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Un maestro ucciso per sbaglio e la verità storica porosa come un confine calpestato

“Il martire fascista” di Adriano Sofri. Un caso di etnicismo in Carniola, durante il fascismo. La cospirazione delle coincidenze

30 Novembre 2019 alle 06:13

Un maestro ucciso per sbaglio e la verità storica porosa come un confine calpestato

Le storie del Novecento sono ricche di equivoci, di confusione, di nebbia. Trascolorano in leggenda anche quelle più realistiche, documentabili, le cosiddette storie vere. Sono dunque una manna per scrittori come Adriano Sofri, un tipo di osservatore che scioglie nodi e ha una rispettosa, asciutta curiosità per il destino, inteso come grumo di rimandi e concomitanze, una “cospirazione delle coincidenze” che ci anticipa o insegue tutti, chi più chi meno. Il libro suo dell’anno scorso, ora pubblicato in tedesco da Wagenbach, era il racconto di “una variazione di Kafka”, lo scambio dei fanali con le luci di un tram riflesse nel soffitto della camera della Metamorfosi, una metamorfosi nella metamorfosi, una faccenda strana e anche magica originata dallo stupore per una traduzione inspiegabile e sfociata nella scoperta di una probabile riscrittura, la variazione, dell’Autore praghese. E qui Sofri aveva tirato in ballo, tra altri incroci, lo sghembo comportamento di un Borges a proposito di una versione del racconto a lui falsamente attribuita, uno scambio di versioni o di firme. Il suo libro Sellerio di quest’anno è una variante dell’Italia fascista tra Piazza Armerina e un borgo della Carniola (ieri Italia, oggi Slovenia), Verpogliano-Vrhpolje: lo scambio di persona tra un insegnante ucciso dai partigiani irredentisti sloveni perché presunto Caino, il martire fascista del titolo, e suo fratello, presunto Abele, l’altro maestro che “fu subito allontanato dall’insegnamento”. Qui avrebbe potuto tirare in ballo Pirandello, ma non era il caso.

 

“All’inizio dell’anno scolastico 1930-1931, il 4 ottobre 1930, qualcuno uccise a fucilate il maestro Sottosanti”. Con questo incipit si inizia la storia ufficiale del martire fascista, venuto dalla Sicilia con la leva magistrale a italianizzare i bambini sloveni tra l’altro proibendogli di spiccicare anche una sola parola nella loro lingua. Il Sottosanti ucciso si chiamava Francesco, e la sua missione civilizzatrice contro gli infidi tipi slavi comportava uno schietto razzismo o etnicismo o nazionalismo linguistico, ma la causale dell’agguato era un’imputazione cainesca, con ampio spettro di testimonianze: il maestro apriva la bocca agli alunni che proferivano qualcosa in sloveno, e ci sputava dentro, e era tisico. Solo che suo fratello, di nome Ugo, insegnò anche lui come maestro supplente nella stessa scuola, e il comportamento abominevole per il quale fu preso a fucilate Francesco, i maltrattamenti dei bambini, era con ogni apparenza il suo. Colpo di scena e circostanza di destino decisiva, lo scambio di persona, ingigantita dall’imbarazzo sulfureo della storia d’Italia ufficiale che, registrato liminarmente il fatto e sanzionato burocraticamente il comportamento del maestro Ugo, per il resto si tacque. E mentre per anni se ne parla e se ne dice e disdice dall’altra parte, quella slovena, di un confine poroso e mobile, attraverso il quale Sofri passeggia avanti e indietro, con incursioni nel catanese e a Piazza, gli italiani sapranno soltanto che il martire ucciso era un po’ meno martire, lui che doveva essere suo fratello, e il martire mancato rientrava gradualmente nei ranghi della pubblica istruzione dopo il bollo disciplinare del trasferimento che lo aveva incasellato. 

 

Il 19 ottobre, a nemmeno un mese dalla fucilazione del maestro sbagliato, “Il Piccolo” manda in stampa un articolo minore in cui la storia è evocata, con qualche eufemismo, dal Provveditore agli Studi di Trieste comm. Mondino, e per quanto ci riguarda non se ne parlò più.

 

Sofri è anche triestino per nascita e prima formazione, conoscitore e amante di quei paraggi, e aveva una madre che insegnava dolcemente e perfettamente l’italiano ai bambini sloveni e lasciò memorie di famiglia di tenera e delicata e bella lingua italiana, un capitolo delle quali è stampato nel libro: “Qualche tempo dopo, in un altro paese sempre lassù in montagna, uccisero un maestro siciliano mentre rincasava. Ne parlarono tutti. Il maestro che dava la vita per i bambini del paese, ucciso sotto le finestre di casa sua. Fummo presi da sgomento. Il trasporto al suo paese fu un’apoteosi. Millecinquecento chilometri di scolari schierati lungo la strada ferrata a gettar fiori al passaggio della salma del martire. ‘Sai’ mi disse dopo qualche giorno la maestra siciliana, dunque sua corregionale, ‘che cosa faceva il maestro Sottosanti? Quando un bambino non sapeva la lezione o commetteva qualche mancanza, gli faceva aprire la bocca, gli sputava dentro dicendo Porco slavo’. Forse queste cose non avrei dovuto raccontarle. Non le ho mai raccontate a nessuno. Sono rimaste sepolte in me”.

 

Incredibile Italia, sepolta in sé. Ti viene incontro nelle confessioni di una madre da favola, “la nostra maestra”, “naša učiteljica”, che con amore privo dell’ombra dell’etnicismo aveva educato “a parlare in un italiano così perfetto” i figli dei contadini sloveni. E nel disseppellimento caritatevole della storia del martire scambiato, scritta da suo figlio, nelle sue diramazioni e divagazioni, c’è posto anche per un’estrema beffa del caso: il figlio di Francesco, l’ucciso per errore, è quel Nino Sottosanti che fu, nella nebbia di guerra civile che ha da sempre offuscato la vicenda di Piazza Fontana, prodotto all’opinione come “il sosia di Pietro Valpreda”. Sofri a suo tempo derise le versioni doppiste che ambivano all’ufficialità, e rivelò che nel famoso doppio taxi con il doppio di Valpreda che portava la doppia borsa con la doppia bomba nella Banca dell’Agricoltura viaggiava una modella norvegese con il suo catalogo delle pose, e il “figlio del martire fascista”, uno degli spostati sul palcoscenico del 12 dicembre, c’entrava niente di niente. E con la stessa precisione dell’equanimità cerca di capire se fosse vera, documentabile, la diceria sugli sputi in bocca e sulla tisi attribuiti a Ugo, quello che doveva essere il martire, mettendola in dubbio lealmente in uno scambio, un altro scambio, sempre ambiguamente disposto tra verità, volontà e rappresentazione.

 

Questa storia di confine calpestato e oltrepassato e di espatrio casuale, come passeggiando a Gorizia e desiderando la città d’altri (“Ho invaso la Slovenia, a piedi, al buio, più volte, e altrettante evaso”), mostra che un fascismo atroce, ribaldo, pomposo, assassino conviveva con un’Italia fascista disciplinare, burocratica, concordataria in ogni rispetto, compromissoria, non necessariamente votata al sistematico rinnegamento della legge e della convivenza civile. Una storia semplice di un luogo eternamente e irrimediabilmente complicato.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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