a sé la grande coalizione americana bipartisan, e Trump è il nome del suo fallimento, mentre das Mädchen o die Mutti, la Merkel che fu la bambina per Helmut Kohl ed è mammina per il miracolo tedesco, governa da dieci anni, molti dei quali d’intesa con la socialdemocrazia tedesca, e quella coalizione della nazione l’ha creata accudita e coccolata senza un tentennamento. Un Nazareno al quadrato. Un partito della nazione al cubo. Con un leader Spd come Torsten Albig che, non scherzo, per le elezioni dell’anno prossimo, le politiche del 2017, mette in discussione perfino l’opportunità di presentare un candidato socialdemocratico alla Cancelleria di Berlino, perché Angela sta facendo “un ottimo lavoro”.

 

Dopo le elezioni nei Länder, con l’affermazione rumorosa ma piuttosto modesta di Frauke Petry e del suo Alternative für Deutschland, partito antieuro e antimmigrati, si tornerà a dire che quella tedesca è una situazione post democratica (Hans Kundnani) fondata su un consenso troppo vasto per essere gestibile (503 seggi al Bundestag su 630); si tornerà a mettere in discussione lo scambio tra spostamento a destra della socialdemocrazia in politica economica e lo spostamento a sinistra dei democristiani di Merkel e di Horst Seehofer nella Energiewende, le politiche ambientali e sociali; si tornerà a mettere in discussione il distacco dall’inclinazione occidentale (la Westbindung) che caratterizzò gli anni della ricostruzione e della Guerra fredda; si tornerà a criticare la Germania di nuovo centroeuropea che commercia liberamente con la Russia e con la Cina, competitiva sempre con tutti e con una crescita che è più del doppio di quella italiana e superiore a quella francese; si ricomincerà a strologare sull’insufficiente sbocco democratico e di partecipazione offerto alle minoranze estranee alla grande coalizione e alla sua filosofia e visione del futuro, valorizzando gli elementi divisivi emersi nella leadership della Csu bavarese e nella nuova destra che predica (Björn Höcke) l’imminenza di tensioni da “guerra civile”.

 

Ma resta in piedi questa cosa gigantesca che è, dal 2005 a oggi, l’epoca di governo e di manipolazione del potere europeo e mondiale da parte di Angela e del suo staff da Germania orientale, così riservato e “uncommunicative” (sempre Kundnani), che si sono affidati senza riserve a un solido patto nazionale di antiche radici. Gerhard Schröder con la sua Mitte, il centro come contenuto politico e istituzionale della nuova Spd, con il suo Sonderweg, la decisione di tirarsi fuori dai “pasticci” americani in politica estera, e con la sua politica energetica espressione del Drang nach Osten, la spinta verso oriente (Schröder passò direttamente dalla Cancelleria a Gazprom), gettò le basi riformatrici di una lunga fase di prosperità e di produttività totale dei fattori, come dicono gli economisti. La Merkel ha gestito tutto questo attraverso crisi a ripetizione, lungo la dorsale della grande e lunga recessione europea, tirandosi fuori per i capelli da ogni possibile pericolo, anche a spese delle peraltro piccole ambizioni egemoniche nell’Unione europea, amministrata talvolta con conveniente miopia come un condominio in cui alcuni inquilini rissosi rifiutavano di pagare le quote.

 

La cosa più interessante è il modello politico, il mezzo che spiega la legittimità dei fini. Merkel ha depoliticizzato la democrazia senza negarla, anzi dandole basi in un paese sommamente inquieto e strutturalmente esposto alle crisi storiche. Ha affermato il governo delle competenze in alleanza con quella straordinaria e non minacciosa figura che è Wolfgang Schäuble, il suo ministro delle Finanze. Ha consegnato ideologismi verdi e di sinistra al loro statuto di minoranza ideologica irrilevante, una rottamazione riuscitissima. E ora, affermando di voler continuare sulla strada intrapresa, fa la stessa operazione, una doccia fredda, gelida, con l’insorgenza di una destra antiglobalizzazione. Chi ha detto che i partiti della nazione e i patti tra diversi e opposti, quando illuminati da un programma razionale, sono la morte della democrazia?

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