cerca

Altro che “choc”

La durata e poi le élite. Dov’è nata l’insurrezione repubblicana dei Le Pen

E’ del direttore del Figaro la definizione forse più stringente di quello che ci si ostina a chiamare choc ma dello choc, cioè del trauma improvviso, non ha nulla. La sfida totale al potere francese, la trattativa mancata che l’ha preceduta, il fallimento altrui e la carta mainstream.

8 Dicembre 2015 alle 10:26

La durata e poi le élite. Dov’è nata l’insurrezione repubblicana dei Le Pen

Marine Le Pen (foto LaPresse)

Marine e Marion, zia e nipote: sembra una filastrocca gentile per bambini. Eppure è stato un voto da insurrezione repubblicana. Legale, nonviolenta, ma pur sempre insurrezione. E’ del direttore del Figaro la definizione forse più stringente di quello che ci si ostina a chiamare choc ma dello choc, cioè del trauma improvviso, non ha nulla. E’ insurrezione per l’ampiezza, per la voglia brutale di regolare definitivamente i conti e di non fare prigionieri. E’ insurrezione perché è una sfida totale al potere, alle sue articolazioni, all’establishment, economico-finanziario, tecnocratico, culturale. E lo è perché in fondo, come ogni insurrezione, anche questa è una trattativa mancata: per trentadue anni con Le Pen padre non si è parlato, non si sono fatti dibattiti, quando veniva invitato in televisione i giornalisti del politicamente corretto facevano a gara a chi lo prendeva in castagna, lo faceva cadere in trappola, peraltro senza riuscirci.

 

La sinistra, anziché trattarlo come espressione di un nazionalismo in forte ritardo sulla storia, ne ha fatto la peste bruna. La destra ha avuto paura del contagio: un signore gentile come l’ex primo ministro liberale Raymond Barre acquistò benemerenze dicendo che non si va a pranzo con il diavolo nemmeno con “une longue cuillère”.

 

Così, quando la partita è uno contro tutti, può anche accadere che l’uno faccia proprio di questo il suo cavallo di battaglia, l’idea forza, tratti socialisti e gollisti come doppia espressione di una sola nefandezza, bonnet blanc e blanc bonnet, zuppa e pan bagnato. E che grazie alla solitudine, alla differenza, magari riesca a vincere.

 

Irruppe sulla scena alle amministrative del 1983 nel regno di François Mitterrand, da percentuali da zero virgola balzò in doppia cifra: da allora, un crescendo. Fino all’exploit del 21 aprile 2002, quando arrivò davanti al socialista Lionel Jospin al primo turno delle presidenziali e conquistò il diritto di affrontare al ballottaggio il presidente uscente Chirac. Già allora dunque il Front era diventato il secondo partito, superando il Ps. Questa domenica, si è piazzato al primo posto, il maggiore partito del paese riuscendo nell’impresa quasi impossibile di triplicare il suo score rispetto alle regionali precedenti. C’entra anche la sua operazione sistematica per guadagnare consensi nell’elettorato mainstream, come illustrato in un’inchiesta dello Spiegel che dà conto delle nuove adesioni al Fronte tra accademici, industriali e studenti. E perfino nel mondo intellettuale conservatore disilluso dal gollismo, o addirittura tra i musulmani con l’iniziativa “Patrioti nelle banlieue”.

 

Non è detto però che vinca, domenica prossima, quando si terrà il secondo turno: i socialisti hanno deciso di desistere dove sono arrivati terzi, invitando i propri elettori a sostenere i candidati sarkozisti. Accetteranno di non avere nemmeno un eletto per sei anni in alcune assemblee regionali, per un vecchio partito fatto anche di feudatari e clientele locali somiglia molto a un suicidio. E non è detto che serva a qualcosa questo sacrificio dettato dalla disperazione: nelle due regioni, del nord e del sud, Marine e Marion hanno quasi raccolto più voti di quelli totalizzati dai due candidati, sarkozista e socialista. E gli elettori di sinistra di Marsiglia, Nizza e Avignone non si commuoveranno certo vedendo il sarkozista e chiacchierato Chistian Estrosi fare campagna con lo slogan “le résistant”, come un nuovo Jean Moulin.

 

A favore delle bionde Le Pen ha giocato una situazione unica, tanti fattori concomitanti e tutti a favore. La paura e il dolore per le stragi. L’emergenza immigrazione, benché il flusso sia stato molto inferiore ad altri paesi e gli episodi di Ventimiglia e Calais seppure molto mediatizzati hanno riguardato non più di cinquemila persone. L’esistenza di una comunità musulmana che è la più numerosa d’Europa. Infine e soprattutto il fallimento degli altri, di chi si è succeduto al governo negli ultimi dieci anni.
Nicolas Sarkozy era riuscito all’inizio a imbrigliarli, a farli regredire: aveva marciato sulle stesse terre del Front conquistandone parte dell’elettorato, con la promessa del pugno duro in materia di sicurezza, il karcher alla racaille. Ma la sua idea di nuova Francia è volgarmente naufragata nell’arroganza e nella paranoia.

 

François Hollande ha proprio sbagliato secolo: governa in deficit, aumenta le tasse. L’arrivo dello sbarazzino insensibile alle ideologie Emmanuel Macron è stato tardivo, i risultati della nuova politica economica si fanno attendere. In tre anni i disoccupati sono aumentati di settecentomila unità, quarantamila nel solo mese di ottobre.

 

La Francia è notoriamente un paese frammentato in sindacati, associazioni di categoria, circoli, amicales e confraternite di ogni genere, una giungla: che a differenza degli Stati Uniti vive di ossigeno pubblico, ha bisogno costante della protezione statale.  Quando il potere balbetta, la pentola comincia a bollire. Quando il potere centrale cambia ma balbetta di nuovo, la pentola ribolle. Che la collera venga dai francesi d’en bas, dagli umili e dagli esclusi o da quelli che credono nella razza bianca e cristiana e non vogliono perdere territorio e anima o da quelli che banalmente sognano il ritorno alla piena sovranità nazionale, è questione ormai di poco conto. La politica francese non potrà più essere la stessa. Per i partiti europei storici, per la socialdemocrazia, per i popolari, per l’Europa stessa, è allarme rosso.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi