Piccola Posta

Una Repubblica della follia al riparo dalla stupidità. L'utopia di Lusitania

Adriano Sofri

Il romanzo (anche) storico di Dejan Atanackovic che attraversa guerre, follia e stati, dove la stupidità è più pericolosa della pazzia e la storia non smette di naufragare

Ci sono personaggi come Nestor, le voci che lo seguono sembrano arrivare prima di lui. Che, soldato restato indietro, lasciato indietro, cammina per centinaia di chilometri e seppellisce sotto i castagni, per il futuro, membra del corpo di una donna albanese uccisa. C’è sir Lipton, del tè, cui viene illustrato il famoso segreto dei Balcani: “Tradizionalmente, in questa regione, si giustificano con la follia azioni che con la follia non hanno nulla a che vedere. Ci sarà sempre qualcuno che superficialmente metterà follia e stupidità sullo stesso piano, ma si tratta solo di una bugia tendenziosa. Perché mentre la follia viene rinchiusa, imprigionata da secoli, la stupidità viene sempre celebrata con sfarzo. Oltretutto, la stupidità di un singolo individuo è insignificante rispetto alla monumentale stupidità persino del più piccolo degli Stati”.

Ho tardato a scrivere di “Lusitania”, il romanzo (storico, anche) di Dejan Atanackovic, non so perché. Forse perché è “difficile”, pretende attenzione, e ci mancherebbe che non fosse così. Forse per invidia, mi piacerebbe averlo scritto. L’autore, belgradese di nascita, 1969, fiorentino di costumi, è un artista “visivo”, ha studiato e insegnato a Firenze e a Siena, è impegnato nella difesa della Serbia dalle perversioni nazionaliste e nella cura di ponti e palazzi di Belgrado dagli affaristi della piazza pulita, poco fa è stato incarcerato e incriminato, come si deve – ora è fuori. Ha trattato dei corpi, di umani e altri animali, del proprio, di quelli maneggiati e depredati e repertati da riduttori di crani e mozzatori di teste, etnologi, tassidermisti, ceroplasti, botanici, notomisti, becchini di fosse comuni, e di pazzi, esemplari di una ragione complementare, irriducibile al cretinismo ordinario.

L’autore accompagnava le sue spedizioni collettive e le sue mostre con testi scritti, finché un visitatore editore gli ha raccomandato di svolgerne uno fino a farne un libro, al centro del quale sta una storia vera e fatale come l’affondamento del Lusitania, il transatlantico britannico silurato nel 1915 da un U20 tedesco, che costò 1200 morti, e, nel libro, un sopravvissuto, l’unico passeggero serbo, Teofilovi, da allora avvistato sopra e sotto il suolo dell’Europa in guerra, il Viandante, il Naufrago, l’Uomo di fango, come una falsa notizia di Marc Bloch. E l’altra storia vera e inverosimile dell’ospedale psichiatrico, il manicomio, di Belgrado, che gli occupanti austroungarici abbandonano al suo destino, così che diventa una repubblica indipendente, animata da un tipo riservato di antipsichiatra e da uno sventolio di bandiere, jugoslava, del Paese di Cuccagna, di Atlantide, Lillipput, Nusquama, Eldorado, Herland, Città del Sole, Mondo Nuovo...

Ecco un saggio degli appunti da una lezione del dottor Stojimirovic: “...I suoni del violino, della viola e del violoncello sono custoditi nel silenzio delle foreste di aceri. Non possiamo attribuire al noce la stessa proprietà, sebbene sia un albero docile, gentile e piacevole al tatto, e per quanto sia gradevole riposarsi all’ombra delle sue forme vellutate. Il ciliegio, d’altra parte, è triste, struggente, e porta in sé la terribile durezza di una vita soppressa. Anche dopo dieci anni, le sue parti tagliate continuano a mutare, a crescere, a sanguinare. Il pero è solido, come la pietra, come il granito, che deve essere scalfito dallo scalpello per liberare forme ruvide e ostinate. Il cedro è l’albero dei marinai, è ricco di resina che lo protegge dall’azione corrosiva dell’acqua salata. Il frassino è duro e resistente, da esso si ricavano oggetti pesanti e utili, come tavoli e assi del pavimento. In generale, la natura cerca davvero di rispondere a tutti i nostri bisogni. Ma guai a te se costruisci una scopa d’acero, una nave in legno di noce, una casa fatta di assi di ciliegio o un violino in frassino”.

“E il castagno?”

“Con il legno di castagno si costruiscono scatole robuste e resistenti. Al loro interno l’oscurità è densa e calda, come sotto una volta di mani intrecciate”.

Uscito nel 2017, “Lusitania” ha subito meritato ad Atanackovic il più autorevole riconoscimento serbo, il premio NIN. Da noi è arrivato da poco, grazie alla udinese Bottega Errante, le cui edizioni hanno uno speciale merito rispetto alla letteratura balcanica.

“Il tempo porterà guerre che non vedranno una fine anche quando saranno finite da anni”. Non saprei dire dove l’autore attinga la sua sicurezza scientifica, fantastica e stilistica. Mi serve, a rintracciarla, aver letto Musil e Kraus e Danilo Kiš – che gli somiglia, non i lineamenti, non il naso, ma un modo di drizzarsi al vento – e avere una dimestichezza col museo antropologico di via del Proconsolo, quello di Paolo Mantegazza, e con la Specola, dove Atanackovic e il suo corteo hanno lavorato coi vivi e i morti. “L’odio per gli animali e la paura della follia sono fondamentalmente la stessa cosa”. Siccome la lingua di Dejan è insieme limpida e attorcigliata e pronta a irruzioni impreviste, e io non saprei leggerla in originale, ho trovato una rivelazione nello stile della traduttrice, Valentina Marconi, nel cui curriculum è felicemente compresa un’attività di ricercatrice presso la Zoological Society di Londra. Il libro costa 17 euro.

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