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Più che sul Cav. Renzi conta sui bersaniani pronti al parricidio

La battaglia sull’Italicum tra Matteo Renzi e i suoi avversari interni comincerà dopo Pasqua, ma gli eserciti si stanno già preparando alla pugna e stanno studiando le strategie possibili.

1 Aprile 2015 alle 17:44

Più che sul Cav. Renzi conta sui bersaniani pronti al parricidio

Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi (foto LaPresse)

La battaglia sull’Italicum tra Matteo Renzi e i suoi avversari interni comincerà dopo Pasqua, ma gli eserciti si stanno già preparando alla pugna e stanno studiando le strategie possibili.

 

Il primo scoglio è rappresentato dalla commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati, dove la maggioranza del Partito democratico è in minoranza, perché in quell’organismo parlamentare la fanno da padroni gli oppositori interni ed esterni del presidente del Consiglio. E dunque i renziani hanno cominciato a mettere in giro la voce che potrebbero decidere di sostituirne qualche membro del Partito democratico. In realtà la cosa non è stata ancora decisa, perché l’impatto sarebbe, ovviamente, traumatico. Basti pensare a quel che accadde quando al Senato venne sostituito Corradino Mineo. Ma siccome il premier è convinto che con la parte più coriacea della minoranza pd si possa andare avanti solo per forzature, lascia che questa minaccia venga fatta pendere sulle teste dei parlamentari del gruppo di Montecitorio.

 

Quello che invece il presidente del Consiglio non ha assolutamente intenzione di fare è indurre alle dimissioni Roberto Speranza, o, come lo chiamava lui un tempo, Bob Hope. Speranza, in realtà, gli serve là. Per due motivi fondamentali. Perché in questo modo la parte più dialogante della minoranza, al momento del voto, si sentirà costretta a non venire meno “al vincolo di lealtà che esiste in un partito”. E perché Renzi sa bene che Speranza, ma non solo lui, in realtà, perché anche altri esponenti un tempo bersaniani, tipo Davide Zoggia o Nico Stumpo, che, all’apparenza fanno la faccia feroce, mal sopportano il loro ex segretario. Sono convinti che non ne abbia azzeccata una. Ogni volta che nel Transatlantico di Montecitorio si forma un capannello di giornalisti attorno a Bersani tremano e temono per quello che gli può uscire dalla bocca. E, al pari del presidente del Consiglio, che pure non amano, sono convinti che non abbia nessuna strategia, ma sia mosso solo da uno spirito di rivalsa. A parlamentari che veleggiano tra i trenta e i quarantacinque anni il presidente del Consiglio, in realtà, al contrario di quanto è stato detto e scritto, non ha avuto nemmeno bisogno di offrire un patto generazionale per allontanarli da “padri” ingombranti come Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema. La verità è che è andata proprio al contrario. E’ la minoranza che non vede l’ora di disfarsi di certe figure che ormai rappresentano solo un intralcio. I Fassina e i D’Attorre, dunque, sono delle eccezioni. Kamikaze ancora disposti a farsi esplodere per Bersani, gli altri, seppure con diverse gradazioni e mire, no. Ed è per questo motivo che Renzi, che conosce bene la situazione, non sembra preoccuparsi troppo nemmeno dell’appuntamento parlamentare. Del resto, c’è una fotografia della Direzione dell’altro ieri che riassume alla perfezione quello che sta accadendo dentro il Partito democratico. E’ la foto che ritrae Bersani a colloquio con Pippo Civati. I due sono stati a lungo fuori della sala della riunione, nella terrazza all’ultimo piano del Palazzo del Nazareno, a chiacchierare. Sì, perché ormai l’ex segretario trova più ascolto in Civati che in quelli che un tempo erano i suoi uomini e che adesso sono stufi di un muro contro muro che può portarli solo a sbattere.

 

[**Video_box_2**]Nella realtà, invece, Renzi non fa grandissimo affidamento nelle diserzioni forziste. O meglio, non ne calcola troppe, perché ritiene che alla fine, in molti, nel timore che la legislatura possa finire prima del tempo, timore che lui giudica immotivato, rientreranno all’ovile. C’è una sola carta che può giocare in suo favore. E quella carta, per paradossale che possa sembrare, si chiama Silvio Berlusconi. Più il leader di Forza Italia fa sapere, per bocca sua o delle sue vestali del “nuovo corso”, Debora Bergamini, Maria Rosaria Rossi e Giovanni Toti, che è pronto alla resa dei conti dentro il partito, che vuole rottamare i moderati filo patto del Nazareno, che vuole disfarsi di Denis Verdini e di quelli a lui fedeli, e più le file dei dissidenti azzurri, pronti a dare una mano sull’Italicum, potrebbero ingrossarsi. 

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