Spiegare l'occidente agli occidentali

Rocco Todero

Ampi strati della popolazione hanno già imboccato la strada che potrebbe condurci al tramonto del liberalismo occidentale. Vogliamo dialogarci o preferiamo altezzosamente sfidarli?

Nel 1949 Ludwig von Mises notava come alla maggioranza dei suoi contemporanei mancasse la consapevolezza dei meccanismi di funzionamento di una società di mercato all’interno della quale benessere, tecnologia e comodità avevano soppiantato, nel corso degli ultimi 150 anni, povertà, sottosviluppo e disagio diffuso.

 

Sebbene la quasi totalità degli esseri umani che vivono in quell’area del globo riconducibile al cosiddetto Occidente abbia contribuito a creare con le proprie condotte la moderna società di mercato, notava l’economista austriaco, questo apporto individuale è rimasto per lo più inconsapevole, cosicché i difensori dell’economia capitalista sono rimasti pressoché una ridottissima minoranza, sopratutto nei momenti in cui le crisi economiche hanno propagato maggiore malcontento fra le popolazioni di quegli stessi Paesi.

 

A distanza di circa 70 anni si può ritenere che l’osservazione di Mises abbia mantenuto integra la capacità descrittiva della condizione dell’occidentale medio, al quale spesso pare sfuggire che un’esistenza sempre più lunga, colma di comodità, ricchezze, agi ed un soddisfacente stato di salute, si è resa possibile grazie ad un sistema fondato sulla divisione internazionale del lavoro, il libero commercio, le rilevanti dimensioni della finanza internazionale, l’innovazione tecnologica allo stesso tempo distruttrice e creatrice di milioni di posti di lavoro, l’incertezza come condizione ordinaria dentro la quale confrontare le aspettative simultanee di miliardi di essere umani.

 

La mancata consapevolezza delle ragioni che hanno consentito all’Occidente di essere quello che è stato negli ultimi 250 anni spinge periodicamente milioni di elettori, insofferenti delle conseguenze negative delle fasi di transizione o di radicale trasformazione del sistema economico globale, a ricercare rifugio ed approdo sicuro nelle formazioni politiche che propagandano la sconfessione radicale dei pilastri sui quali l’economia di mercato si è eretta per moltissimo tempo.

 

L’American first ed il protezionismo di Trump, le tendenze all’isolamento che pure paiono avere caratterizzato in parte anche la Brexit, il nazionalismo della Le Pen e la decrescita felice del Movimento cinque stelle in Italia, sono sembrate sino adesso, secondo molti osservatori, solo alcune delle risposte più apprezzate da quei settori della popolazione vittime dell’attuale periodo di transizione del sistema economico globale.

 

Come ha osservato con grande acume Edward Luce nel suo recentissimo “Il tramonto del liberalismo occidentale”, corriamo il rischio che questi strati della popolazione continuino per molto tempo a rappresentare maggioranze elettorali in grado di costringere le democrazie liberali ad un’involuzione che ai loro occhi appare invece l’unica risposta accettabile nell’immediato.
Del resto, però, Luce ha fatto notare correttamente che, per quanto possiamo avere ragione a ritenere seduti dalla parte sbagliata della Storia queste ampie fette della popolazione, “Se scarichiamo metà della società perché pensiamo che sia ignobile, non perdiamo soltanto la possibilità che ci ascolti. Mettiamo anche in pericolo la democrazia liberale.”

 

Cosa fare, dunque?

 

Se i sistemi costituzionali fossero stati congegnanti in modo tale da impedire alle maggioranze elettorali di costringere il potere politico ad interferire pesantemente sul libero svolgimento della cooperazione sociale, non si porrebbe alcuna questione di rilievo. Governi e Parlamenti non potrebbero torcere le fondamenta delle democrazie liberali per trasformarle in qualcos’altro di poco auspicabile.

 

La realtà, tuttavia, è ben diversa e gli elettori votano per ottenere sistemi sociali all’interno dei quali collocarsi, nell’immediato e dal loro punto di vista, nella migliore posizione immaginabile.

 

Nel lungo periodo l’unica possibilità è quella di spiegare l’occidente agli occidentali, imporre ai sistemi educativi pubblici di trasmettere a milioni d’individui, sin dai banchi di scuola, quegli insegnamenti in grado di consentire l’acquisizione della consapevolezza necessaria in ordine all’origine della “ricchezza delle nazioni”.

 

Un sistema scolastico, per restare solo all’esempio italiano, che dedicasse meno tempo alle nevrosi esistenziali degli autori romantici dell’800 e del ‘900 e che costringesse i giovani studenti, prima dell'immersione nell’istruzione specialistica universitaria o nel mondo del lavoro, a comprendere le fondamenta della civiltà che li ha resi ricchi e longevi, rappresenterebbe un buon punto di partenza.

 

Nel breve termine, invece, non pare esservi alternativa ad un approccio fondato su discorsi moderati e rassicuranti, in grado di non spaventare ulteriormente quegli elettori che già hanno espresso preferenze per forze sfacciatamente populiste e che difficilmente potranno essere ricondotti nell’area del riformismo liberale e liberista con programmi politici radicali per quanto in linea con la corretta teoria economica.

 

Naturalmente si rende necessaria, allo stesso tempo, un’azione di Governo che consenta di apprezzare in maniera tangibile e graduale come politiche ispirate al liberismo siano in grado di apportare miglioramenti concreti al tenore di vita di ogni singolo individuo.

 

Ampi strati della popolazione hanno già imboccato la strada che potrebbe condurci al tramonto del liberalismo occidentale. Volgiamo dialogarci o preferiamo altezzosamente sfidarli?