PICCOLA POSTA

Sbaglia Israele a chiamare terroristi tutti i palestinesi che arresta

Adriano Sofri

Non ci si può aspettare che gli abitanti della Striscia che rischiano di essere uccisi in qualsiasi momento esprimano shock e contrarietà per i massacri di Hamas. Loro no. Noi sì

Succede di dover seguire gli avvenimenti con uno sguardo, se non postumo, largamente differito, perché ci si persuade che, quanto al presente, le cose stiano andando inesorabilmente nel loro dannato verso. La “guerra” di Israele e Hamas (la parte per il tutto) oltretutto si può vincere o perdere. E’ ridicolo sorprendersi della probabilità che Hamas smaniasse ancora più di Netanyahu per farla finita con la tregua. Hamas ha intravisto nell’esito della sua irruzione del 7 ottobre in medio oriente e nel resto del mondo, non il traguardo di aver risuscitato la questione dello Stato palestinese che si voleva archiviata, e della quale se ne fotte, bensì l’enormità impensabile fino al venerdì precedente di far fuori lo Stato di Israele. Quello dello slogan dal fiume al mare, echeggiato, a loro insaputa o no, da tante esuberanti piazze del pianeta. Si può fare, oltre che dirlo, come salmodiano ogni giorno gli ayatollah. E l’atomica, che un imbecille ministro israeliano ha evocato, non si può sganciare su Jenin: c’è un limite alla miniaturizzazione.


Gaza: si può manifestare nelle piazze, si possono firmare appelli, si può pregare i propri dèi, ma i bombardamenti sulla povera gente e la povera gente urtata e spinta qua e là non si fermeranno, per ora. Si vuole ottenere il risultato. C’è un risultato massimo – l’annientamento della struttura militare e politica interna di Hamas e la cacciata di una parte della popolazione oltre il confine della Striscia – e un risultato minimo, chiamiamolo così – stanare e uccidere i capi, compresi Yahya Sinwar e Mohammed Deif, e fermarsi, sedendosi nella Striscia a chiedersi che cosa fare dopo. Fra i due programmi c’è una gamma di mosse e gradazioni, nelle quali è impigliato il destino degli ostaggi. Era e resta irrisoria l’idea che Hamas liberasse tutti gli ostaggi, con qualunque contropartita: senza un bottino residuo di ostaggi resterebbe a mani vuote nel gioco diplomatico e anche in quello militare. 


D’altra parte, nella scarcerazione dei prigionieri palestinesi da parte di Israele c’è un aspetto simbolico rilevante, dunque un guadagno netto della propaganda di Hamas, e un aspetto sostanziale nullo e, se lo si guardi concretamente, ridicolo: fra i prigionieri liberati ce ne sono che sono stati arrestati dopo il 7 ottobre, e soprattutto dopo il 7 ottobre, e ogni giorno da allora, Israele ne arresta molti di più di quanti ne scarceri. Per giunta Israele (e la sua “sicurezza”, quella di cui è ministro il figuro Ben Gvir) chiama all’ingrosso tutti i suoi prigionieri, compresi quelli della famigerata detenzione amministrativa, “terroristi”, così commettendo, e tirandosi addosso, due errori gravi. Il primo, di dichiarare che le migliaia di detenuti palestinesi, minorenni compresi, e per estensione l’intera popolazione dalla quale sono estratti, sono terroristi, dunque di aver alimentato, la trasformazione di un popolo in un terrorismo di milioni. Il secondo errore, che si è appena rivelato ancora più grave, non riguarda solo Israele, e deriva dallo scivolamento impercettibile del linguaggio che ha fatto dell’aggettivo “terrorista” un superlativo, nemmeno relativo ma assoluto. Il fondo del fondo. Ma il “terrorismo” ha una storia lunga e tortuosa, passa per i populisti russi (anche il populismo ha una storia lunga) e per via Rasella, e soprattutto, quando se ne fa un grado zero della violenza, non si riesce più a vedere, pur dentro la scelta politica del terrore, un orrendo di più di brutalità ed efferatezza, che non a caso riguardano specialmente la violenza sessuale e gli stupri programmati ed esaltati. E’ un’altra delle troppe ragioni che hanno indotto e inducono ancora a una reticenza nei confronti degli stupri e delle violenze sessuali del 7 ottobre. (Ieri una altrimenti brava conduttrice radiofonica chiedeva degli stupri che “sarebbero stati commessi” il 7 ottobre, e i suoi interlocutori le obiettavano invano che “sono stati commessi” – due mesi dopo). Non si crede (“Believe Israeli Women!”), poi si dice che “gli stupri accompagnano sempre le guerre”, poi si aggiunge che “pare che siano stati opera dei cani sciolti”, poveri cani. Già un mese fa Amira Hass (su Haaretz e Internazionale) svolgeva una dettagliata analisi della sfilza di pseudo-argomenti tesi a giustificare la distrazione o l’incomprensione dell’ondata di massacri sadici del 7 ottobre. E scriveva: “Giustificare gli orrori di Hamas, ignorarli o disinteressarsene- come fanno in occidente gli esponenti della sinistra radicale che appoggiano i palestinesi- ricorda l’atteggiamento delle organizzazioni comuniste e dei movimenti di liberazione del cosiddetto terzo mondo di fronte ai metodi spaventosi impiegati nel blocco sovietico e nei paesi considerati socialisti. In altre parole, la posizione di un individuo nello spettro politico ideologico determina la misura della sua sensibilità o insensibilità alla crudeltà che prevale nel suo stesso schieramento politico... Man mano che i bombardamenti sulla Striscia di Gaza aumentano, che il numero dei morti e dei feriti cresce e la distruzione si espande, diventa più difficile esprimere pubblicamente o anche privatamente shock e contrarietà per i massacri di Hamas. Certo non ci si può aspettare che lo facciano gli abitanti della Striscia, che rischiano di essere uccisi in qualsiasi momento”. Loro no. Noi sì.