Piccola Posta

La lunga vita di Rossanda, che voleva rattoppare gli sbreghi del comunismo

Adriano Sofri

La sinistra, le parole e gli incontri: la ragazza del secolo scorso ha lasciato tutto di sè, incluso un nuovo libro. E l'illusione che una vita lunga ci consenta di saldare tutti i conti in sospeso e di dire su se stessi l'ultima parola 

Ho letto e guardato molte cose dopo la morte di Rossana Rossanda. Il Manifesto ha pubblicato una quantità imponente di lettere, le più non di circostanza. Volevo riscriverne più meditatamente anch’io, che con Rossanda ho un debito di gratitudine, oltre che un lungo tratto di vita parallela. Alla fine ho avuto l’impressione che Rossanda abbia detto di sé tutto quello che c’era da dire, che abbia via via riempito tutti gli spazi e si sia valsa del tempo per aggiornare il proprio racconto, rubando il mestiere, per così dire, agli scrittori di coccodrilli. Per giunta abbiamo saputo che aveva appena congedato un nuovo libro, che completa il racconto de “La ragazza del secolo scorso”. La longevità contemporanea – che la pandemia ha scosso, ma non ancora davvero intaccato – ha via via trasformato il rapporto fra testimoni e storici, decisi i primi a durare e tener duro, impazienti i secondi che il loro tempo tardi a venire. Sicché c’è un periodo notevole di coabitazione, in qualche caso di collaborazione, più spesso di conflitto e rivalità. Il suo terreno preminente è la Shoah, e l’impressione, forse statisticamente infondata ma simbolicamente forte, della lunga e tenace durata dei suoi superstiti, e sentinelle. Oppure, in altro modo, la Resistenza.

 

Il tempo lungo è un privilegio, costringe e soprattutto permette di trarre un bilancio, e per farlo di prendere una distanza da sé: che quasi sempre, e sempre per chi si era proposto addirittura di cambiare il mondo, è il bilancio di uno scacco. Tale da far rinnegare da qualcuno la stessa aspirazione originaria, da farla rivendicare da altri come perennemente valida, nonostanti i fallimenti più o meno onorevoli. Così nella dichiarazione di Rossanda, “il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato” (e del resto nella testata del manifesto). O in altre simili, in cui Rossanda sembra separare i mezzi sbagliati dai fini. Non di rado si tratta di giochi di parole, ma seri, come quelli che vogliono orgogliosamente difendere il senso della vita propria e di innumerevoli altri di cui si è stati compagni. Non pochi, lungo la strada, hanno sentito di non farcela più, come l’Alexander Langer che ha salutato esortando a “continuare in ciò che era giusto”, o il Lucio Magri che ha “visto finire ogni speranza di una vita diversa”. Ci sono infatti quelli, tanti, che se ne sono andati prima. Troppo presto, spesso, per trarre un proprio bilancio, e per vedere come andava a finire – non va mai a finire, direte: ma è vero anche il contrario. Venerdì sbrigativi articoli davano notizia dell’indizione di uno sciopero nazionale dei metalmeccanici –il 5 novembre, 4 ore di sciopero, e due ore di assemblea – sul rinnovo del contratto, scaduto da un anno, per il 2020-2022. “Esistono ancora i metalmeccanici?”, avrà ricommentato qualcuno (sono 1 milione e 600 mila). Come passa il tempo, avrà pensato qualcun altro. Passa.

