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La vittoria della Le Pen vista da Palazzo Chigi

Ecco come non tifare per il Front national, capirne il successo (relativo), e prendere utili contromisure. Alcune considerazioni, partendo però da un punto di cautela. C’è un secondo turno, c’è la speranza di uno scatto d’orgoglio dell’elettorato in tante regioni, all’insegna dei valori repubblicani.

8 Dicembre 2015 alle 11:07

La vittoria della Le Pen vista da Palazzo Chigi

Marine Le Pen (foto LaPresse)

Quello di Le Pen, anzi delle Le Pen, al primo turno delle regionali in Francia è un risultato preoccupante. A proposito, chissà se il duo Marine-Marion, anzi il trio, aggiungendo il padre messo da parte con efficace tempismo, il truculento e strabordante Jean-Marie, non prepari nuovi episodi sul genere “Games of Thrones”. In fondo quella dei Le Pen è una saga più hollywoodiana di quanto vogliono farci credere. Più buona vecchia tv che nuova politica, ecco. Un gioco già riuscito – parzialmente – dalle nostre parti a un vecchio arnese televisivo come Beppe Grillo.

 

Alcune considerazioni, partendo però da un punto di cautela. C’è un secondo turno, c’è la speranza di uno scatto d’orgoglio dell’elettorato in tante regioni, all’insegna dei valori repubblicani. La Francia merita di meglio. E da fuori dobbiamo prima di tutto esprimere fiducia nell’elettorato francese. Guardiamo Parigi. Che non ha votato Fronte nazionale, che ha respinto una risposta di rabbia e odio agli attentati. Verrebbe da dire: viva Parigi oggi, viva la Francia domani. Spetta ora ai francesi dare una risposta. Noi possiamo provare a  interrogarci su cosa significa questo sul piano europeo. Pur senza cadere nel catastrofismo.

 

Seconda considerazione. Le Pen si dice paladina della Nazione. Con il suo primo commento la notte del risultato del primo turno ha messo in evidenza tutto il limite della sua offerta politica. In questo è straordinariamente superata e superabile, al netto della capacità mediatica. Le Pen ammicca a un estremismo di centro (per fare riferimento a Claus Leggewie) per regolare i conti con i partiti e i movimenti che erano riusciti a emarginare l’onda lepenista sin qui. Ma al di là della vendetta per il padre emarginato dal sistema politico e poi da lei stessa mandato in soffitta (contraddizioni della vita) non se ne capisce il progetto per il suo paese. Dà alla sua opinione pubblica un messaggio completamente falso. Tra un paio di decenni né la Francia ne qualsiasi altro paese europeo da solo sarà nel G7.  Questo non è colpa dell’Europa. Ma della storia, che per fortuna va avanti. La Nazione non darà sicurezza ai cittadini francesi. Ne darà sempre meno, in realtà. Che cosa altro hanno dimostrato questi anni, compresa la follia omicida dei giovani mostri cresciuti nelle banlieue europee e poi cadute nella trappola del fanatismo fondamentalista? Quella risposta la può dare, o provare a dare, solo una forza maggiore, quella europea.

 

[**Video_box_2**]Terza considerazione. L’Europa ha bisogno di un rilancio, prima di tutto della sua economia. Perché gli illusionisti possono anche vincere e fare danni duraturi se non c’è un’alternativa percepita come credibile. Dobbiamo completare l’Unione economica e quella politica. Le due cose sono collegate. Una strategia che parta da un bilancio comune più forte e da politiche comuni più forti, con un risk sharing di titoli garantiti sul bilancio comunitario per investimenti e per strumenti di politiche (asilo, sicurezza). E’ la lezione delle crisi finanziaria, dei profughi, del terrorismo. Serve leadership. Senza quella, non vi sarà consenso. Se attendiamo che il consenso arrivi dal cielo, resteremo delusi. Senza un progetto condiviso in primo luogo da Francia, Germania e Italia, non andremo avanti e neanche potremo stare fermi perché la storia ci sopravanza. C’è qui un tema enorme per il centrosinistra europeo e in primo luogo per quello italiano, che ne è allo stato la componente più di successo. Blair e Zapatero, con le dovute differenze, hanno segnato due fasi della sinistra europea. A entrambi sono mancati una visione e un impegno reale per l’unità europea. Dunque, sono stati leader parziali, incompiuti. Possiamo imitarli, o fare di meglio. Possiamo cantilenare all’infinito sui danni della austerità o invece portare il dibattito finalmente su un terreno più avanzato.

 

 

Il tema non è l’austerità

 

Quarto. La Francia ha sforato per anni alcuni vincoli europei. Finalmente, con il presidente Hollande e soprattutto con le riforme del ministro Macron sembra guardare avanti e ispirarsi alla via italiana. Riforme, investimenti, solidarietà intergenerazionale. Il tema dunque non è l’austerità ma quale modello di sviluppo. Quali valori in una società complessa, dove la politica e il consenso si sono fatti liquidi, dove la spinta propulsiva del Dopoguerra è un lontano ricordo, e il vivere a debito delle generazioni future e di altre parti del mondo è un gioco rischioso. Quale impegno straordinario, dunque, per una unione delle politiche. A Bruxelles e nelle principali capitali europee prevale la convinzione che fino al 2017 (fino alle elezioni presidenziali in Francia e politiche in Germania) l’Ue debba evitare un ripensamento della sua struttura. Il primo turno di elezioni regionali non va esagerato. Certo, neanche ignorato. Dopo il 2017 potrebbe essere troppo tardi per una iniziativa congiunta.

 

Infine, il legame con l’Italia cui accennavo all’inizio. Le Pen vuole incarnare l’antipolitica, cavalcarla. Anche in questo, è straordinariamente vecchia e noiosa. Non ha una idea di futuro. Ma ci sfida, appunto, ad averne una noi. Buongiorno.

 

 

Marco Piantini è consigliere per l’Europa di Palazzo Chigi

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