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piccola posta
I segni della Storia di cui neanche ci accorgiamo
Siamo tutti passeggeri, circondati da ricordi e lapidi che calpestiamo senza rendercene conto. A Firenze da turista
Ho fatto il turista a Firenze, al sole dei giorni dopo Natale. Una scorpacciata. A Palazzo Pitti la coda era troppo lunga. Mi sono accontentato di rileggere le lapidi sulle facciate di fronte.
Sulla Casa Ichino, per esempio. “Qui abitò / tra il dicembre 1943 e l’agosto 1945 / CARLO LEVI / qui scrisse “Cristo si è fermato ad Eboli” / e dipinse quadri fra i suoi più belli e umani / nella casa di ANNAMARIA ICHINO / per lui ed altri sicuro rifugio / dal nazifascismo e dalle persecuzioni antisemite / Amicizia ebraico-cristiana di Firenze / Comune di Firenze / LX della Liberazione di Firenze”. Cristo non si era fermato a Eboli ma ad Aliano (Matera), e Levi non ne scrisse né a Eboli né ad Aliano ma a Firenze, in piazza Pitti. (Anna Maria glielo batté a macchina). Però ad Aliano Levi volle essere sepolto.
Al numero 18 è la lapide collocata nel 1898 e dedicata a Paolo Dal Pozzo Toscanelli. La più lunga e dettagliata, in proporzione al genio versatile di quel grande del Rinascimento, l’amico e consigliere di Brunelleschi, il corrispondente, forse, di Colombo. “PAOLO DAL POZZO TOSCANELLI / ASTRONOMO MATEMATICO GEOGRAFO MEDICO FILOSOFO / FONDATORE NEL DUOMO DELL’ANTICO GNOMONE / INGEGNO UNIVERSALE / CHE PER OSSERVAZIONI CELESTI E STUDI COSMOGRAFICI DIVINATORE / INIZIO’ LA SCOPERTA DEL NUOVO MONDO / VISSE ANNI LXXXV DI VITA INTEGERRIMA / DAL MCCCLXXXXVII AL MCCCCLXXXII / IN QUESTE CASE DE’ SUOI / CHE IL COMUNE DI FIRENZE / INSIGNISCE DEL NOME DI LUI / MDCCCLXXXXVIII”.
L’epigrafe più famosa è sulla Casa Fabiani, al numero 22, l’ha collocata il Comune nel 2016. “IN QUESTI PRESSI / FRA IL 1868 E IL 1869 / FEDOR MIHAILOVIC DOSTOEVSKIJ / COMPI’ IL ROMANZO ‘L’IDIOTA”. Nei pressi: in via Guicciardini. Dostoevskij se ne stette chiuso a scrivere, ma alla fine – era il suo secondo soggiorno fiorentino – tornò a visitare il giardino di Boboli e la Galleria Palatina e la prediletta Madonna della Seggiola di Raffaello. Firenze era allora la capitale, e Palazzo Pitti il Palazzo Reale. C’è, scrisse, “una calca terribile”. Più tardi, cambiato domicilio, sopra il mercato del Porcellino, con la sua Anja al termine della gravidanza, patì il gran caldo, “e poi la città sta sveglia tutta la notte e canta una spaventosa quantità di canzoni. Di notte, naturalmente, lasciavamo aperte le finestre, ma alle cinque del mattino il mercato cominciava a tuonare, gli asini ragliavano ed era impossibile dormire”.
Anche ora la calca è terribile, ma è bene non dirlo. Sono nostri simili, sono venuti dai cinque angoli. Stanno in coda pazientemente all’ingresso del Palazzo. Io posso aspettare giorni migliori, ho casa a venti minuti da qui. La calca rende più difficile fermarsi e alzare gli occhi a leggere le epigrafi. Ora, mentre ero con la testa in su, mi ha urtato dolcemente un giovane frettoloso in un gruppo di coetanei, ho potuto sentirlo, ha detto: “La Vodafone non è più quella di una volta”.
In piazza della Signoria, del resto, la stragrande maggioranza dei visitatori calpesta senza accorgersene la rotonda targa di marmo sul pavimento che ricorda il rogo di Savonarola e dei suoi confratelli. “QUI DOVE CON I SUOI CONFRATELLI FRA DOMENICO BUONVICINI E FRA SILVESTRO MARUFFI IL XXIII DI MAGGIO DEL MCCCCXCVIII PER INIQUA SENTENZA FU IMPICCATO ED ARSO FRA GIROLAMO SAVONAROLA DOPO QUATTRO SECOLI FU COLLOCATA QUESTA MEMORIA”.
Siamo passeggeri. Passanti. Ci passiamo sopra.