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Piccola Posta
I 140 anni della storica libreria Olschki, in un fascicolo che ne celebra l'epopea
Daniele, il pronipote del fondatore Leone Samuele Olschki, che oggi guida l’editrice, ha pubblicato il fascicolo di documenti col titolo che Leo aveva scelto, “Gioverà ricordare. Meminisse iuvabit”, appena 36 pagine con una sentita prefazione di Liliana Segre
Registrato a Verona nel 1886 da Leone Samuele Olschki, il nome della Libreria antiquaria editrice compie 140 anni, e li celebra a Firenze, dove il fondatore si insediò, dopo un passaggio veneziano, nel 1897. Era nato nel 1861 da una famiglia di stampatori, nella Prussia orientale, a Johannisburg, un paese luterano con 207 ebrei censiti e 50 cattolici. Oggi è in Polonia e si chiama Pisz. La vita di Leone fu avventurosa, come quella di un ebreo dei suoi anni. Fu mandato a studiare a Berlino. Imparò via via sette lingue, forse nove, compreso il latino e il greco. A Venezia si innamorò della storia del libro, chiamò un figlio Aldo, come Manuzio, si familiarizzò col mercato antiquario. A Firenze fondò la tipografia Giuntina, nel 1909, e realizzò l’edizione monumentale della Divina Commedia, due anni dopo, con l’introduzione di D’Annunzio (la storia di quel combattuto rapporto è raccontata da Laura Melosi in un libro del 2019).
Tedesco, dunque nemico e sospettato di spiare, all’entrata dell’Italia in guerra nel 1915 dovette riparare a Ginevra, mentre due dei suoi figli – tre maschi e tre femmine – si distinguevano al fronte come ufficiali italiani. Rientrato nel 1920, si guadagnò prestigiosi riconoscimenti pubblici, finché le leggi razziste pretesero che denunciasse i suoi collaboratori ebrei – fra loro Paul Oskar Kristeller, Leo Spitzer, Cesare Brandi, Santorre Debenedetti – gli tolsero la cittadinanza “concessa” nel 1926, e lo forzarono a riprendere la strada della Svizzera, dove morì nel 1940, dieci giorni dopo esserci arrivato. Il marchio dovette “arianizzarsi”, e per salvare il bel disegno cinquecentesco con le iniziali, LSO, i figli ne mutarono il significato nel motto Litteris servabit orbis, le lettere salveranno il mondo.
Nel 2024 il pronipote Daniele Olschki, che oggi guida l’editrice, ha pubblicato il fascicolo di documenti col titolo che Leo aveva scelto, “Gioverà ricordare. Meminisse iuvabit”, appena 36 pagine. “Ho sempre desiderato raccontare questa storia e al tempo stesso mi sono trattenuto per un sentimento di rispetto nei confronti di quanti hanno sofferto ben altro nel baratro della ragione in cui precipitammo in quegli anni. A noi furono risparmiati lutti e deportazioni, ma non lo sgretolarsi della cinquantenaria costruzione editoriale del fondatore Leo Samuele Olschki, nonché la diaspora della famiglia e degli affetti”. Il libro ha una sentita prefazione di Liliana Segre. Nel 1943 la casa editrice e la libreria antiquaria, che si sarebbero separate di lì a poco fra i fratelli Aldo e Cesare, ripresero il loro nome. Fin dall’inizio le tre attività, antiquariato librario, stamperia ed edizione, si erano distinte per il pregio tipografico e la qualità scientifica, tradotta nelle riviste, come il Giornale dantesco nel 1889, e “La Bibliofilia”, fondata nel 1899 e tuttora viva – (“L’Esopo”, la rivista della libreria Rovello, durò dal 1979 al 1992). Per i bibliofili, i cataloghi storici dell’antiquariato Olschki sono un giardino delle meraviglie.
“La Bibliofilia” tradusse, nel 2012, in ricordo di Alessandro Olschki, il testo di una conferenza “semiseria”, “Cartello, clan o dinastia? Gli Olschki e i Rosenthal 1859-1976”, tenuta a Harvard nel 1976 da Bernard Rosenthal (1920-2017). La madre di Bernard, Margherita, era figlia di Leo Olschki. La famiglia di Rosenthal, titolare di una formidabile attività di antiquariato librario e specialmente umanistico, aveva lasciato Monaco nel 1933 per Firenze, nel 1938 l’Italia per la Francia e l’anno dopo per gli Stati Uniti, seguendo – inseguita – i progressi del razzismo. La genealogia delle due famiglie raccontata da Rosenthal è una specie di Buddenbrook in compendio, per giunta molto spiritosa. Per esempio, sul primogenito di Leo Olschki, Leonardo, che si sente dire dal professore col quale si è laureato in filologia romanza a Heidelberg: “Suppongo che ora che ha completato gli studi entrerà nella libreria di suo padre”, e gli risponde: “No, Herr Professor, non penso di essere abbastanza intelligente per quello, dunque ho deciso di dedicarmi alla carriera accademica”. Nella quale peraltro fece furore. O quando spiega la discesa a Monaco degli antenati, perché la Baviera è cattolica e i dintorni sono pieni di monasteri e i monasteri pieni di manoscritti e incunaboli e cinquecentine: buoni affari, in cui tuttavia il grosso era fatto di testi di teologia cattolica. Gli Olschki, nel ghetto della originaria Prussia orientale, avevano invece stampato testi esoterici appropriati ai rabbini e ai maestri talmudici. L’aneddoto migliore, vero o ben trovato, riguarda i due grandi mercanti, Leo Olschki e Jacques Rosenthal, gli “inventori degli incunaboli”, a un’asta di Sotheby’s nel 1890: Rosenthal ha scoperto un libro prezioso catalogato distrattamente fra gli “Altri”, e però a ogni sua offerta se ne contrappone una maggiore, finché si accorge che Olschki, che siede accanto a lui e gli cinge affettuosamente le spalle col braccio, usa la mano non in vista per segnalare la sua offerta al banditore.
Marcella Olschki (1921-2001), figlia di Aldo e nipote di Leo, fu una scolara indocile, poi giornalista, artigiana, scrisse due libri autobiografici, “Oh America” e “Terza liceo 1939”, con una prefazione di Piero Calamandrei, che era stato suo professore, ristampato da Sellerio, 1993, e da Olschki 2022. Costanza, figlia di Alessandro, pronipote di Leo, è nata nel 1953 ed è morta, presto, nel novembre del 2011. Lei è stata impegnata nella casa editrice, e specialmente nel catalogo. Di lei sono stato amico, e la ricordo piena di grazia e di intelligenza. Prediligeva gli animali, come sua figlia Serena, che cura l’ufficio stampa. E cura gli animali, vedo, con il rigore intransigente senza il quale nessuna causa sensata farebbe un passo avanti, tanto meno quando tutte le cause buone rotolano indietro.