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Chi è Nannicini, il consigliere del nuovo scacchiere renziano

La sua ascesa nei piani di Renzi. Economista, fu minoritario, poi ha rottamato la concertazione. E’ bocconiano, ma a trazione fiorentina, non americana. Perché, oggi, i dossier economici prima passano da lui.

10 Dicembre 2015 alle 06:15

Chi è Nannicini, il consigliere del nuovo scacchiere renziano

Il professor Tommaso Nannicini

Roma. Un Cancelliere a Palazzo Chigi. Con la “C” maiuscola, si noti bene, come il Cancelliere dello Scacchiere del governo inglese, come George Osborne per il premier britannico David Cameron. Una mente economica, con annesse braccia operative, e con domicilio diverso da Via XX Settembre; insomma più vicino ancora al governo di quanto non sia il ministero dell’Economia. Certo, un Osborne a Palazzo Chigi, per l’attuale assetto istituzionale italiano, equivarrebbe a un ircocervo, tuttavia Matteo Renzi si sta adoperando eccome per crearlo in provetta. Anche perché il presidente del Consiglio si è convinto, dopo vari tentativi più o meno consapevoli, di avere individuato la persona adatta: il professor Tommaso Nannicini, nato a Montevarchi (Arezzo) nel 1973. Solido economista, ma anche animale politico abituato in gioventù a giocare da posizioni di minoranza, con un presente da riformista di governo e “un futuro relativamente prossimo da ministro dell’Economia”, si sbilancia addirittura un suo collega bocconiano.

 

Iniziamo da queste settimane. Prima che il Consiglio dei ministri varasse la legge di Stabilità, è stato proprio Nannicini a fare da trait d’union tra Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia guidato da Pier Carlo Padoan. Lui ancora a supervisionare i principali dossier a rischio modifica in Parlamento. Lo scorso anno, di questi tempi, quel compito era toccato a Yoram Gutgeld. Mr. 80 euro continua a consigliare Renzi, ma il suo ruolo è mutato nel corso del rimescolamento dei consiglieri economici avvenuto la scorsa estate. Federico Fubini, sul Corriere della Sera, ha descritto il tentativo di formalizzare un nuovo assetto degli economisti-consiglieri di Palazzo Chigi con un’unità di crisi in stile Casa Bianca. Meglio, “un’unità di missione” con esperti distaccati dalla Banca d’Italia (già due i nomi individuati, secondo quanto risulta al Foglio), dalla ragioneria di Stato e dall’Inps, poi un nucleo duro di esperti a disposizione full time (tra cui il giurista Maurizio Del Conte, gli economisti Luigi Marattin e Marco Leonardi), e infine un circolo più ampio di accademici e ricercatori raggiungibili informalmente per dossier specifici che si presenteranno di volta in volta. Per Nannicini si è parlato più volte di un sottosegretariato ad hoc alla presidenza del Consiglio. Forse si farà a gennaio, in occasione di un mini rimpasto di governo, altrimenti Renzi si è comunque impegnato a formalizzare al meglio la posizione di Nannicini come coordinatore della suddetta “unità di missione”. Gutgeld, che tra l’altro ha visto ridurre in finanziaria i risparmi da ottenere con la centralizzazione della spesa da 3 miliardi a 200 milioni di euro, e che pare meno portato per il gioco di squadra, ha pur sempre il suo mestiere da parlamentare.

 

Nannicini, invece, nasce come economista, e la passione per l’accademia non l’ha ancora abbandonato. Renzi lo sa, come sa che Nannicini si è aggiudicato un lauto finanziamento dell’Unione europea, oltre un milione di euro dello European research council per una ricerca sulla “mentalità politica”, “Political Mind: Explaining Politicians’ and Voters’ Behavior”. Dalla Bocconi, dove non mancano sparuti mugugni per un professore divenuto ordinario piuttosto giovane e che subito ha chiesto una pausa dall’impegno accademico (anche se in questo primo semestre ha tenuto regolarmente i suoi corsi), fanno sapere che in realtà il prof. ha appena ottenuto il congelamento per due anni del grant. Buone notizie per Renzi, quindi. Tra i colleghi si fatica, inutilmente, a trovare chi voglia indugiare troppo su eventuali manchevolezze del Nannicini accademico. E’ laureato in Scienze politiche, si è addottorato in Italia dovendosi scornare meno di altri con la modellistica, ma questo succede anche nelle migliori famiglie. La “political economy” è il suo campo prediletto, sulla scorta di  italiani quotati anche all’estero come Alberto Alesina (Harvard) e Guido Tabellini (Bocconi). Un approccio teorico secondo cui i politici non sono da considerare a prescindere come dei “massimizzatori del bene comune”, ma allo stesso tempo non vanno demonizzati: la via di mezzo della political economy postula che i nostri rappresentanti siano, un po’ come tutti, individui soggetti a incentivi e vincoli. Rispetto ai più teorici Alesina e Tabellini, Nannicini ha preferito finora cimentarsi con gli aspetti empirici di questo approccio.

