Willy DeVille si diceva “in parte irochese, in parte basco” (foto Olycom) 

musica

Willy DeVille, il pirata del rock 'n' roll

Vittorio Bongiorno

Tra punk e ritmi latini, lanciava rose rosse al pubblico. Un documentario rimedia a un ingiusto oblio

Quando Willy DeVille entra sul palco della trasmissione comica Zelig – anno di grazia 2005 – il pubblico, numerosissimo, lo applaude in totale adorazione. Anche la bella Vanessa Incontrada e Claudio Bisio, che probabilmente non sanno nemmeno chi sia il tizio, lo annunciano eccitati. Forse è a causa della sua canzone “Demasiado Corazón”, scelta come sigla del programma da tempo, per quel suo andamento brioso e latineggiante che fa sempre un po’ lambada. Ma chi è veramente questo pirata dai lunghi capelli corvini, baffetti sottili e orecchini con turchese da indiano d’America, denti d’oro e occhi truccati con l’eyeliner? La band di pochi elementi ci dà dentro suonando in un angolino del gigantesco e inospitale palco. Malgrado il ritmo festoso lui, fasciato da un lungo cappottone nero, canta una delle cose più romantiche e strazianti che abbia mai scritto: “Ogni mattina mi sento a pezzi, ogni giorno muoio, ogni notte mi indebolisco e ogni notte piango… Demasiado Corazón… troppo cuore troppo cuore”. Guarda nel vuoto davanti a sé, la gente lo applaude ma lui ha lo sguardo classico del “che ci faccio io qui?”. Ha 55 anni, non ha un soldo in tasca ma è uno degli ultimi grandi cantori della vita nei bassifondi.

  

 

Nato William Paul Borsey Jr in Connecticut, suburbia di New York, e cresciuto in strada tra il Lower East Side dei latini e la Bowery degli sballati artisti newyorkesi, è stato prima ignorato dall’industria discografica, poi addirittura rifiutato. Amatissimo in Germania, Francia, persino in Italia, in trent’anni di carriera ha pubblicato sedici album e guadagnato pure una nomination all’Oscar nel 1988 per la canzone “Storybook Love”, prodotta da Mark Knopfler dei Dire Straits. Ma nonostante questo e molto altro è rimasto fino alla fine un “beautiful loser”, un perdente, anche se di grande fascino. Fascino che oggi, a distanza di quattordici anni dalla sua scomparsa, viene celebrato nel documentario di Larry Locke “Heaven Stood Still: The Incarnations Of Willy DeVille” (ancora inedito in Italia).

  

   

“In America non abbiamo l’amore per il ‘bel perdente’ che avete in Europa. Willy era unico nel suo genere”, mi racconta il regista dopo il successo del film al Doc ’N’ Roll Film Festival di Londra. “Aveva bisogno di cambiare spesso direzione musicale per trovare l’ispirazione, e altrettanto spesso per trovare una via d’uscita dopo che aveva toccato il fondo. A volte si trattava di problemi di dipendenza. A volte la sua direzione artistica non era in linea con ciò che gli altri artisti stavano facendo nello stesso periodo. Il mondo della musica non si fidava di lui per entrambi i motivi. E al resto del mondo sembrava fuori dal tempo, cosa che peraltro era anche ciò che lo rendeva unico. Pur essendo per molti versi il peggior nemico di se stesso, dal punto di vista musicale era invece del tutto fedele alle sue idee”.

  

 
Amatissimo anche da molti artisti famosi (Dylan addirittura lo propone nel 2015 per la Hall Of Fame, che ovviamente lo rifiuta…), DeVille è sempre stato il personaggio giusto nel momento sbagliato, e soprattutto nel posto sbagliato: non era punk quando con la sua prima band, Mink DeVille, vinse l’audizione come band residente al mitico CBGB’s di New York, il fetido locale sulla Bowery che aveva visto nascere Ramones, Patti Smith, Television e Blondie, e anzi si irritava quando lo etichettavano così. Già agli esordi si cotonava i capelli e vestiva in completo elegante, cravattino e stivaletto a punta, proponendo ballate sferraglianti su amori impossibili ispirate più al soul di Memphis e al doo-wop dei Drifters che alla musica che stava esplodendo nella lercia New York di fine anni 70. 

 
Ben E. King, altro suo grande fan e autore dell’intramontabile “Stand By Me”, dichiara nel film che “era un’anima antica. Non se ne rendeva conto. Per qualche strano motivo è rimasto intrappolato nel suo mondo, e si è rifiutato di tirarsene fuori”.


Larry Locke mi racconta delle tante difficoltà produttive del film, dal reperimento di archivi video rovinati e da restaurare alla brutta fama di Willy, che ha reso impossibili i contatti con molti artisti famosi, per niente disponibili a parlare di lui: “Ho cercato di fare in modo che gran parte del film suggerisse come doveva essere vederlo dal vivo. Volevo riportarlo in vita per circa 90 minuti, per sognare ciò che non ho potuto vedere nemmeno io. Si tratta più che altro di un’incarnazione”.


Dopo una vita da tossico, dopo essere stato scaricato dalle major, dopo il divorzio dalla prima moglie, il suicidio della seconda compagna e il suo proprio tentativo di fare la stessa cosa, Willy per l’ennesima volta decide di ripulirsi e di festeggiare i venticinque anni di carriera. Nel 2002 sceglie Berlino, la città che insieme a Parigi ha amato di più e da cui è stato appassionatamente ricambiato, per un concerto acustico solo con un pianista e un contrabbassista. Il locale è gremito, il pubblico in totale venerazione. Willy è emaciato, vestito come un nativo indiano (“Sono in parte irochese, in parte basco, un po’ di questo e di quello. Sono un vero cane da strada”, aveva raccontato una volta). Zoppica fino allo sgabello da cui non si alzerà più per tutta la serata, bianco come un cadavere, un perfetto pirata del rock and roll. I due compari musicisti lo osservano immobili come due pistoleri aspettano il primo sparo del capobanda. Il concerto è stupendo, gli arrangiamenti ridotti al minimo per un’interpretazione intensissima che verrà incisa su disco, uno dei suoi migliori. Lui è madido di sudore, si accende una sigaretta e annuncia l’ultima canzone della serata, “Heaven Stood Still” (il Cielo si è fermato), e dice: “Potreste ricordarvela. Io ci provo”, e ridacchia ancora, avvolto dalle folate di fumo denso. Il pianista attacca con un accordo minore arpeggiato, malinconico e straziante, lui si avvicina al microfono e sussurra, con una voce che sembra provenire dall’oltretomba “Mentre una lacrima svanisce, e l’alba illumina gli occhi degli amanti, niente più lacrime, sono tutte sparite… un sogno della mia vita, una notte nell’eternità, il vento mi sussurra dolcemente, e il cielo si è fermato…”. Il pubblico rimane senza fiato, scoppiando in un applauso caloroso. Sul tavolino accanto a sé un bicchiere di vino bianco e un mazzo di rose che, come ad ogni fine concerto, lancia amorevolmente al suo pubblico.


“C’è qualcosa che mi succede quando canto” aveva detto una volta in un’intervista, “è come se non sapessi da dove viene la voce ma è semplicemente lì. Un amico mi ha detto che talvolta sembra che cambi voce, che uno spirito mascherato venga sulle persone e canti attraverso di loro”. Che sia uno spirito proveniente dai suoi antenati irochesi, o, più semplicemente, il Diavolo in persona con cui ha “trattato” per un cognome scintillante, la voce di Willy colpisce anche i cuori più impenetrabili. Le sue canzoni, sia gli esordi più rock che le languide orchestrazioni di fine carriera, hanno sempre raccontato storie d’amore romantico, fuori dal tempo (“Ma non c’è nulla che non farei, solo per accompagnare quella ragazzina a casa”, canta in “Just To Walk That Little Girl Home”). La voce ha sempre utilizzato con disinvoltura le note basse e teatrali del blues, le armoniose melodie vocali del soul o il ghigno zigano di brani accompagnati da fisarmoniche e percussioni sudamericane. Uno, nessuno e centomila. Per questo i discografici, perennemente alla ricerca di una canzonetta facile da tre minuti e pochi problemi, lo hanno trattato con insofferenza. Dopo i primi due album “Cabretta” e “Return To Magenta”, che guadagnano ottime recensioni, nel 1979 Willy si trasferisce a Parigi per incidere il terzo album, “Le Chat Bleu”, come omaggio alla sua amata Edith Piaf. I manager della Capitol Usa sbarrano gli occhi. Lui si presenta in studio all’ora che più gli piace, spesso di notte, ed è sempre strafatto. Nonostante l’alta qualità delle canzoni la registrazione è un incubo, tanto che dall’America tagliano all’improvviso i fondi perché Willy ha sforato il budget. Si fanno rimandare indietro i nastri, ascoltano i premix, che non li convincono, e archiviano definitivamente il disco. Il pirata non crede alle sue orecchie e medita seriamente di spararsi. Per fortuna il suo angelo custode Maxine Schmitt, il discografico francese, ottiene l’autorizzazione a pubblicare il disco in Europa a spese sue. Gli americani si liberano volentieri di quella rogna che non capiscono e in cui non credono. “Le Chat Bleu” esce nel 1980 e per la rivista Rolling Stone è uno dei dischi dell’anno, insieme a “London Calling” dei Clash, “The River” di Springsteen e “Remain In Light” dei Talking Heads. Un album definito “oltraggiosamente romantico in un’epoca completamente non romantica”.

