Piccola Posta

Fino a che punto Io sono Io. Riflessioni sul mio corpo e i suoi cambiamenti

Adriano Sofri

In un’intervista a Nicola Mirenzi per l’Huffington Post, Carlo Rovelli risponde alle domande su “che cosa fa di lui Carlo Rovelli e non un’altra persona”. Ne emerge un brillante ragionamento sull'identità fra organi, anima e memoria

Ogni tanto ho nostalgia della casistica, proprio dei suoi giochi più sottili e anche pretestuosi. Non gioco a scacchi, la casistica è un surrogato. In un’intervista a Nicola Mirenzi per l’Huffington Post (antologizzata nell’“Anteprima” di Giorgio dell’Arti) Carlo Rovelli risponde alle domande su “che cosa fa di lui Carlo Rovelli e non un’altra persona”. Dice: “Io sono il mio corpo: fatto di tanti organi in relazione tra loro che, muovendosi insieme, formano un’unità; sono la mia memoria: il racconto che faccio di me stesso, legando quello che è accaduto ieri a quello che mi accade oggi; sono i miei pensieri, che vengono dagli altri e passano attraverso di me. Sono l’immagine di me riflessa negli occhi di chi mi vuole bene. Sono tutto questo insieme di processi, a cui do il nome di Carlo”.

 

L’Io, come il Noi, esiste nella relazione: “Se lei toglie da me i miei pensieri, la mia memoria, i miei sentimenti, i miei organi, di me non rimane niente”. Giusto, bello. Qui la passione casistica avrebbe mosso il suo assalto. “I miei organi”: quali? Io ho un femore di porcellana e titanio, ma penso di essere rimasto Io. Non farò l’elenco vanesio degli altri organi che mi mancano. Abbiamo quel modo di dire, a proposito dei cambiamenti dell’aspetto o dell’umore: “Non è più lui”. (“Non son chi fui”, così il sonetto di Foscolo, “perì di noi gran parte”, mettendo insieme il tutto e la parte, l’Io e il Noi). Con qualche organo, la milza, le tonsille, ce la siamo cavata sbrigativamente.

 

I casisti si interrogavano sull’ultimo resto che fa dell’uomo un uomo, quell’uomo: Carlo Rovelli, “l’anima”. Ragionavano precedendo e accompagnando la chirurgia (e la sua sorella stretta, la tortura: operazione in corpore vivi). Già due secoli prima di Cristo un uomo sopravviveva a lungo all’amputazione transfemorale. Caccia e guerra e mutilazioni spostavano sempre più in là la questione, che i sofismi dell’intelligenza spingevano al paradosso. I santi taumaturghi Cosimo e Damiano sostituirono con una gamba (di un nero, come il primo cuore di Barnard) la gamba in cancrena di un paziente.

 

Oggi “i miei organi” sono un’espressione molto elastica, chirurgia dei trapianti e chirurgia estetica l’hanno travolta. E sono Io quando ancora il mio cuore batte (nel cuore abita la parola di Dio, che “taglia e penetra fino alle giunture e alle midolla”) o quando la mia corteccia cerebrale, “il brulichio di neuroni e di sinapsi”, smette di funzionare (anche allora, se ero un giovane in forma finito in motorino, posso fornire un cuore, due polmoni, due reni, un fegato e un pancreas, che permetteranno a qualcun altro di restare se stesso). 

 

Non sono in grado ora di ripescare le vere estenuanti dispute sul tema: fino a che punto un essere umano è un essere umano, fino a che punto Io sono Io, e poi non più. Sta di fatto che erano tutt’altro che oziose, e invece annunciavano questioni oggi essenziali e problematiche. La prima, se e in che misura Io sia Io in virtù del “mio corpo”, dei “miei organi”, o lo sia per le mutazioni fisiche e psicologiche che posso procurare al mio corpo e ai miei organi (sono chi sono perché ho deciso di non essere più chi fui). La seconda, se io sia o no “proprietario” del mio corpo – di me – e abbia il diritto di disporne: è la distinzione fra il corpo e “la persona” a pretendere di autorizzare le manomissioni di questo diritto. La terza, quanto la longevità preservi il mio Io, a cominciare dalla “mia memoria”, il racconto di ciò che sono stato via via in relazione al resto del mondo, o invece lo dissolva sotto un simulacro di vita. 

 

Ho detto dell’affinità fra chirurgia e tortura (e, più in fondo, sessualità): il medico chirurgo vuole prolungare la vita del paziente per salvarlo, il torturatore vuole prolungarla per godere fino all’estremo della sua sofferenza. Levargli sapientemente e abilmente ogni pezzo di lui, fino alla fine della sua vita e del proprio piacere (nel sesso, la differenza non sta in ciò che si fa, ma nel reciproco consenso). E oltre, si apre la questione della mia esistenza personale, una volta che dalla correzione transfemorale passi a quella trans-umana (o transumanista): ma qui io mi fermo, e Rovelli può procedere con maggior competenza.

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