 

Perfino nelle pieghe del curriculum accademico, però, si annida il Nannicini politico. Che a differenza dei più noti bocconiani – dal 66enne Francesco Giavazzi al 54enne Roberto Perotti e al 50enne Fausto Panunzi, per citarne tre con Ph.D. al Massachusetts Institute of Technology di Boston – non ha scelto l’America per lunghi e decisivi periodi di studio; piuttosto, l’Osborne in fieri di Renzi ha una formazione molto fiorentina: laurea alla Cesare Alfieri di Firenze dal 1992 al 1997, poi dottorato all’Istituto universitario europeo di Firenze dal 2000 al 2005. Un passaggio al Mit, dopo il master alla Bocconi sotto la supervisione di Andrea Ichino, a dire il vero lo ha fatto anche Nannicini, ma nel 2001 e come visiting scholar. Sufficiente per cominciare perlomeno a tifare i Boston Red Sox, la squadra locale di baseball, seconda per allure internazionale solo ai New York Yankees. Per l’esperienza accademica internazionale ha preferito la Universidad Carlos III di Madrid, in Spagna; in quel paese si trasferisce con la prima moglie, la seconda invece – sposata proprio in questi giorni – è l’economista italiana Veronica Grembi, della Copenaghen Business School. Comunque non cedere alla sirena dei college americani, preferirle una formazione “fiorentina”, di questi tempi può avere i suoi vantaggi. La toscanità, per usare un eufemismo, oggi non è d’impedimento per entrare nell’inner circle di Palazzo Chigi. Come non è d’impedimento il fattore generazionale: Nannicini, appunto, ha appena varcato la soglia dei 40 anni.

 

 

[**Video_box_2**]Dal Psi alla mozione Morando

Il fatto di aver respirato politica fin dalla giovane età, tuttavia, è il vero atout che distingue Nannicini dagli altri bocconiani, e in generale da quegli accademici che sono stati anche loro attratti dall’idea di sperimentare le proprie teorie nella stanza dei bottoni e che presto si sono scoperti allergici al sangue e alla merda costitutivi dell’attività politica secondo la celebre definizione del socialista Rino Formica. Il prof. preferito di Renzi è figlio di Rolando, già sindaco comunista, poi deputato eletto fino al 2013, quando ormai il Pci si era trasformato in Pd. Nannicini figlio, oltre a non disdegnare le montature d’occhiali spesse in stile Bettino Craxi, rivendica d’aver fatto in tempo – giovanissimo – a iscriversi al Psi prima che fosse definitivamente rottamato assieme con la Prima Repubblica. Nemmeno trentenne si iscrive poi ai Ds e al Congresso del 2001 si mette a battagliare per la mozione liberal di Enrico Morando. Mozione che arriva terza sulle tre in corsa, dietro quella più a sinistra di Piero Fassino (61,8 per cento) e quella ancora più a sinistra di Giovanni Berlinguer (34 per cento), con uno striminzito 4,1 per cento dei consensi delle sezioni di partito. E solo il 2 per cento nella sua Toscana. Michele Salvati, politologo e tra i primi teorizzatori del Partito democratico, disse allora che la mozione Morando doveva essere la cartina di tornasole dello stato di salute del socialismo liberale nei Ds; Nannicini all’indomani del Congresso chiosò: “Se cartina di tornasole doveva essere, non ha funzionato”. Nella stessa occasione pubblica, come emerge dagli archivi audio di Radio Radicale, il giovane morandiano non defletteva comunque dal tessere le lodi di una “sinistra liberale-riformista, laica e socialista”. Una sinistra che doveva avere caro Amartya Sen non soltanto per i suoi studi sulla diseguaglianza, ma anche perché il Nobel considerava “il libero scambio un valore in sé e il mercato un motore di sviluppo”. Idem per Joseph Stiglitz, da citare non solo come teorico dei fallimenti di mercato – ammoniva Nannicini lasciando trasparire un po’ di secchionaggine – ma anche per il suo scetticismo rispetto all’idea che l’interventismo statale sia sempre esente da problemi. “Il riformismo senza popolo non è un problema di comunicazione, ma un problema politico – diceva Nannicini – Perché è un riformismo senza convinzioni”. Seguì dunque un lungo lavoro ai fianchi dei riformisti senza convinzioni: dentro l’associazione Libertà Eguale, sulle colonne della rivista Ragioni del Socialismo di Emanuele Macaluso, e lì il futuro prof. conobbe anche Antonio Funiciello, suo caro amico (non toscano) assieme al quale animò dal 2009 al 2012 la rivista online Qdr – il nome “Qualcosa di riformista” lo inventò proprio Nannicini, Funiciello ne fece la versione più pop con l’acronimo – e con il quale oggi si ritrova a Palazzo Chigi. Non sono mancate le interruzioni nell’impegno politico, vuoi per le delusioni causate dai compagni di partito (alle elezioni regionali del 2005 non venne candidato), vuoi per la solita voglia di rimettersi sui libri. Nannicini ricomincia così la scalata fino a divenire ordinario alla Bocconi, limitandosi a intervenire nel dibattito pubblico con i suoi articoli su Lavoce.info, nella cui redazione si entra per cooptazione e con discreto sprint se a cooptarti è proprio il direttore, Tito Boeri, bocconiano anche lui e quest’anno chiamato da Renzi a dirigere l’Inps. Dirige anche LinkTank, pensatoio de Linkiesta.it, dove incrocia Filippo Taddei, civatiano poi diventato capoeconomista del Pd renziano.  Nel 2011 esce l’ultimo libro curato in toto da Nannicini, è intitolato “Non ci resta che crescere” ed è una sorta di ibrido: economico per i contenuti e per gli autori coinvolti, politico per il messaggio sottostante e le prescrizioni di policy che suggerisce. In quel momento l’economista, evidentemente, sta rimuginando: tornare a fare politica? Alle primarie del 2012, quelle che Renzi perde contro Pier Luigi Bersani con 20 punti percentuali di distacco, si è già avvicinato all’allora sindaco di Firenze. Al punto che Morando poi farà il suo nome per una candidatura nel listino bloccato del Pd alle elezioni del 2013, ma Bersani lo esclude.