 

Vite così lunghe e piene somigliano a certe case che hanno conservato tutto, e cadono le braccia al solo pensiero di sgomberare e rifare ordine. Poi succede che la grande casa passi, gremita com’è, in mano ai rigattieri. Com’è alla fine per ciascuno la propria vita. Una studiosa, Marina Piazza, segue da tempo “La vita lunga delle donne”. La vita lunga di Rossanda donna le ha suggerito di dire che avrebbe fatto ricorso alla chirurgia estetica “se fossi stata più ricca”. L’avrebbe fatto anche Rosa Luxemburg, no? Ai cui tempi Lenin diceva che la socialdemocrazia tedesca aveva un solo vero uomo, ed era Clara Zetkin. La vita lunga illude di saldare tutti i conti sospesi, di dire su se stessi l’ultima parola. Di ringraziare, anche. “Prima di andare – come si usa dire – ‘all’altro mondo’, vorrei avere la possibilità di scrivere una parola a tutti quelli che ho incontrato, una parola di ringraziamento”. I bilanci sono tanti, non uno, così come sono tante le trincee, non una sola. Donne e uomini, umani e destino del pianeta, lotta di classe… Per esempio: “… come Luciano Gallino che ripeteva, negli ultimi scritti: ‘La lotta di classe esiste ancora e l’hanno vinta i ricchi’)”. E già Warren Buffett, “la lotta di classe esiste, e l’abbiamo vinta noi”: lui meglio, perché ha vinto di persona. Peggio per lui.

 

La vita lunga vuole rattoppare tutti gli sbreghi, gli strappi della prima parte e anche della seconda e delle altre. Si scrive il proprio epitaffio e lo si aggiorna via via. E via via si mandano in soffitta i coccodrilli altrui, in una gara destinata alla sconfitta ma che si strappa una dilazione. Si è spiritosamente indulgenti: “La ragazza che sono stata è buffa, ma sono molto indulgente con lei”. E intanto si rende la vita difficile ai successori, si torna sui propri passi e li si rivede, spregiudicatamente se occorre (con nessuno si è spregiudicati come con sé, se non si è così sciocchi da attestarsi sulla mera indulgenza), si ricostruisce il contesto (“Come questo o quel personaggio vedeva il mondo in quel preciso tempo e luogo”, gli storici non di rado lo ignorano, e poi oggi non si tratta più di veri storici), si prende le distanze senza rinnegarsi. Rossanda si guarda dal concludere che tutto è relativo. Dice l’aggettivo “imperdonabile”: la posizione del Partito comunista all’interno della sinistra nella guerra di Spagna, per esempio. Dice anche, più spesso di quanto ci si aspetterebbe, il verbo “inciampare”. Indica un “sapere di più” che finisce in una “complicità con lo stalinismo” (trattando dell’attacco e dell’abbraccio con Anna Maria Ortese, e chissà che il nuovo libro abbia un passo analogo per Elsa Morante della “Storia”). Questo lungo venire dopo è un vantaggio? Sì, anche se ha qualcosa di tragico. Non nel rapporto con i posteri e i loro giudizi, al diavolo i giudizi dei posteri, bensì nel rapporto con i morti anzitempo, e comunque prima. Il vantaggio pesa contro di loro, che non hanno visto tanto, e avvertono di quanto non vedremo. (E pensate a come la cancel culture abusa ed esaspera ora lo svantaggio di “chi non c’è più”).  Pascoli prediligeva, delle sue poesie, “L’aquilone”. 


A uno a uno tutti vi ravviso,
o miei compagni! E te, sì, che abbandoni
su l’omero il pallor muto del viso.
Sì: dissi sopra te l’orazïoni,
e piansi: eppur, felice te che al vento
non vedesti cader che gli aquiloni!

 

Un bel luogo comune. Il risarcimento del superstite a chi è stato strappato via. Muore giovane chi è caro agli dei, ed è caro agli umani che invecchiano chi muore giovane, ma è anche il loro turbamento. Tutti i mondi che hanno visto cadere sono il loro privilegio, la loro fortuna. Ho sorpreso me stesso perché mi era venuto in mente, l’ho scritto qui, che fosse un peccato che Rossanda mancasse al centenario del PCdI, fra pochi mesi appena. Lei aveva detto: “Muta il tempo, sono meno distratta, penso che c’è qualcosa che non vedrò e non mi duole più”. 

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