Foto Archivio Ansa

piccola posta

Torino di miseria e nobiltà nel dialogo col nonno carrozziere mai conosciuto

Adriano Sofri

Attraverso la storia di Eusebio Garavini, carrozziere e imprenditore operaio il Novecento torinese riemerge in “Al tempo delle officine” come un intreccio di lavoro, conflitti sociali, illusioni politiche e destini individuali, in cui la grande epopea industriale e operaia si misura con le sue contraddizioni e con un futuro ancora incerto

Alla fine di luglio del ’69, alla vigilia della chiusura delle fabbriche e della partenza di un gran numero di operai per i loro meridioni di origine, la Fiat fece diffondere un manifesto in cui si addebitava a Lotta Continua la mancata produzione di una quantità enorme di automobili – addirittura 370 mila, mi pare di ricordare – spiegando che tutto quell’attivismo era stato finanziato dalla Volkswagen. L’iniziativa fu accolta con grande allegria. L’automobile andava forte allora, Mirafiori era una grandiosa e febbrile città nella città, ed è difficile ricordarsene oggi, quando la Fiat ha perduto nome e reputazione senza poterne imputare né operai e studenti, né aziende rivali, che del resto, Volkswagen compresa, non si sentono tanto bene. 

Torino è stata lungo l’intero Novecento la capitale del movimento operaio, almeno dal tempo del socialismo dei professori e da quando, 1899, il vecchio Giovanni Agnelli inaugurò il marchio. Nel breve giro di anni che si compendia nel nome del Sessantotto, alla nuovissima classe operaia di giovani immigrati meridionali che avevano già scosso dalle radici la tradizione sindacale e della sinistra ufficiale nella rivolta di Piazza Statuto del luglio 1962, desiderarono fortissimamente unirsi gli studenti, ragazze e ragazzi, che a loro volta si erano ribellati all’autoritarismo dell’accademia e della scuola, della famiglia e della società. A quell’alleanza, che fu per una lunga stagione una vera fusione di giorni e notti, parteciparono figlie e figli delle due illustri generazioni che segnavano la fisionomia civile di Torino, degli antifascisti e degli industriali. Figlie e figli transfughi che facevano propria la causa dei nuovi arrivati dal sud – gli immigrati di allora, l’ultima ondata della questione meridionale – e rianimavano l’epopea operaia della prima guerra e dell’immediato dopoguerra, e dei suoi nomi, Gramsci, Gobetti… In quell’incontro, pieno di dedizioni e di illusioni, c’era la sensazione di mettere insieme classi diverse, sessi diversi, persone che ripudiavano un eccesso di storia con persone considerate – arbitrariamente – senza storia, dunque destinate a farla. Chiacchiere così, fatte tante volte, le rifaccio qui per scrivere di una delle nostre ragazze di allora e di oggi, Daniela Garavini, giornalista e scrittrice, su temi ecologici, naturalistici, di alimentazione e salute…

Negli ultimi anni Daniela ha studiato scrupolosamente per raccontare l’intera storia di quel Novecento torinese attraverso il suo nonno paterno, Eusebio Garavini, carrozziere, in un libro avvincente intitolato “Al tempo delle officine”. Lei ha avuto genitori egregi nella sinistra, un padre, Sergio, dirigente sindacale e politico comunista, e una madre, Sesa Tatò, poi amata e sposata da Vittorio Foa. Quel nonno (1881-1947) era stato un figlio di braccianti romagnolo, senza scuola, emigrato a Torino a 17 anni a fare l’operaio, 11 ore al giorno, e studiare di notte, e così dotato di talento da metter su presto una carrozzeria di auto di lusso, e poi di furgoni, ambulanze… – che arrivò a impiegare 700 operai e a procurarsi una fama internazionale. Dalle prime auto, merce da Belle Epoque, passeggeri al coperto e autisti allo scoperto, che assomigliassero il più possibile alle carrozze a cavalli – come ogni innovazione, i caratteri a stampa ai manoscritti, le fotografie ai dipinti – per poi andare per la propria strada. Con il posto di guida a sinistra solo dal 1923, per decreto del Duce. 

Dialogando senza leziosità con quell’avo mai conosciuto se non nei racconti famigliari e nelle ricerche di sorprendenti archivi pubblici e privati, l’autrice si misura con nobiltà e miseria di tempi che misero alla prova chiunque li abbia attraversati. Il piemontese imparato come una lingua straniera. Il rapporto fraterno e poi paterno con gli operai, a volte rischiando di trovarseli nemici. L’amicizia e i tradimenti coi concorrenti di rango, Pininfarina, Lancia, Isotta Fraschini. L’iscrizione, prudente, al PNF. Il fallimento, la galera, la ripresa faticosa. I bombardamenti. Così facendo, Daniela si è presa rispettosamente ma francamente sul suo personaggio, oltre al vantaggio di chi è venuto dopo e sa com’è andata a finire, quello di chi scova documenti di avvenimenti ignorati da chi li aveva vissuti. Vantaggio solo affettivo e parziale, del resto, dal momento che appartiene a un tempo nuovo di cui non si sa come stia andando a finire, e se ne trema.  

Al tempo delle officine”, prefaz. di Giovanni De Luna, ed. SEB27, 17 euro.

Di più su questi argomenti: