Il rapper Noyz Narcos (2010), storico membro del TruceKlan (foto Getty)
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Creatura spontanea e sincera, il TruceKlan ha cambiato la storia del rap
Metal Carter firma “Cult Leader”, un’autobiografia del gruppo e la memoria di una Roma sparita, pre-social, dove le leggende nascevano dal passaparola, dallo scambio di cd masterizzati, dal rifiuto delle aspirazioni in una società già ossessionata dal successo
Ne è passata d’acqua sotto i ponti da quando la scena musicale italiana, in particolare quella ancora balbettante del rap, fu scossa dall’apparizione di un fattore imprevisto e affascinante: si chiamava TruceKlan e raccontava una storia diversa da quella, spesso di seconda mano, che fino ad allora aveva fatto da serbatoio ai rapper delle nostre latitudini. Fin lì, il rap italiano era intrappolato in una dicotomia asfittica: da una parte le Posse e l’impegno politico, il rap con una “coscienza”, dall’altra l’emulazione goffa e venata di pop dell’attitudine gangsta americana. I ragazzi romani del TruceKlan fanno saltare il banco, esponendo il vessillo di un nichilismo sconosciuto. Non sono politicizzati, non sono gangster (raccontano di una criminalità spicciola, priva di glamour, più attitudinale che concreta), non vogliono insegnare nulla a nessuno, si vogliono divertire e, se possibile, salvarsi. Introducono un’estetica del “come viene”, purché sincero e di pancia, pescano a piene mani dal cinema di genere (Fulci, Lenzi, Deodato), dagli stracult di serie B e poi dall’hardcore punk e dal metal estremo, fondendo il tutto in un rap minimo che suona come una sega circolare.
Quella del TruceKlan, e del Truceboys che ne furono gli originatori, è una parabola breve, intensa, scomoda. La racconta “Cult Leader” (Nero), autobiografia di formidabile purezza scritta da Marco De Pascale, ovvero Metal Carter, il Sergente di Metallo, iniziatore di questa vicenda a partire dai tavoli di un pub dell’Esquilino dalla rivelatrice insegna di “Cirrosy’s”. Metal ci arriva da Primavalle, estrema periferia della Capitale dov’è cresciuto e a 16 anni ha già collezionato le problematiche che promettevano di farlo fuori: famiglia disfunzionale, bullismo diffuso, cattive compagnie, crimine e droghe dappertutto. Lui la chiama la scuola della strada: o impari a non farti investire o sei segnato. Marco trova salvezza nella musica: diventa fan ossessivo del death metal e della sua estetica della decomposizione, con quelle voci dal timbro bestiale, la celebrazione della violenza e dell’orrore, una mostruosità di radice scandinava e americana, da cui lui – lasciando il quartiere alla ricerca di possibili complici – poco alla volta si evolve verso nuove forme espressive, suggerite dall’incontro con un gruppo di reietti come lui: si fanno chiamare Gel, Cole, Lou Chano, Noyz. La racconta così: “Devi immaginarti la situazione: cinque tizi appassionati di argomenti tipo morte, horror, malattia mentale e cinema di serie B, chiusi in una stanza a buttare giù rime che parevano provenire direttamente dalla seduta psichiatrica di un serial killer”. E ancora: “Noi di stiloso non avevamo un cazzo – ma ci andava bene così e in un certo senso ne eravamo addirittura orgogliosi. Eravamo i Truceboys”. Quel “truce” va nel significato che ha nello slang romano, sinonimo di trucido più che minaccioso: “Trattavamo temi indigesti non solo ai puristi dell’hip hop, ma anche a qualsivoglia persona considerata equilibrata: nichilismo adolescenziale, humor scurrile, negatività acida, disinteresse nei confronti della vita, disfattismo, masochismo, immagini abominevoli, degrado fisico e mentale… Eravamo hardcore. Per noi non era uno sforzo: ci veniva spontaneo”. Il mistero è che questo branco di ragazzi disadattati diventa presto un culto per migliaia di coetanei, prima della loro città e poi di tutta Italia. Il suo stile è la negazione della tecnica come virtuosismo. Carter non rappa per dimostrare di essere bravo; rappa per buttare fuori.
Il TruceKlan rovescia il tavolo della scena rap e trasforma l’imbarazzo in uno stato di fatto per chiunque l’avvicini maneggiando le abituali categorie della critica e delle cronache dei consumi. Oggi le pagine di “Cult Leader” sono la ratifica di un fenomeno che le istituzioni musicali hanno provato a ignorare finché non è diventato impossibile: “Cosa rappresentavano i Truceboys per queste persone? Perché eravamo così importanti per loro? Ancora me lo chiedo. I nostri testi erano macabri, le nostre copertine estreme, sputavamo veleno e merda e istigavamo chi ci ascoltava a odiarci, anziché celebrarci e metterci su un piedistallo. Stavamo costruendo una specie di religione eretica di strada e io in questa roba ci sguazzavo – era come se tutte le fantasie che avevo nutrito da bambino leggendo fumetti horror e ascoltando gruppi metal stessero diventando realtà”, scrive Metal Carter nella sua ricostruzione realizzata dialogando col giornalista Riccardo Papacci. La discografia del TruceKlan resterà smilza, i suoi membri intraprenderanno presto carriere soliste più o meno fortunate, lo stesso Metal si dedicherà a una produzione in proprio che continuerà ad avere un seguito di fedeli ammiratori. La leggenda dei concerti del Klan di vent’anni fa, quella liturgia del disgusto, testimonia l’ultimo vero movimento punk italiano, in risposta alla decomposizione sociale della Roma giovanile degli anni Duemila. Metal Carter del Klan è stato il cuore pulsante, la sincerità disarmante: “Non mi viene naturale esprimere cose positive. Non ce la faccio”. E questo libro è la memoria di una Roma sparita, pre-social, dove le leggende nascevano dal passaparola, dallo scambio di cd masterizzati, dal rifiuto delle aspirazioni in una società già ossessionata dal successo. Metal Carter resta il nostro mostro preferito perché non mente, non intellettualizza il disagio e usa una brutale scrittura “grado zero” nel documentare una sottocultura potente e sommersa che scelse l’autodistruzione come forma di protesta. Il TruceKlan è stata una famiglia disfunzionale, un magnete per gli inadatti che non trovavano spazio nei centri sociali o nelle discoteche alla moda. E con questo volume Carter reclama dignità per la tribù di cui è stato capo, ultima avanguardia sporca, spontanea aggregazione di solitudini.