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Quel virus personalistico che minaccia la democrazia italiana

La dimensione celebrativa che caratterizza la ricorrenza del 25 aprile va al di là dei 70 anni trascorsi da quel giorno in cui l'Italia tornò libera. Si avverte quest'anno è la sensazione che quella democrazia politica conquistata in quel lontano giorno sia in affanno.

25 Aprile 2015 alle 16:10

Quel virus personalistico che minaccia la democrazia italiana

foto LaPresse

La dimensione celebrativa che quest'anno ha caratterizzato la ricorrenza del 25 aprile va al di là dei 70 anni trascorsi da quel giorno in cui l'Italia tornò libera dopo 20 anni di fascismo e dopo 5 anni di una guerra terribile.Quel qualcosa in più che si avverte quest'anno è la sensazione che quella democrazia politica conquistata in quel lontano giorno sia in affanno. Protagonisti della liberazione e della rinascita furono, infatti, i partiti di massa, democristiani, socialisti e comunisti, oltre ad alcuni partiti minori, come quello liberale e l'azionismo, enclave politiche ricche di intellettualità capaci di apportare al governo del paese qualche saggezza in più.

 

Oggi tutti i partiti versano in una crisi profonda,culturale e politica, che ha messo in moto, come sempre capita in circostanze simili, una evoluzione personalistica delle forze politiche che dura ormai da 20 anni. Questa mutazione genetica dei partiti ha prodotto una selezione cortigiana della classe dirigente tenuta insieme non più da una cultura di riferimento ma da logiche di potere, di fedeltà e di convenienza come accadde negli ultimi anni dello stato liberale prefascista. A questo progressivo sfarinamento dei protagonisti della politica e alla loro evoluzione personalistica ha corrisposto una decadenza del paese sul terreno economico e sociale oltre che su quello ambientale e amministrativo. Dal 1995 l'Italia non ha più avuto tassi di crescita significativi diventando, su questo piano, la Cenerentola dell'Europa, ha visto crescere il proprio debito pubblico del 150 per cento, un aumento della disoccupazione e della sottooccupazione impressionante con un impoverimento di massa che non ha toccato solo le classi storicamente più deboli ma ha pesantemente coinvolto quel ceto medio che aveva raggiunto livelli di benessere soddisfacenti. E tanto per concludere ha visto crescere uno tsunami di disuguaglianze sempre più legate alla egemonia della finanza, fonte di profitti irragionevoli, e alla conseguente asfissia dell'economia reale con salari e profitti sempre più in picchiata.Tutto ciò ha prodotto, inoltre, un'assenza di manutenzione del paese con conseguenti disastri ambientali che sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti.

 

E' fin troppo naturale che in questo preoccupante quadro politico-economico e sociale riemerga ancora una volta il desiderio insano di un uomo solo al comando. Questo naturale desiderio confonde una leadership con un "padrone". La leadership presuppone e postula un gruppo dirigente che fa della offensiva di persuasione verso l'intera società italiana e del buon senso nell'arte del governare le armi migliori per affrancare il paese dai suoi più grandi bisogni attivando, con il metodo collegiale, una selezione darwiniana della propria classe dirigente. Un "padrone" politico gioca sul versante esattamente contrario facendo il vuoto intorno a se e confonde l'arte del governo con la lascivia del comando cercando di catturare il consenso con l'uso spregiudicato della intimidazione e delle convenienze, singole o di gruppi.

 

[**Video_box_2**]Per sgombrare il campo da equivoci, questo discorso non è rivolto a Renzi ed al suo Pd, un organismo politico geneticamente mutato, ma a tutti i partiti di oggi che affondano nelle sabbie mobili di un personalismo inconcludente e offensivo. Ma sino a quando questa crisi coinvolge i piccoli partiti, il paese non ne soffre. Quando, invece, il virus distruttivo del personalismo colpisce i partiti maggiori il paese e il suo governo ne soffrono drammaticamente e si scatena una guerra di tutti contro tutti con al centro la posta di un potere assoluto fonte, a sua volta, di oscuri presagi. Nel settantesimo anniversario del 25 aprile l'Italia si trova di fronte a questo bivio: o imbocca la strada rovinosa di un sistema politico di stampo peronista in cui i segretari pro tempore nominano a propria immagine e somiglianza i gruppi parlamentari nell'unica camera rimasta, in cui una minoranza prende il potere assoluto nella illusione che nel terzo millennio si possa ripetere una esperienza antica di un uomo solo al comando padrone a un tempo del Parlamento e del governo o, al contrario, prende una stada europea del tipo della democrazia parlamentare tedesca, che unisce governabilità a rappresentatività o di quella presidenziale francese nata propria dalla crisi dei partiti della quarta Repubblica. In quella occasione Charles de Gaulle modificò l'ordinamento dello stato e non solo la forma del potere come si tenta di fare con l'Italicum che offende a un tempo la democrazia parlamentare e quella presidenziale. Ecco perché il 25 aprile di quest'anno è speciale: perché o si procede ammodernando la democrazia politica dei nostri padri o, al contrario, la si consuma nell'illusione di un personalismo provvidenziale fonte di arroganza e di inconcludenza senza che nessuno si offenda perché è in gioco il futuro del paese. 

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