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In che senso Maroni sugli immigrati ha torto marcio

Il governatore della Lombardia rischia di avere politicamente ragione sulla questione dell'accoglienza. Nei fatti, però, le cose non stanno esattamente così.

8 Giugno 2015 alle 19:54

In che senso Maroni sugli immigrati ha torto marcio

Il governatore della regione Lombardia, Roberto Maroni (foto LaPresse)

Milano. Con la puntualità degli orologi fermi, Angelino Alfano s’è trovato dalla parte della ragione quando ha replicato al suo “predecessore” al Viminale, Roberto Maroni, che si limiterà a fare quello che fece “lui al mio posto”, quando nel 2011 chiese ai sindaci e ai governatori di accogliere gli immigrati (l’emergenza era la Libia) secondo le quote decise dal governo. Maroni, da ministro, parlò di necessità di una “distribuzione equa” e di “solidarietà delle regioni”. Per Alfano, “lui ha oggi gli stessi poteri e gli stessi doveri che avevano i presidenti delle regioni” quando fu ministro dell’Interno. Più che altro, si deve notare che un governatore leghista che minaccia di tagliare i fondi regionali ai comuni che non rispettano la linea del governo regionale sulle quote degli immigrati da accogliere fa una figura assai poco federalista. Ma questo è il mercato politico del momento. Infatti, la faccenda delle quote di profughi, e le boutade di Maroni sui comuni, rischiano di diventare una guerra d’immagine spigolosa per il Viminale e per il governo.

 

La posizione di Maroni, ad alto tasso di demagogia, è infatti popolare al nord anche in settori dell’elettorato di sinistra di fascia sociale bassa (i flussi di voto delle regionali insegnano qualcosa in questo senso). Ma soprattutto la mossa di Maroni, cui si sono aggiunti immediatamente il Veneto di Luca Zaia e più ancora la Liguria di Giovanni Toti, possiede un contenuto non soltanto propagandistico, ma più compiutamente politico. I governatori del nord di centrodestra da molto tempo (a dirla tutta dal tempo del governo Monti) evitavano di intervenire sul livello nazionale. Ora, con l’andamento incoraggiante delle regionali, l’emergenza immigrazione si presenta come un’occasione propizia per mostrare un fronte politico compatto, di opposizione, su un tema concreto. Soprattutto, è un argomento politico spendibile per un programma condiviso tra due partiti che, con qualche sospettosità, provano a imbastire un nuovo rapporto. Del resto il nodo del contendere è tale per cui al Viminale non basta aver formalmente ragione. E neppure basta al governo.

 

[**Video_box_2**]Ha buon gioco nel centrodestra chi rinfaccia a Renzi l’inefficacia a livello europeo delle richieste per una più equa gestione degli immigrati. Non a caso le risposte da sinistra sono state finora più che altro moralistiche, ai limiti della petizione d’intenti. E non sono certo le battute di Debora Serracchiani a Maroni sui tassi di migranti realmente accolti a spostare il giudizio dell’opinione pubblica del nord. Sergio Chiamparino ha ragione quando dice che se il governo facesse come vuole fare Maroni, taglierebbe i fondi alla Lombardia perché disattende un accordo tra regioni e governo del 2014, “quando decidemmo di farci carico tutti, in modo equilibrato, di chi arriva in Italia fuggendo da fame e guerra”. Motivi sufficienti, per il governo, per puntare a una gestione tecnica, non ideologica, dell’emergenza. Un effetto calmiere, in senso politico.

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