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piccola posta

L'intimità discreta che un corteo antifascista riesce a offrire ogni tanto

Adriano Sofri

L’antifascismo è la premessa della libertà, della Costituzione, un po’ di tutto. Le premesse sono piuttosto noiose. Ma chi voglia dichiararle superate è un cialtrone, o un lazzarone

Sabato scorso ho partecipato alla manifestazione di Firenze. E chi se ne frega, direte voi. Infatti, solo che ho letto e sentito strane notizie sulle ragioni che hanno spinto parecchie persone a partecipare alla manifestazione di Firenze, dunque anche me. Per dirne una, la Stampa, sia pure per contrapporre plasticamente Firenze a Torino (“Il corteo dei violenti”), ha intitolato in prima: “La piazza pacifista”. Io a una manifestazione per la pace vado volentieri. A una “pacifista”, se volesse dire per esempio che non bisogna usare una forza per liberare Sarajevo dopo anni di assedio e giorni di Srebrenica, se volesse dire per esempio che non bisogna aiutare materialmente la resistenza ucraina, non andrei, oppure andrei camminando in direzione contraria, come Plinio il Vecchio. Ma non era questo il tema della manifestazione, salvo che mi sia sfuggito. Anzi, avevo appena letto sul New York Times che, nonostante le diverse indicazioni dei sondaggi, la segretaria del Pd Elly Schlein è persuasa che l’invio di armi all’Ucraina sia “ora necessario” (gliel’ho sentito ripetere domenica sera da Fazio). Dunque, almeno due o tre a pensare così eravamo. Su altri giornali (anche qui) ho letto di spropositi scanditi dalla manifestazione, cioè lo slogan “Il compagno Tito ce lo ha insegnato / uccidere un fascista non è reato”. Non ho sentito niente del genere, e chi se ne frega, direte voi. Giusto. Metà di quello slogan truculento fu piuttosto diffusa ai miei tempi – che strano, anche questi tempi sono un po’ miei. Insomma, quando già “i miei tempi” erano esauriti andai al funerale di Tito in compagnia del compagno Pertini, che avevano altri tempi in comune. Ma oggi la variante col “compagno Tito”, tanto più se pronunciata da giovani, non può che essersi incubata in una nicchia recente: dalle diatribe sulle foibe, direi. Ai molto sinistri che vanno a scuola dal compagno Tito, gran combattente ma piuttosto destro, non avranno detto che ci furono anni in cui il compagno Tito insegnò anche a incarcerare e liquidare fior di indisciplinati di sinistra, operai internazionalisti e militanti tutti d’un pezzo. Sia come sia, scommetto che non l’abbiano sentito in molti quello slogan.

Come l’avevo capita io, la manifestazione si era chiamata antifascista, o, più ragionatamente, “a difesa della scuola e della Costituzione”. Ho letto poi che la sinistra di sabato si attarda nella strumentale o inquieta proclamazione di un fascismo alle porte. Ora il fascismo, o è a modo suo ben oltre le porte e si affaccia al balcone da legittimo padrone di casa, o è una imbarazzante parodia. Quanto all’antifascismo, è la premessa – della libertà, della Costituzione, un po’ di tutto. Le premesse sono piuttosto noiose. “Io sono il Signore Dio tuo. Primo: …”. O nei dibattiti televisivi: “Prima vorrei fare una breve premessa…”. Prima: e che la vuoi fare, dopo? Sono noiose. Ma chi voglia dichiarare superata la premessa è un cialtrone, o un lazzarone. L’antifascismo non è superato, e non è un programma politico: è la premessa. A Firenze però dei liceali erano stati aggrediti, malmenati e mortificati da un manipolo di squadristi, affiliati a un partito di governo, e dal governo era venuta, stupidissima, l’intimidazione a una preside che aveva scritto una lettera pubblica e, senza paura della nobiltà, nobile. Reagire a queste peculiari circostanze è un caso di antifascismo, concreto e simbolico, i fatti e la premessa. Prima dei “miei tempi”, era piuttosto usuale che squadre fasciste venissero a picchiare alle scuole, dove gli studenti ancora spoliticizzati e inadatti, specie se ginnasiali e liceali, le buscavano e si chiedevano perché. Era la malattia di una periferia culturale che aveva almeno dalla sua l’estromissione dalla società ben ordinata, dall’arco costituzionale. Ma che ora vogliano rifarlo e insieme governarci sopra è piuttosto irritante. Anche rispondere in 30 o 40 mila all’impresa di 5 o 6 provvisori sciagurati è sproporzionato, e in passato le migliaia hanno perduto anche quando avevano ragione. Ma intorno a noi, dove ribellarsi costa davvero caro, c’è una rianimazione delle piazze e delle comunità intrepide e libere, in Iran, in Israele – che piacere accostare i due nomi. Sicché anche camminando sicuramente a Firenze ci se ne ricorda.

Dunque non ho sentito slogan truculenti, non ne ho sentiti nemmeno che tradissero la resistenza degli ucraini in nome della pace. E’ vero che sto diventando un po’ sordo. E’ vero anche che il corteo fiorentino ha avuto un itinerario, nella sua gran parte, così labirinticamente distante dal centro brulicante della città, da far passare ai manifestanti la voglia di scandire slogan o cantare canzoni: non c’era un passante cui cantarle, non una finestra alla quale salutare, eppure era una vera anticipazione di primavera e si andava col sole in fronte. Non importa, i cortei sono belli. Ogni volta di nuovo mi piace che ci si trovi in una compagnia così larga e stretta, un improvviso fiume in tempo di siccità, di facce un po’ conosciute un po’ sconosciute, soprattutto, dopo tanta mortificazione dei corpi, pronte a toccarsi urtarsi e abbracciarsi e baciarsi, conosciuti e sconosciuti – con qualche riserbo reciproco solo fra file di giovani e file di vecchi. E’ l’intimità discreta che un lungo e sparpagliato corteo antifascista riesce a offrire una volta ogni tanto. Poi, magari quando i discorsi dal palco sono ancora a mezza strada, si va via, ognuno per sé, alla spicciolata. Gente su cui si può contare.

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