In un docufilm da urlo rivive la parabola dei Velvet Underground

Stefano Pistolini

Una cerchia d’intelligenza, talento, pericolosità, trasgressione e tentazioni segna un'epoca: Wahrol, Nico, la Factory. La New York dei Sessanta rivive nella delizia firmata Todd Haynes e disponibile su Apple+

Prima di tutto, spiacenti, ma cominciamo con un lamento. Il bellissimo film documentario di cui vi parleremo è visibile solo su Apple+. Questa è una tortura, anche se i più lungimiranti replicheranno che questo invece è il business, bellezza. Lo so, sarà. Ma io, come voi, metto già i miei soldi su Sky, su Netflix (versione famiglia), intercetto fortunosamente parte della produzione Amazon in quanto cliente Prime, sono passato su Disney Plus, ma comincio a pensare che sbaglio, ho una figlia che mi guarda come un mentecatto perché non attivo l’abbonamento a Mobu, per non parlare della necessità della tv-realtà di cui usufruirei su Discovery+. E ovviamente delle perle pop che ormai Apple+ sa mettere in pista. Come la mettiamo? Vogliamo trovare un accordo o siamo nati per soffrire? La facciamo questa benedetta piattaforma unica e poi vi spartite i miei soldi, o il supplizio durerà ancora a lungo? Guardate che il mio grido di dolore è condiviso da migliaia di utenti che vorrebbero sognare tra le stelle del firmamento, ma non possono mettere giù qualcosa s’aggira sui 1.500 euro l’anno per partecipare al gioco. Pensateci, prima che sia troppo tardi.

 

Bene: “The Velvet Underground” di Todd Haynes. Una perla, una solleticazione erotica per chi c’era e per chi ha sognato di esserci e comunque di vedere e capire. Non solo perché il quartetto messo su grazie agli incoraggiamenti di Andy Warhol, che ne era lo strano manager e il pigmalione, da subito diviene un indispensabile fattore culturale, perdipiù “di rottura”, nella ribollente scena newyorchese del momento, e perché solo contemplarli, ascoltarli e tornare a seguire quella breve, bruciante parabola è una pepatissima delizia. Ma anche perché il fatto che della cosa si sia occupato un regista come Todd Haynes costituisce un valore aggiunto determinante, spostando la questione su un piano ulteriore, rispetto a quello documentario, ovvero su quello filosofico, autoriale, reinterpretativo di una vicenda già potente di per sé. 


Haynes, 61 anni, è lo stesso regista che, aggirandosi tra le macerie del pop-rock anni Sessanta, ci ha dato pezzi indispensabili alla percezione della vicenda intesa come vibrazione, prima che come ricostruzione, come esperienza prima che come collezionismo: pensate a “Superstar”, l’esordio su Karen Carpenter (disponibile integrale su YouTube), a “I’m Not there” in cui l’avvento di Bob Dylan viene scisso nell’interpretazione di sei diversi attori, inclusa Cate Blanchett. Pensate a “Velvet Goldmine”, l’extravaganza onirica sul glam rock del ’98. Adesso Haynes – capostipite del cinema che ha messo la questione omosessuale sulla mappa in una chiave nuova, densa di psiche e spogliata di colpa – punta al bersaglio grosso: i Velvet. Un ragazzo problematico di Long Island che sogna di diventare una rockstar e ha una faccia senza rivali: Lou Reed. Il musicista più bizzarro del Galles, colto e provocatore (imperdibile l’apertura del film con la sua partecipazione a un quiz televisivo): John Cale. Una batterista protopunk, come Maureen Tucker che adesso con nonchalance spiega “odiavamo quella schifezza del pace & amore”. 


Tutto attorno una cerchia d’intelligenza, talento, pericolosità, trasgressione e tentazioni: la diva Nico, registi come Paul Morrissey e Jonas Mekas, provocatori come John Waters e Delmore Schwartz, sperimentatori come La Monte Young e Jonathan Richman – che è commovente rivedere oggi – la stessa warholiana Mary Woronov e poi la testimonianza rivelatrice della sorella di Lou, Merrill Reed Weiner, che fornisce indizi preziosi sul malessere giovanile che produsse quel diavolo di suo fratello. Una bonanza, senza un fotogramma della band “live”, invece con una montagna di materiali d’archivio di provenienza Factory, in gran parte girati dallo stesso Warhol, come i prodigiosi screen test muti sulle facce di Reed e Cale, che bastano per capire che il guaio è fatto, la miccia è accesa, quei ragazzi faranno la rivoluzione


Spessissimo in split screen, quasi che uno schermo e il tempo concesso non sia sufficiente a raccontare tutto, o che troppi siano i punti di vista da considerare, e poi nessuna protesta articolata, né politica né sociale, niente prese di posizione, se non l’“Odiamo gli hippies” della Woronov, il fuoco dritto sulla New York della transizione 60-70, luogo e momento, con l’elettrizzante sensazione del cambiamento. Soprattutto la capacità di Haynes di soffermarsi su certi particolari, di renderli vividi e importanti quanto quei personaggi caotici e antipatici che stavano segnando la strada. E’ quella la visione, la maestria, la capacità di esistere come autori. Di dare piacere e creare dal passato un’emozione, per noi che da qui osserviamo, ammiriamo e facciamo i conti sul fatto che in fondo potrebbe ancora essere possibile.

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