 

Il successo non porta nulla nelle tasche di Willy, che dopo l’ennesimo tour in Europa cade in depressione, e se ne torna a New York con le ossa rotte. Lo aspetta una squallida stanza del mitico Chelsea Hotel, attorniato dai soliti spacciatori e da una dipendenza dalla droga che lui stesso definisce vampiresca. Intenzionato a ripulirsi, per l’ennesima volta, molla la prima moglie-manager Susan Berle detta Toots, una specie di Amy Winehouse ante litteram, e si trasferisce in un ranch in campagna fuori New Orleans con la nuova compagna Lisa. Qui ritrova la pace e la serenità, si dedica ai suoi amati cavalli e sembra finalmente felice. Cambia ancora suono, e voce, e identità, e con l’aiuto di straordinari musicisti sconosciuti di New Orleans incide un disco che racconti delle radici blues della sua musica.

 

Al collo Willy porta un ciondolo di San Disma, uno dei due ladroni crocifissi a cui Cristo promette il Paradiso, e “Victory Mixture” arriva a vendere addirittura 100.000 copie. “Parigi è una donna bellissima ma ha una sorella sporca, una prostituta, New Orleans”, dice in un’intervista. E al quartiere della città chiamato proprio Desire dedica il disco che esce due anni dopo, nel 1992, “Backstreets of Desire”, che contiene l’ennesimo colpo di genio: una versione mariachi della famosissima “Hey Joe” portata al successo da Jimi Hendrix. Ma il tocco di genio è dato da una sezione di violini e da un guitarròn messicano che trasformano il brano in una danza sensuale che scala le classifiche di mezzo mondo. Ancora una volta il disco vende 350.000 copie in Europa, ed esce in America solo due anni dopo. Ma il paradiso non ha posto per un irrequieto come Willy che in poco tempo, grazie alle sue solite cattive abitudini e a un pessimo management, si ritrova al verde: la proprietà coi cavalli “Casa de Sueños” gli viene confiscata per via di tasse arretrate e mai pagate, così è costretto a scappare ancora una volta dal fantasma di sé stesso. Si rifugia con Lisa in New Mexico, ma le cose non vanno affatto bene nemmeno tra i due. La notte del suicidio di Lisa Willy è distrutto, si sente in colpa, ed esce in auto per farla finita. Ha un grave incidente che gli procura una brutta frattura all’anca. L’amica Nina Lagerwall lo raggiunge immediatamente per prendersi cura di lui. I due si innamorano e poco dopo si sposano, anche se il pirata non ha un soldo e nemmeno un conto in banca.


“Un artista non si accontenta di fare sempre le stesse cose” dichiara in un’intervista, “vuole fare qualcosa di nuovo con cui sorprendere la gente. Che gli piaccia o che lo odi. Non possiamo continuare a fare sempre le stesse cose. Dobbiamo provare cose diverse”.


Nel documentario di Locke la moglie Nina racconta con gli occhi lucidi il calvario di Willy: in attesa dell’operazione all’anca i medici scoprono un ben più grave diabete e l’epatite C. E nel maggio del 2009 scoprono anche un cancro al pancreas. Per il pirata, il Capitano Uncino, l’indiano rock and roll, stavolta è troppo: muore nella sua amata e odiata New York il 9 agosto 2009 a 58 anni. “Ho una teoria” dice a un giornalista poco prima di andarsene, “venderò più dischi quando sarò morto. Non è una cosa piacevole, ma devo abituarmi all’idea”. La sua vita e la sua musica sono finalmente diventate inseparabili.
 

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