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Le annotazioni di ieri e quelle di oggi, a margine di António Lobo Antunes
Leggere una versione piena di sottolineature di “In culo al mondo” dello scrittore portoghese: un itinerario di curve che non si rassegna ad arrivare prima che siano esaurite tutte le diramazioni possibili
António Lobo Antunes è morto il 5 marzo. Ho impiegato i giorni a cercare invano la mia copia di “In culo al mondo”, il libro che mi introdusse a lui, in un intreccio di coincidenze. Mi sono rassegnato a ordinarlo, quella prima edizione Einaudi, 1996 (nel 2009 lo ripubblicò Feltrinelli). Mi è arrivato in buone condizioni, ma con sottolineature – dei trattini sotto le parole invece che linee, una specie di morse – e annotazioni. Da una ho capito che era una lettrice. C’è un’indiscrezione a leggere i pensieri d’altri, sconosciuti, e a chiedersi che cosa li abbia indotti a disfarsi di un libro che pure, così annotato, deve averli presi – trent’anni dopo, tutto è possibile.
Nessuna scrittura, tanto meno i diari, è così personale ed esposta. Avrei voluto ritrovare le mie annotazioni di allora, era il 2000, e confrontarle con le impressioni della rilettura di oggi. La scrittura di Antunes fa pensare a un itinerario di curve che non si rassegna ad arrivare prima che siano esaurite tutte le diramazioni possibili. “… la zavorra lusitana di annunci di matrimoni casti come notai ipermetropi…”. Poteva già finire coi matrimoni, poi con casti, poi con come notai, finisce con ipermetropi e anzi continua. “… struzzi simili a professoresse di ginnastica zitelle, pinguini gottosi con l’andatura di vecchi bidelli coi calli ai piedi…”.
Barocchismi, si direbbe, che trascinano nelle metafore e nelle associazioni imprevedibili e però di colpo rivelatrici il bagaglio di anatomia legale, di sessualità luttuosa e violenze macabre di una tirannide controriformata. Che fa marcire corpi e anime nei disastri della guerra di colonialisti e colonizzati, in un’Angola fatta per esaltare la vita. Antunes ci andò, arruolato volontario, da medico e psichiatra e chirurgo e veterinario, nel ’71 e fino al ’73, lasciandosi dietro una famiglia illustre di zie e genitori smaniosi che diventasse uomo, e una ragazza appena sposata e incinta di una bambina. Nei rari stralci che riportano il linguaggio parlato la forma si fa bruscamente laconica e spoglia, come a segnare un’interruzione, un guasto nella corrente intima dei pensieri e delle ossessioni. “Sei magro”. “Se Dio vuole, il servizio militare lo farà diventare uomo”. “Dottore, ha bisogno di una lavandaia?”. “Pide portata via”. “Era figa, eh? Se la faceva coi terroristi. Era una commissaria, capito? Le abbiamo fatto sciacquare le olive a tutti i nostri ragazzi, e poi un biglietto per Luanda”. “Avevo sperato che il servizio militare ti facesse diventare un uomo, ma con te non c’è niente da fare”.
Nel 1971 la giovane donna cui ero destinato tornò dall’Angola dove giravano un film sul movimento di liberazione di Agostinho Neto, l’Mpla – “se la faceva coi terroristi”. Il 25 aprile del ’74 il fascismo portoghese finì nel rosso sbronzo dei garofani, il libro di Antunes sarebbe uscito nel ’79, la traduzione italiana fu opera, impervia e felicissima, di Maria José de Lancastre, “con la collaborazione di Antonio Tabucchi”. Commuove, la dicitura, di due persone difficili da ricordare l’una senza l’altra (anche la breve moglie di Melo Antunes si chiamava Maria José). Lei avrebbe voluto tradurre il titolo portoghese, Os Cus de Judas, “Il buco di culo del mondo”, che è la traduzione più appropriata, e la Einaudi ritenne che fosse troppo, Dio la perdoni. Antonio Tabucchi me lo regalò in galera, parlavamo della paura, ci registravamo. “In questo libro qui che ti ho portato, questo ‘In culo al mondo’, che è veramente un grande libro, siamo nel mezzo a quella sporca guerra e veramente la paura impregna tutto, trasuda. Anche la capacità con cui per esempio… perché per parlare della paura ci vuole coraggio, e lui ne ha avuta tanta di paura e qui la senti, però il coraggio che ha avuto nel raccontarla… e la rimozione che io ho notato adesso in Portogallo, che è tipica di tutti noi, e non è assolutamente, la mia, una forma di condanna, né di censura, e neanche solo di critica, eppure della guerra coloniale non ne vuole parlare più nessuno, a parte Lobo Antunes e un altro scrittore o due che hanno avuto il coraggio di rimestarsi nelle viscere. Sai, io mi ricordo la nostra generazione, compagni di Zé [Maria José] che dovevano partire per l’Angola, che avevano ricevuto la cartolina per il Mozambico o per la Guinea… ‘Che faccio? Scappo stanotte? Cerco di passare i Pirenei, di andare in Spagna e poi di andare in Francia… vado via, scappo’”. Io: “Randi, quando l’ho vista la prima volta, tornava a Roma da quella guerra d’Angola, dalla parte dell’Mpla”. Antonio: “Allora c’era la parte giusta. E raddoppiava il terrore di partire da quella sbagliata, io mi ricordo di quei ragazzi, molti non sono più tornati”.
I libri hanno uno strascico, come le spose di una volta o i convogli dei barboni. Ricordano anche da chi sono venuti, e dove. Bisogna che cerchi ancora la mia copia. Per vedere fino a che punto, come succede, le annotazioni a matita di allora coincidano con quelle di oggi. Quando quasi tutto è così cambiato, perduto. Di Lobo Antunes, mi ero accorto allora, ero più vecchio di un mese, dal 1° agosto al 1° settembre del 1942. Ero il più vecchio, non solo di lui. Forse è sorprendente che chi a trent’anni aveva scritto così, di quella esperienza, in quella lingua - “l’agonia vitrea di un ottantenne”… – sia vissuto a lungo e fruttuosamente, portandosi nel letto di amori improvvisati di Lisbona i soldati di Manguando e di Marimbamguendo, pronti “a balzare in piedi nelle loro bare di piombo per esigere da me, con i rassegnati lamenti dei morti, ciò che per paura non ho dato loro: l’ammutinamento contro i signori della guerra di Lisbona”. “La voce dei compagni uccisi che mi chiamavano nel sonno con i capelli avvolti in garze inutili come stracci fluttuanti nel disordine bagnato delle ciocche…”. E che gli restasse ancora del fiato da torcere. Ho letto che da qualche anno non era più padrone di sé. Lessi altri suoi libri. Già allora aveva scritto del “poster di Guevara, quel Carlos Gardel della rivoluzione”, e si cominciava a immaginare il poster di Gardel, quel Che Guevara del tango. I culi di Giuda.