 

L’attuale presidente del Consiglio, invece, lo vuole subito con sé a Palazzo Chigi nella primavera del 2014. Il primo dossier importante assegnato a Nannicini è stato il Jobs Act, cioè la riforma più radicale approvata finora dall’esecutivo, oltre che la più apprezzata all’estero, a Bruxelles come a Francoforte e a Berlino. Il superamento definitivo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è di per sé uno choc per gli standard italiani, ma anche il metodo con cui ci siamo arrivati è una novità di non poco conto. Perché mentre Renzi tuonava in pubblico contro l’immobilismo dei sindacati, sia dei lavoratori sia degli imprenditori, Nannicini “faceva saltare nei fatti la classica concertazione”, dice un giuslavorista che lo ha visto all’opera. Il prof. di Montevarchi aveva idee molto chiare su quello che avrebbe dovuto essere un mercato del lavoro più moderno e si è potuto avvalere dell’aiuto di Maurizio Del Conte (altro prof. bocconiano, appena promosso a presidente dell’Agenzia nazionale per le Politiche attive del lavoro) per la messa in prosa giuridica. Le consultazioni con giuslavoristi, sindacati e imprenditori, incontrati a turno e comunque tutti sullo stesso piano, sono state assolutamente informali; soprattutto, ruotavano sempre attorno a input politico-legislativi già stabiliti da Nannicini. Per fare un raffronto, basti ricordare che nel 2007, per un mero protocollo sul welfare, ci vollero tre mesi di trattative governo-sindacati prima che il testo approdasse in Parlamento.

 

Prima della legge di Stabilità, Nannicini ha seguito anche, per Palazzo Chigi, tutti i decreti attuativi della delega fiscale. Non mancano i lobbisti che ora dicono di averlo visto “in difficoltà su una materia che evidentemente conosce meno del lavoro”. Di pari passo con la manovra si è occupato poi del ddl Concorrenza, e dal ministero dello Sviluppo invece c’è chi si felicita perché “si può parlare con un economista, finalmente, in una Pubblica amministrazione che è stata sempre il regno dei legulei”. Nannicini, su dossier come le liberalizzazioni o l’ammodernamento del welfare, “è più renziano di Renzi”, dice un membro del governo. Vale a dire: più riformatore. Ma ha duttilità intellettuale sufficiente e affiatamento con il leader tale da non tradire mai in pubblico il lavoro di squadra compiuto. E’ un aspetto, quest’ultimo, che lo fa assomigliare al ministro dell’Economia Padoan. Che invece continua a essergli superiore per esperienza e dimestichezza con le burocrazie, soprattutto quelle brussellesi. Tuttavia c’è già chi, osservando dall’esterno il tragitto di alcuni dossier chiave, e soppesando il profilo inedito del bocconiano a trazione fiorentina, immagina una futura staffetta. Dal ministro al Cancelliere.

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