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Siamo testimoni della resurrezione di Staino

Adriano Sofri

Il nostro amico, quasi undici mesi fa, se ne era andato di colpo. All’altro mondo, secondo alcune diagnosi. In un altro mondo, secondo altre. Queste ultime hanno via via prevalso. Due giorni fa il ritorno a casa, poi la vignetta sulla prima pagina della Stampa. Ne avrà di cose da raccontare

Com’è noto dalle scritture, felice chi è stato testimone di una resurrezione. Be’, io e qualche altra, qualche altro, lo siamo stati. Si trattava del nostro amico Sergio. Lui, quasi undici mesi fa, se ne era andato di colpo. All’altro mondo, secondo alcune diagnosi. In un altro mondo, secondo altre. Queste ultime hanno via via prevalso, perché alle prime mancava la certificazione finale. Il nostro amico è passato attraverso una quantità impressionante di penultime ore. Il suo altro mondo era collocato in un paio di ospedali adiacenti, rianimazioni, riabilitazioni, che ne hanno avuto cura oltre i protocolli regolamentari – le statistiche, insomma. Avevamo fissato un traguardo congiunto, sia pure provvisorio: il ritorno a questo mondo e il ritorno alla sua casa. E’ successo. Due giorni fa il ritorno a casa. Ieri un’uscita manovrata nel suo giardino, giusto sotto un albicocco e accanto a Bruna e a un gran rosmarino. E una lenta comunicazione delle notizie comuni che aveva mancato, mentre noi mancavamo le sue: lenta e cauta, perché, come insegnano libri e film, tornare da una lunga assenza a un paese e a un mondo dove succede quello che succede è piuttosto traumatico. Altro che Goodbye Lenin.

Sergio era la persona più dedita alla vita pubblica che si potesse immaginare. Da un tempo immemorabile – ha già 83 anni – commentava con più disegni i fatti del giorno, e altri disegni dispensava prodigalmente a chiunque glieli chiedesse: infatti, non ha cumulato un patrimonio. Per giunta, da quando era diventato progressivamente cieco, e ascoltava toccava e annusava invece di vedere, e disegnava a memoria, con l’aiuto provetto di Michele figlio, aveva ancora più voglia di una vita pubblica, di sere trascorse con le persone, le sue e le benedette sconosciute.

Gran festa, una resurrezione. Sancita da tutti i crismi, compresa l’incredulità. Non ci aveva creduto quasi nessuno. (Grazie al cielo, piano piano, dottoresse e dottori e infermieri e infermiere sì). Vengono frasi comuni e improvvisamente riempite di un significato concreto: non credo ai miei occhi – e, soprattutto: E’ un miracolo. Nella nostra cerchia siamo piuttosto agnostici, ma quel linguaggio continua a farsi largo. Anzi, rincarato: “E’ un vero miracolo!” Come nella Pasqua ortodossa dei romanzi in russo: “E’ risorto!” “Davvero è risorto!” Be’, non fa male avere un retroterra. Perché poi le resurrezioni come questa hanno una differenza dal loro grande prototipo: che quando si resta a questo mondo, non si risorge una volta per tutte, né rimessi in piena forma. Si risorge, scalcagnati, attaccati a varii congegni ausiliari, e soprattutto, anche se questa non era la buona volta per morire, pur sempre umani, cioè mortali. Mortali, cioè vivi.

Chissà come fu, dopo, la vita supplementare di Lazzaro: qualcuno deve averla immaginata, ma ora non me ne ricordo. (Ah, sì, forse andò a Marsiglia a fare il vescovo). L’altroieri, quando gli è stata raccontata la doppia pagina sull’invasione di animali, e specialmente insetti, alieni e aggressivi, avvenuta mentre lui era altrove, Sergio ha fatto due o tre commenti. Uno diceva: tutta questa attenzione all’aggressività degli animali ci fa dimenticare l’aggressività degli umani. In un altro la maestra diceva: Bisogna guardarsi dall’aggressività degli insetti, e il piccolo Michele: “A bassa voce, che non ci sentano!” Dunque, fra Sergio e Michele, come prima, è uscita dopo quasi undici mesi la vignetta di Sergio sulla prima pagina della Stampa. Risorto: ne avrà di cose da raccontare, e disegnare.

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