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piccola posta

L'appello per un “restraint” dei giudici, già seppellito dai rave

Adriano Sofri

Chiacchiere da ascoltare su Radio radicale a partire da "Il governo dei giudici" di Sabino Cassese, quei giudici sicuri di avere alle spalle la forza di correnti irriducibili, o il ricatto della popolarità televisiva. In un circolo vizioso che sembra inarrestabile

"Il governo dei giudici" di Sabino Cassese (Laterza), che è fuori da qualche mese e ha ricevuto l’attenzione che merita, lo scorso martedì è stato oggetto di una presentazione seducente per la sede (il Sant’Anna di Pisa, si giocava in casa) e i partecipanti: con l’autore (1935), Tullio Padovani (1944), Giuseppe Di Federico (1932) e, decisamente più giovani, Rosa Anna Ruggiero e l’ospite Gaetana Morgante. Ruggiero ha illustrato il superamento disinvolto, attraverso una sentenza delle Sezioni Unite del 2019, del principio di immutabilità del giudice, cioè della regola secondo cui il giudice che delibera la sentenza dev’essere lo stesso che ha presenziato all’istruttoria dibattimentale. E ne ha indicato il corollario nella progressiva perdita di importanza delle testimonianze rispetto ad altre fonti di prova – intercettazioni, registrazioni video, analisi scientifiche…

Padovani, autore dell’emendamento all’art. 1 della Costituzione che ora recita: “L’Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sull’esercizio dell’azione penale. La sovranità appartiene ai pubblici ministeri, che la esercitano in modo discrezionale” (evocato con simpatia da Cassese) ha ricordato come il “vuoto” e meglio la “delega” rilasciata dalla politica alla magistratura, e più esattamente alle procure, è alla vera origine dell’alluvione. Cassese ha espresso – o simulato? – una qual sorpresa per l’attitudine della politica, la cui rinuncia a prerogative fondamentali, come l’immunità parlamentare, le si ritorce inesorabilmente contro – Deus dementat. Autolesionismo umano umanissimo, culminato grottescamente nel caso del taglio del numero dei parlamentari: paura, servilismo, demagogia, sindrome di Stoccolma… Cassese, spiegando il proprio procedimento come complementare a quello di Padovani, muovendo lui dalla giustizia alla politica e Padovani secondo il percorso opposto, rintraccia un’origine remota della giuristocrazia italiana nello zelo con cui i costituenti passarono dal “modello giapponese” – nel quale una gran parte dei conflitti viene regolata all’interno della società di appartenenza, corporazione, azienda, famiglia… – al “modello americano” (Usa), che li rinvia tutti a un giudice terzo.

Qui il profano come me, consapevole della superfetazione giudiziaria della vita pubblica e privata, si chiede però se al “modello giapponese” non appartenga anche, oltre alle ignobili “inchieste interne” di certi corpi separati, agenti penitenziari e preti cattolici compresi, il principio dei panni sporchi lavati in famiglia (la decisione delle donne di denunciare molestie e violenze è delle prime rivoluzioni del nostro tempo). Cassese ha illustrato la sua metodica dimostrazione della tranquilla transizione della magistratura di spicco dall’indipendenza all’autogoverno (e di qui all’eterogoverno) con una brillante enunciazione di casi di fatto e di rivendicazioni formali. Ha anche offerto una implicita spiegazione della sua personale discrezione negli anni della Corte costituzionale, felicemente risarcita dalla stupefacente presenza pubblica degli anni correnti e a venire. 

Di Federico ha sciorinato un repertorio a sua volta impressionante di casi di invadenza, arbitrio e sprezzo del ridicolo riguardanti il rapporto fra magistratura associata e ministero della Giustizia, la presenza ingente, incompetente e insindacata di magistrati ivi e altrove distaccati, e il metodo delle promozioni, liberate da qualunque legame col merito – titoli, efficacia lavorativa…

Non ho detto niente di quello che più conta della discussione al Sant’Anna: ascoltatela su Radio radicale. E alla fine mettete a confronto la raccomandazione ai magistrati di adottare un certo “restraint”, un’autolimitazione nei loro pronunciamenti politici, con il tono effettivo di quei pronunciamenti. Sicuri di avere alle spalle la forza di correnti irriducibili, o il ricatto della popolarità televisiva. In un circolo vizioso che sembra inarrestabile, data la debolezza permanente e crescente della “politica”, e la fiducia investita in magistrati che, la meritino o no, finiscono comunque per esorbitare dalle proprie funzioni. Compreso lo sbocco iraniano-talebano, della giustizia trasformata da persecutrice di singoli reati e loro eventuali autori a tutori delle virtù pubbliche e private. Ma si è appena annuncia un’èra nuova, ed è già stato un rave a seppellirla.