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Piccola Posta

Un paese sloveno italianizzato con le cattive, in una fiaba politica

Adriano Sofri

Nel libro "Il figlio della lupa" c'è una maestra che insegna tenacemente ai bambini parlando in sloveno e viene congedata per punizione, c'è un orfano undicenne che si chiama Srecčko e rifiuta di essere chiamato Fortunato, ci sono le vessazioni, la violenza fanatica e squadrista, la paura per una cultura ignorata e misconosciuta

Grazie al festival di Nova Gorica “Mesto knjige” (la città del libro, da ieri al 5 settembre) e al mio amico Miha Kosovel, ho letto un libro che mi era sfuggito e ha molto a che fare con il mio “Il martire fascista”. Che, nonostanti le sue parti materne, era un saggio storico-politico, mentre questo è un romanzo su un attento sfondo storico, e piuttosto, come dicono gli autori, una “fiaba politica”. Si intitola “Il figlio della lupa”, lo hanno scritto insieme un poeta e docente friulano, spirito diurno, Francesco Tomada (1966) e un notturno artista sloveno-italiano, Anton Špacapan Vončcina (1975), per la preziosa (“lenta“) udinese Bottega Errante, ried. 2025. 


C’è anche qui un paese sloveno italianizzato con le cattive, dal 1920, ČCepovan, mutato in Chiapovano (che era già stato il nome in tempo austro-ungarico). Oggi è una frazione di Nova Gorica, 18 km dal confine, a 600 metri, in un vallone sul fianco dell’altopiano della Bainsizza, con poco meno di 400 abitanti. Al tempo della storia, nel 1931, ne contava quasi un migliaio. C’è una maestra del paese che insegna tenacemente ai bambini in sloveno – la mia madre maestra insegnava l’italiano ai bambini sloveni, e li amava. La maestra è congedata per punizione e sostituita da un carabiniere fascista, tenente per demeriti di guerra, prima dell’arrivo di un maestro supplente “regnicolo”, dall’Umbria. C’è una casa della maestra, al numero 83, che è ancora la casa di Špacapan-Spazzapan, e ha appena ospitato un festival “per ascoltare, cantare, raccontare. In italiano e in sloveno. Si chiama ČCe povem e non c’entra con il nome del paese ma l’assonanza è straordinaria: significa ‘ti racconto’” – ne ha riferito così Marinella Salvi sul Manifesto. C’è un orfano undicenne Srecčko, che rifiuta di chiamarsi Fortunato, e si guadagnerà il nome di battaglia di “Snežak”, pupazzo di neve. C’è un padre che sembra rassegnarsi alla prepotenza per il suo bene, un nonno inaddomesticato che non lo urla mai, una bambina Katja. (Il nonno si chiama Miroslav Brezavšcček, come il ragazzo tredicenne che in quel 1931 stava scrivendo a Gorizia “Abbasso Mussolini” e fu imprigionato e torturato a morte dalla polizia fascista, il protagonista di ČCrni Bratje”, i carbonari bambini Fratelli neri, di France Bevk). C’è la violenza fanatica, il divieto squadrista di parlare e cantare (e pregare) in sloveno, le vessazioni degli scolari - l’episodio proverbiale, e vero, dello sputo in faccia a un bambino, e quello della gogna a una bambina appesa all’attaccapanni - l’umiliazione degli adulti, il disprezzo e la diffidenza, e soprattutto la paura, per una cultura ignorata e misconosciuta.

Questo contesto viene tradotto dagli autori nell’esercizio di una lingua italiana molto bella, soprattutto nell’aderenza ai luoghi e alle attività umane – il bosco, le tracce, le tagliole, la neve, le grotte, le osterie, cinque!, le botteghe, i mestieri, gli arredi – senza farsi imbarazzare dalla verosimiglianza, che vorrebbe l’italiano tradotto dallo sloveno parlato. “Un libro sloveno scritto in italiano”, dice Tomada. E viene tradotto soprattutto, dapprincipio imprevedibilmente rispetto al tranquillo realismo dello stile, nell’ammissione del contenuto magico della cultura locale che conosce la prossimità degli esseri viventi e la metamorfosi della donna in lupa, e dunque di una effettiva incarnazione del ridicolo grado fascista del figlio della lupa. In una recensione, del resto intelligente, avevo letto che il racconto “intreccia il vero al verosimile”: in realtà al del tutto inverosimile, coi criteri dei carabinieri del Regno e del lettore ordinario, e gli uni e l’altro se ne facciano una ragione. Gli autori – devono aver imparato da Kafka – non si prendono la briga di spiegare come mai, raccontano. 


A ogni buon conto, copio un’informazione di Špacapan in un’intervista: “Odiavo mio padre, morto più di dieci anni fa a 91 anni. Aveva mantenuto, nonostante tutto, una certa sensibilità circa la sua fanciullezza e qualcosa mi raccontò, ma ciò che spifferò non poteva essere tutto. Per capire, dovetti incontrare Pavel Medveščcek, colui che raccolse le leggende degli Staro Verci (coloro che credevano ancora alle vecchie religioni)… Lui mi sussurrò qualcosa circa la leggenda della Bianca dei boschi. Non molto, ma a sufficienza”. Non so di quella dichiarazione secca, “odiavo mio padre…”, forse vuol dire altro. Di Pavel Medveščcek (1933-2020) non sapevo niente. Leggo che è stato un artista versatile, uno scrittore, il raccoglitore di una collezione etnologica “dalla valle centrale dell’Isonzo e dalle regioni di CČepovan, Cerkno, Idrija e Brkini”, e soprattutto dei racconti dei Vecchi Credenti Sloveni, dunque inviso, come si deve, a una parte di accademia, salvi rimpianti postumi. In un suo necrologio di quotidiano leggo: “Indipendentemente dal fatto che il suo spirito sia passato in un nuovo corpo umano, in un uccello o in un fiore, possa questa luce accompagnarlo nel suo cammino futuro”. Magari in una lupa di pelo bianco.


Di Špacapan vedo che avemmo amici comuni: Jovan  Divjak, Predrag Matvejevic, Izet Sarajlić… Che avverte che la “Republika Srpska sta annusando la ricetta di Putin”. E che “compaiono graffiti nefasti anche nella mia città, Nova Gorica: ’Viva Putin – morte all’Ucraina’. Immediatamente cancellato dal sottoscritto”. E anche che fu scenografo del film di Alberto Fasulo, Menocchio, 2018 – condotto sulle ricerche di Andrea Del Col, successive al capostipite di Carlo Ginzburg, “Il formaggio e i vermi”. Avrà familiarizzato anche coi Benandanti delle Valli del Natisone… Un secolo fa, nel libro, uno di CČepovan chiese al carabiniere: “Voi di dove siete, tenente? Avete anche voi queste storie?” Ce le avevano, infatti. 

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