Foto Epa, via Ansa

Piccola posta

Beati coloro che restano illesi dalla volgarità di Trump

Adriano Sofri

Da Davos alla Groenlandia, la brutalità ostentata del presidente americano diventa un fattore politico. Una pandemia culturale che travolge alleanze e senso del limite, degrada il linguaggio pubblico e banalizza persino la guerra

Trump è un caso madornale di bruttezza e di volgarità. La bruttezza è irreparabile, c’è poco da fare, spaventa, quasi come la bellezza. La volgarità è complicata. Ci sono persone illese dalla volgarità: poche, ignare della propria differenza. Sono ammirevoli, benché abbiano lo svantaggio di non immaginare abbastanza fin dove arrivi la volgarità di cui loro sono naturalmente prive. Arriva molto lontano. Riconosciuta e tenuta a bada, è una condizione di intelligenza di sé e degli altri. Misconosciuta e sfrenata, è un flagello. Può guastare le cose prossime, una gita di scolari, una festa di compleanno, una partita di volley, un funerale persino, o soprattutto. E le cose invadenti, che si allargano come pandemie, e fanno di un individuo mal riuscito un guastafeste dall’ambizione irresistibile. Tale è la volgarità di Trump, irriflessa, smagliante, contagiosa. A Davos – povera Svizzera, va perdendo la sua leggenda, ordine pulizia e Guglielmo Tell – certi avventori, volgari la loro parte, villani rifatti, per così dire, possono riaver voglia di vecchie maniere. “Ma chi l’ha fatto entrare?”, “ma lo si accompagni alla porta!”, pensieri di antico regime e di caserma di sempre: “Come può una bella donna rassegnarsi a camminargli a fianco?”. Già: come può?

 

Chi disponga di una volgarità normale, riconosciuta e tenuta a freno, può avvicinarsi al vantaggio del fanciullo che smaschera il vestito nuovo dell’imperatore, che lo addita ridendo: “L’imperatore è nudo!”. E anche il fanciullo non è solo ingenuo, è già malizioso e screanzato, e benvenuto. E poi è danese, come il suo inventore. Il triviale brutto Trump ha rimesso in auge la Danimarca. Non succedeva da un po’. La Danimarca arrivava ancora prima nelle classifiche del paese più felice, ma nel gennaio del 2016 il governo aveva decretato che ai migranti richiedenti asilo fossero sequestrati e confiscati gli averi, denaro o gioielli, che superassero il valore di 10 mila corone, l’equivalente di 1.340 euro. Una misura trumpiana. Non la sola. Rischiava di offuscare, se non cancellare, le ombre magnanime del castello di Kronborg a Helsingør, l’Elsinore delle nostre adolescenze in traduzione, e il sapore dei panini bianchi e caldi delle prime colazioni. Bisogna escludere che Trump abbia letto Amleto, e anche che qualcuno abbia avuto la temerarietà di raccontarglielo – nemmeno Epstein. L’altro giorno era in rete un filmato, non so se vero o costruito, non lo so più di niente, del Parlamento di Copenaghen, e mostrava la ministra di Stato, Mette Frederiksen, e i banchi di deputate e deputati, che cercavano invano di reprimere le risate dopo che era stata data lettura della lettera di Trump al primo ministro di Norvegia, in cui annunciava che avrebbe smesso di fare le paci visto che non gli avevano dato la medaglia. Il primo ministro di Norvegia, Jonas Gahr Støre, è milionario di famiglia, insegnò a Harvard, e guida un paese fino a poco fa forestale e contadino e rude in cui ogni cittadino – e ogni umano del resto del mondo – può leggere in diretta il contatore del Fondo Sovrano: circa 1.750 miliardi di euro, al momento. In rete giravano anche splendidi video, palesemente falsi, sulla resistenza vittoriosa di groenlandesi orsi bianchi e trichechi alle invasioni di Trump e della sua corte. Trump non avrà letto nemmeno il danese Peter Høeg e “Il senso di Smilla per la neve”, dunque non saprà immaginare che se gli inuit nell’isola sono solo 57 mila, la neve ha però molti nomi, compresi Aqiuppiniq, Pirhirhuq e Hiquak. 

 

Nubi armate gonfie e nere minacciano l’orizzonte della terra. Che è avvolta anche dalla volgarità ignara e smisurata, e vuole sputtanare, imbruttire e annientare i gesti che restano umani, o si mostrano con semplicità eroici. Una donna che al volante della sua auto dice allo squadrista: “Non ce l’ho con te”. Lui ce l’ha con lei. 

 

Ogni giorno succedono cose che spingono in basso l’umanità, vicino a quella che abusivamente si chiama animalità, bestialità. Il gelo e il buio di Kyiv o di Odessa. Il Board of Peace per Gaza. Un illustre scrittore e traduttore ucraino, filologo e poeta, 38 anni, un viso di ragazzo, delicato, quasi femmineo, che ha deciso l’altroieri di arruolarsi volontario. Ieri ho ascoltato Zelensky a Davos. Aveva un tono solenne. Non è facile, nemmeno per un attore comico navigato, conservarsi serio dopo incontri come quello celebre nello Studio Ovale, a sfottere il suo abbigliamento, le sue carte mancanti. Ieri, nell’intervista seguente al discorso, mi ha colpito la frase: “Sono grato al presidente Trump che ha trovato il tempo anche per l’Ucraina”.   

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