piccola posta
In morte di Fabio Scuto
L’ho incontrato a Gerusalemme nel 2014, nel pieno di una guerra. In pochi giorni mi insegnò i luoghi, le persone e il mestiere, con una generosità rara. Ora mi dispiace non averlo più rivisto.
Fabio Scuto, che è morto ieri, a 68 anni, è stato per trent’anni a Repubblica, prima di passare alla Stampa e poi al Fatto Quotidiano. Ha viaggiato dappertutto, soprattutto in medio oriente e nell’Africa del nord. Dal 2010 fu stabilmente a Gerusalemme come corrispondente, fino al 2016. L’ho conosciuto nell’estate del 2014, quando andai in Israele per Repubblica, durante una delle guerre di Gaza, la più distruttiva prima del 2023. Poteva dargli fastidio che gli arrivasse in casa, a scrivere dei suoi argomenti, un estraneo, per giunta largamente ignorante dei luoghi e delle loro storie. Al contrario, mi accolse con un’allegrissima benevolenza, e nel giro di poche ore facemmo amicizia come succede di rado a persone adulte e, nel mio caso, già anziane: come fra compagni di scuola. Grazie a lui e a una bravissima giornalista italo-israeliana di Gerusalemme vidi e imparai come meglio non avrei desiderato di luoghi e persone - e animali, anche - di Israele, di Gaza, della Cisgiordania. Abbiamo convissuto in quei giorni febbrili, la sua conoscenza e la sicurezza in situazioni arrischiate erano completate da una straordinaria e contagiosa simpatia, nella migliore versione romana. Fabio era davvero di casa: nel centro di Ramallah, da un fruttivendolo di Gerico, sul Mar Morto, dai frati di Betlemme, tra i profughi attendati nel deserto, coi responsabili dell’Unrwa, nel giardino del Colony, nei musei di Tel Aviv, coi medici norvegesi a Gaza. Venimmo via da Gaza mentre arrivava il più grande, Bernardo Valli, non solo per età. A Gerusalemme ci saremmo poi ritrovati, ad ascoltare altre storie da quel favoloso raccontatore: Fabio le cominciava lui, per sollecitare Valli ad andare avanti. Uno scialo. Contavo di rivederlo, non l’ho più visto. Mi dispiace. Mi dispiace molto.