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Piccola Posta

Provare rigetto per il modo in cui ci dirigiamo verso il referendum

Adriano Sofri

Dubito che sia saggio tenere senza quorum il referendum confermativo, lasciando che una minoranza che può essere irrisoria decida del cambiamento della Costituzione. Ma per come è stata condotta la contesa, più che auspicare la vittoria, verrebbe da augurare la sconfitta. Dell’una e dell’altra parte

Ogni tanto succede che ci si trovi davvero di fronte a scelte civili o politiche, o morali, che lacerano le coscienze e dividono le persone, “fin dentro le famiglie”. Succede coi referendum, che sembrano pretendere una chiarezza netta, evangelica – “il vostro parlare sia: sì sì, no no...”. Lo si disse soprattutto del referendum sul divorzio, poi il risultato provò che non era vero, che le idee erano chiare e le mogli non scapparono con le cameriere. Negli anni Venti di questo secolo è successo davvero. Col Covid e il delirio novax, poi con l’Ucraina e il tradimento della solidarietà, infine con il 7 ottobre di Israele e gli 800 giorni di Gaza. Ora si vuole che il referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia assesti il colpo di grazia. Oltretutto, l’assenza del quorum toglie ogni modo a chi voglia manifestare una propria estraneità o un’avversione alla piega assunta dall’affar del sì e del no, a differenza che nei referendum abrogativi, in cui a un astensionismo menefreghista si può affiancare un astensionismo di obiezione. Così, a questo punto della campagna, anche chi, come me, ha ritenuto eccessivo il quorum imposto ai referendum abrogativi, dubita che sia saggio tenere senza quorum il referendum confermativo, lasciando che una minoranza che può essere irrisoria decida del cambiamento della Costituzione. 

P.S. Non ho i diritti civili e ho evitato di riaverli, dunque per me personalmente il problema concretamente non esiste. Rido quando a esemplificare il connubio fra pubblici accusatori e giudici si racconta di averli visti prendere il caffè insieme al bar del tribunale. Io e i miei coimputati fummo processati, in primo grado, da un presidente della corte d’assise che era già stato designato capo della Procura cui apparteneva l’accusa nella nostra causa, e che infatti all’indomani della sentenza - di condanna - passò al nuovo ruolo: dunque nella stessa circoscrizione giudiziaria, nella stessa città, e nello stesso processo. Qualcosa è cambiato da allora, 35 anni fa, e mi figuro che oggi una simile enormità non sarebbe possibile. (Perché non ricusammo quel giudice? Perché non volemmo mostrare di ricorrere a un formalismo, e volemmo mostrare di aver davvero fiducia nelle persone in cui si incarna la somministrazione della giustizia: perché fummo fessi). Oggi prevale decisamente in me il rigetto verso il modo prevalente in cui la contesa referendaria è finora condotta. Questo vuol dire che più che auspicare la vittoria, augurerei la sconfitta. Dell’una e dell’altra parte. Non è possibile, dunque è già avvenuto.

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