cerca

Le avanguardie e i vaffa

Merkel e Renzi. Podemos e Grillo. Sono due le formule politiche sopravvissute, in Europa, alla fine della Guerra fredda, alla mondializzazione e allo scontro di civiltà. Una è tedesca. L’altra è italiana. Il resto è inutile fuffa antiglobalista – di Giuliano Ferrara

22 Dicembre 2015 alle 10:45

Le avanguardie e i vaffa

Il leader di Podemos, Pablo Iglesias (LaPresse)

Altro che Spagna all’italiana. I fenomeni politici e antipolitici che si aggirano per l’Europa, e che il voto spagnolo ripresenta in una ennesima variante, dopo Haider, Le Pen, Farage, Wilders e molti altri, sono stati tutti anticipati dall’Italia, e di molti anni. D’altra parte la storia del Novecento e del fatale avvento internazionale del fascismo dice chiaro e tondo che questo paese iperpolitico è sempre all’avanguardia nella creazione di movimenti e regimi capaci di generare ed esportare modelli, miti, combinazioni sapienti e futilità al limite della follia. Ora questo Pablo Iglesias parla di “compromesso storico nell’ora degli statisti”, e non so bene se sappia di cosa parla, ma anche il linguaggio evanescente dei divi da talk-show ha una dimensione sintomatica.

 

Nel 1994 Berlusconi incarnò la crisi del sistema dei partiti, l’affermazione delle leadership personali e tendenzialmente antipolitiche o extrapolitiche, di marketing o di mercato, e uno specifico vento del nord in alleanza discorde con Bossi e la Lega d’antan: innescato il maggioritario, con diverse leggi elettorali nacque una cosa mai vista prima da noi, l’alternanza di forze diverse alla guida del governo. Governò Berlusconi, poi Prodi, poi di nuovo Berlusconi, poi Prodi, poi Berlusconi (intermezzi più o meno velleitari Dini, D’Alema, Monti d’emergenza e tecnocratico, Letta jr. di unità nazionale floscia).

 

Il sistema era cambiato nel profondo, e la sinistra si dissolse nell’ordalia antiberlusconiana: nacque il Partito democratico, una specie di partito della nazione, che decollò poi con la guida di un giovane scout della ex Margherita fattosi da solo sindaco di Firenze e rottamatore del nucleo duro postcomunista in nome della società civile e della nuova generazione politica. Entra in stallo l’alternanza, dunque, nel 2013. Tempo sei mesi, via patto del Nazareno, è staffetta di Berlusconi con Renzi: nuova legge elettorale che introduce il doppio turno di ballottaggio, riforma istituzionale con referendum, eccetera). Nella sequenza era intervenuto gridando “vaffanculo” un attore comico annoiato, che ora ha ripreso a fare il suo mestiere di cabarettista: ci lascia dalle elezioni del 2013 un piccolo boom petulante (#vinciamonoi) che è pegno di volubilità più che di instabilità, che si riproduce nella girandola dei sondaggi, con una vociante e autoritaria propensione all’apertura della scatola di tonno delle istituzioni, un linguaggio anticastale in mano a una classe dirigente ridicola (un solo nome: Casaleggio).

 

[**Video_box_2**]Nessuno ovviamente sa come andrà a finire. Ma dopo la ritirata strategica di Tsipras dal bluff antiglobalista e antieuropeo, di fronte al ritorno di fiamma indignato di marca castigliana destabilizzante, e all’indomani della nuova chiusura opposta dalla Costituzione della République e dal maggioritario inglese alle Le Pen e a Farage, in Europa ci sono due modelli politici due: quello tedesco, fondato sulla sopravvivenza dei partiti storici insieme al governo, democristiani e socialdemocratici; e quello italiano, basato sulla costruzione di leadership maggioritarie che prendono atto della crisi storica dei partiti e delle ideologie o culture di riferimento anche nella forma del radicale rinnovamento generazionale. Merkel o Renzi. Per ora sono due e solo due le formule di governo e di guida sociale sopravvissute alla fine della Guerra fredda, alla mondializzazione, allo scontro di civiltà. Una è quella italiana, ed è in fondo, nonostante tutto, la più pimpante. Interessante, no?

 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi