Google creative commons

come distinguere il lavoro di “Report” da un titolaccio del Fatto

La corruzione a Odessa e il rischio di confondere denuncia e propaganda

Adriano Sofri

Le storie oscure del sindaco di Odessa e del suo "ambasciatore" in Italia chiama in causa anche l’Unesco. Un'inchiesta di Report ricostruisce affari opachi e figure controverse, ma il risultato è un cortocircuito mediatico che può trasformare la denuncia in sfiducia verso la ricostruzione

Vorrei distinguere la puntata di Report di domenica dalla prima pagina del Fatto che la annunciava: “La ricostruzione italiana a Odessa. Il finto ambasciatore e l’ucraino arrestato. ‘Puzza di mafia’”. Il servizio di Report è di Sacha Biazzo. Riferisce delle settimane spese a inseguire un’intervista con il faccendiere Attilio Malliani, dunque non chiederò perché la cosa venga fuori ora, quando tutto concorre all’affondamento della solidarietà per l’Ucraina. Ma solo molto avanti il servizio spiega che Gennadyj Trukhanov, sindaco di Odessa dal 2014, nell’ottobre scorso è stato spogliato d’autorità, con la firma di Zelenskyj, della cittadinanza ucraina, e messo agli arresti. E già nel maggio del 2023 era stato clamorosamente arrestato, e liberato su cauzione il giorno dopo (350 mila dollari), con una imputazione – non la prima – di appropriazione indebita di fondi cittadini per due milioni e mezzo di dollari. Trukhanov, 60 anni, aveva un passato costellato di referenze criminali. Il servizio di Biazzo ripercorre l’indagine del 2018 dei Paradise Papers (i milioni di documenti riservati scoperti dalla Sueddeutsche Zeitung), ripresa dalla Bbc: Trukhanov era stato fra i capi di una banda che si valeva di società offshore per investire guadagni illeciti realizzati negli anni ’90, acquistando immobili di lusso a Londra, coi profitti del commercio illegale di petrolio a Odessa e del contrabbando di armi e droga. Una fonte di polizia italiana addebitava loro anche omicidi, senza conclusioni perché i reati non risultavano commessi in Italia.

Trukhanov – militare sovietico, ingegnere in manutenzione di macchinari militari, poi anche avvocato – si era allora occupato di sicurezza privata e fornitura di bodyguard, fino al rientro nel 2000 a Odessa, dov’era nato, per intraprendere la carriera politica. Condotta dentro partiti filorussi, e in affari con soci russi o in Russia residenti, e con una cittadinanza doppia, ucraina e russa. (In realtà sia lui che i suoi soci o capi, come il mafioso Anglert, disponevano di plurime identità, greche, israeliane o di altri paesi europei). A Odessa Trukhanov aveva avuto una carriera folgorante, e una triplice elezione che lo ha tenuto alla testa della città dal 2014 al 2025. La corruzione nei lavori pubblici era, come nel resto dell’Ucraina – quasi come in Russia: quasi… – spettacolosa: a Odessa un Ruslan Tarpan, consiglio cittadino e mani sulla città, dal 2017 dovette riparare negli Emirati Arabi Uniti, per aver esagerato, e là ancora risiede. Il successo di Trukhanov, oltre che a un talento popolare, sportivo, apparteneva alla categoria mai estinta – anzi! – del: “E’ un farabutto, ma è il nostro farabutto”. E questo sentimento dura ancora, anche dopo la rimozione di ottobre, tanto più che sembra probabile che il passaporto russo che gli è stato addebitato sia una fabbricazione del Servizio segreto. E così è stata soprattutto commentata ieri a Odessa la pubblicazione dell’inchiesta di Report, messa in circolazione dai tifosi della destituzione di Trukhanov e del nuovo e impopolarissimo governo militare della città.

 

Il personaggio clou del reportage di Report non è però il fotogenico Trukhanov, che a suo tempo aveva un’aria da Yul Brinner, ma il più fotogenico Attilio Malliani, calabrese, un’aria cui nessun truccatore di Cinecittà avrebbe saputo accrescere la tipicità. Malliani, reduce da precedenti reggini di polizia mai sanciti da giudizi, arrivò a Odessa nel 2002 e si fece strada – gliela fecero guardie del corpo ben pagate, documenta il servizio. Mise su famiglia. La allargò al consiglio cittadino e a Trukhanov, il quale teneva ai suoi trascorsi italiani, e gli elargì il titolo di consigliere per i rapporti internazionali della città, che nel linguaggio corrente Malliani si sbrigò ad allargare in quello di “ambasciatore della città di Odessa”, col quale combinò una quantità di relazioni con le nobili città italiane: Genova – dove però il gemellaggio con Odessa risaliva al 2019 – da ultimo Roma, e soprattutto la Venezia del sindaco Brugnaro. Relazioni dovute alla solidarietà con l’Ucraina aggredita, al mito “italiano” di Odessa, e allo sguardo sulla ricostruzione, risarcimento onirico sulla realtà della distruzione quotidiana.

 

Malliani provò tenacemente a ottenere una nomina a console onorario italiano a Odessa, invano: i suoi “ottimi rapporti” con l’ambasciata di Kyiv palesemente non erano così ottimi. Anche i suoi ottimi rapporti coi giornalisti e coi residenti italiani, divenuti rarissimi dopo l’invasione, coi quali si sforzava di mostrarsi indispensabile. La diffidenza nei suoi confronti era ed è universale. (Io, che ho il vantaggio di non essere propriamente giornalista, mi sono risparmiato qualunque rapporto con lui, ricambiato – al mio telefono non arrivavano le notizie su allarmi e bombardamenti di cui intasava quelli altrui). L’incompetenza assoluta con la quale avrebbe condotto compiti di restauro e ricostruzione di monumenti – e la trasmissione mostra che ci crede ancora, e che ha già sferrato il suo calcio dell’asino a Trukhanov – bastava. I titolari dell’assistenza italiana alla ricostruzione di Odessa, condivisa con la Grecia, il ministero degli Esteri, direttamente rappresentato in città da Tajani, e con un impegno maggiore Stefano Boeri e Alessandro Giuli, nelle loro qualità di allora, di presidente della Biennale milanese e del Maxxi romano, avevano naturalmente a che fare col sindaco e con il suo invadente “ambasciatore”, guardandosene anche loro, direi. In mezzo a tutto ciò stava e sta l’Unesco, dopo che, soprattutto grazie agli ufficii italiani, Odessa, centro storico e porto, è entrata nel patrimonio mondiale.

  

Ora l’Unesco, la cui rappresentante in Ucraina è Chiara Dezzi Bardeschi – figlia di Marco, grande maestro fiorentino della teoria del restauro architettonico, morto nel 2018 – ha la sua parte di guai. (“Non mi fate parlare dell’Unesco”, ha sospirato il pope della cattedrale: parla, parla). Il maggiore, una prevalenza finanziaria della componente canadese, in cui più forte e più nazionalista è la diaspora ucraina. Trukhanov è stato sottoposto dall’Euromaidan in poi, e specialmente dopo l’invasione, a pressioni fortissime sulla memoria storica della città, cui ha tentato variamente di resistere. Dezzi Bardeschi è comparsa nel programma di Report solo brevissimamente, laconicamente, e molto a disagio. Non credo che lo meriti. Credo che la carriera “diplomatica” di Malliani invece abbia avuto la sua conclusione. Resta Trukhanov. Non è escluso che il ricorso europeo gli dia prima o dopo ragione. E la sua posizione, con l’aggravante del peso relativo di Odessa, “la perla”, somiglia a quella di altri sindaci, a cominciare da quello di Kyiv, Klitschko. Con lui è andata così, che fino al 1922 si sarebbe scommesso sulla sua propensione filorussa, e che si preparasse a consegnare la città più ambita agli invasori, come aveva fatto lo sciagurato sindaco di Kherson. Successe il contrario: Trukhanov si mise ostentatamente in trincea, proclamando che nessuno l’avrebbe battuto quanto alla resistenza patriottica.

 

Siamo a questo punto, in un’Ucraina nuda e spalancata come su un tavolaccio operatorio. E’ per questo che distinguerei – senza essere avventore usuale di Report, dunque impreparato – da una copertina di quotidiano che, nel giorno di mezzo dicembre in cui l’intera Odessa è senza luce e senza acqua, annuncia la puzza di mafia sull’Italia a Odessa, denuncia che Giuli, da ministro, abbia immaginato “perfino” un documentario sulla città e i suoi veterani invalidi, e lasci pensare che i milioni (non granché) promessi per la ricostruzione abbiano fatto chissà quale fine, a parte i 570 mila euro spesi per soli 110 metri quadrati di tetto della cattedrale, impegnare i quali è già costato una gran fatica. “Alla larga da Odessa”, dicono i commenti dei contribuenti italiani. Non male. Non ci sono parole più rivelatrici, ai giorni nostri, che quelle urlate o guaite: “Coi soldi nostri!”.

P.S. Poi c’è la questione dei generatori. Due anni fa, ne scrissi così: “La sirena d’allarme suona, inascoltata – non conosco nessuno che distingua fra allarme annunciato e allarme rientrato. Molto ascoltati i generatori di elettricità, sparpagliati lungo i marciapiedi, con un frastuono da sorvolo di bombardieri. L’inferno, dice Golub, non è il caldo, è il caldo coi generatori. I generatori sono la merce prediletta dagli aiuti, ne sono appena arrivati da Italia e Francia. Dagli ospedali, cui sono destinati, vengono da mani leste dirottati su alberghi e grandi magazzini, poi da grandi magazzini e alberghi vengono reindirizzati agli ospedali da mani oneste – in questo mondo di ladri, in questo mondo di eroi”.

Di più su questi argomenti: