Musica d'emergenza

Lady Gaga ha organizzato un concerto, rigorosamente in streaming, che ricorda il Live Aid dei Queen. Il primo a cambiare la storia del rock

Salvo Toscano

E' stato un concerto virtuale. E non potrebbe essere altrimenti, visti i tempi. Ma l’evento di sabato, promosso dalla star americana del pop Lady Gaga, si iscriverà comunque nella storie dei grandi eventi benefici che hanno mobilitato lo star system musicale per una buona causa.

   

Il concerto virtuale lanciato da Lady Gaga e dall’organizzazione Global Citizen è stato un mega evento in streaming, che ha racimolato un bel gruzzolo per medici e operatori sanitari in trincea contro il coronavirus. La popstar italoamericana, che ha in rampa di lancio il nuovo album Chromatica, si è unita ad altre star che si sono date da fare per raccogliere fondi nei giorni dell’emergenza. L’evento, “One World: Together at Home”, è stato un concerto molto particolare al quale si è potuti partecipare solo da casa, con la partecipazione di grandi nomi della musica internazionale e presentatori come Jimmy Fallon. L’evento è stato presentato sui canali social di Global Citizen. Si sono esibiti giovani come Billie Eilish, mostri sacri come Paul McCartney, voci dei Novanta come Alanis Morrisette. E anche il nostro Andrea Bocelli.

  

E se stavolta i cantanti si sono esibiti insieme ma solo virtualmente, il concertone telematico ha rievocato alla memoria gli altri grandi appuntamenti che si sono succeduti negli anni da quando la musica scoprì che poteva fare del bene e che i cantanti potevano farsi pubblicità sposando una buona causa e raccogliendo fondi per essa. Una storia che comincia 35 anni fa, con l’idea visionaria di un cantante irlandese, Bob Geldof, e del cantautore scozzese Midge Ure: il leggendario Live Aid.

  

Quello che ancora oggi è considerato il più grande evento mondiale della storia del rock ebbe luogo nel luglio del 1985. Due i palcoscenici principali, lo stadio di Wembley in Inghilterra e il John Kennedy Stadium di Filadelfia. Si stima che due miliardi di persone abbiano seguito il mitico concerto, organizzato per lenire le sofferenze dell’Etiopia devastata dalla carestia.

 

Le immagini dei bambini etiopi denutriti trasmesse dalla Bbc avevano sconvolto il Regno Unito nel 1984. E Geldof e Ure a quel punto avevano deciso di non stare a guardare, riunendo la crema della musica pop delle isole britanniche (c’erano anche gli irlandesi) per la registrazione di “Do they know it’s Christmas”, il disco all star che volò in vetta alle classifiche a Natale, raccogliendo fondi per la causa dell’Etiopia. Intanto, qualche mese dopo, gli americani per non essere da meno avevano risposto con i loro assi, capitanati da Michael Jackson e Lionel Richie, sfornando “We are the world”. A quel punto prese corpo l’idea ambiziosa di un gigantesco happening mondiale, un evento transoceanico che unisse Stati Uniti ed Europa per dare una mano all’Africa. Ne venne fuori il Live Aid, 16 ore di musica dal vivo su due palchi diversi, quel 13 luglio del 1985 rimase a buon titolo nella storia dell’entertainment.

 

Tra le tante stelle che si alternarono sul palco, la perfomance ritenuta più memorabile fu quella dei Queen. La band di Freddie Mercury ottenne una definitiva consacrazione in quel pomeriggio di luglio, raccontato anche dal biopic premiato agli Oscar. “Quel giorno Freddie rubò la scena a tutti”, ebbe poi a commentare Elton John. E in effetti, l’esibizione dei Queen rimane ancora oggi, 35 anni dopo, il più iconico dei momenti del doppio concertone. Che fu del resto ricco di esibizioni memorabili. Anche stravaganti, come quella di Elvis Costello che si presentò sul palco dopo gli Spandau Ballet accompagnato solo dalla sua chitarra e cantò “All you need is love” dei Beatles, presentandola come “una canzone folk inglese”. A Londra emozionarono anche Elton John, Dabid Bowie, George Michael, gli U2 che si consacrarono definitivamente come band dal successo mondiale. L’onore di chiudere fu lasciato, manco a dirlo, a un ex Beatle. Paul McCartney, però, ebbe delle noie tecniche durante la sua esibizione, e per due minuti nessuno in tv sentì la sua voce per un problema al microfono. Non meno degne di nota le esibizioni sul palco americano. Dove cantò tra gli altri Phil Collins, che si era esibito ore prima a Wembley e poi aveva raggiunto gli States su un Concorde. A Filadelfia per il Live Aid ci fu la storica reunion di Cosby, Still, Nash e Young, anche se la loro esibizione in Europa non si vide perché la Bbc in quel momento privilegiò il palco inglese. Si riunirono anche i Led Zeppelin (ma senza usare il loro nome e con Phil Collins alla batteria al posto del compianto Bonzo Bonham): non fu una prova memorabile e Robert Plant la descrisse in seguito come “una fottuta atrocità”. Madonna cantò introdotta da Bette Midler, Bob Dylan ruppe una corda della sua chitarra e usò quella di Ron Wood degli Stones che a quel punto si mise a suonare uno strumento immaginario con pose à la Pete Townshend (che con gli Who si esibì a Londra).

  

Gli organizzatori parlarono di una cifra raccolta tra i 40 e i 50 milioni di sterline, ma anni dopo si valutò che i concerti fruttarono attraverso le donazioni circa 150 milioni. Eppure, non tutti si spellarono le mani per l’operazione. Tanti gli scettici sull’immagine della musica dal cuore d’oro. La band anarchica Chumbawamba pubblicò nel 1986 un album dall’emblematico titolo “Pictures of Starving Children Sell Records” (tradotto suona più o meno “Le immagini di bambini che muoiono di fame fanno vendere dischi”). Nel disco, il gruppo rock britannico dipingeva il Live Aid con cinismo, suggerendo che i partecipanti fossero lì per sé stessi tanto quanto per le persone che si professavano di aiutare. Ma anche altri musicisti come i Faith No More criticarono con sarcasmo l’operazione di Geldof nelle loro canzoni. Non solo. La stampa inglese e americana successivamente indagò su come parte dei fondi raccolti sarebbe stata distratta dal governo etiope e gli organizzatori vennero criticati per non avere affidato il denaro alle ong.

 

In realtà, il Live Aid non fu il primo concerto benefico. Ma la sua portata mediatica senza pari lo rende comunque una sorta di capostipite. Era già successo, infatti, che la musica si mobilitasse per una buona causa. Nella storia resta, ad esempio, il Concerto per il Bangladesh, organizzato dall’ex Beatle George Harrison nel 1971: due spettacoli il primo agosto al Madison Square Garden di New York per raccogliere fondi in favore del paese asiatico devastato dalla guerra e dal genocidio. Insieme a Harrison promosse l’evento il grande musicista indiano Ravi Shankar, che al chitarrista dei Beatles aveva insegnato a suonare il sitar. Tra gli altri salirono sul palco Ringo Starr, Bob Dylan, Eric Clapton, Billy Preston. La dolcissima performance acustica di “Here comes the sun” eseguita da Harrison resta una delle perle lasciate ai posteri in quel memorabile concerto.

 

Il Live Aid fu l’apripista di una ormai lunga serie di concerti benefici che anche nel nome si richiamarono all’happening di quell’anno. Nel 1985, pochi mesi dopo il mega-evento di Geldof e Ure, si tenne il Farm Aid, un concerto organizzato a settembre nell’Illinois per aiutare le fattorie americane stritolate dai mutui. Tutto nacque da un commento di Bob Dylan al Live Aid. Il menestrello disse che oltre a chi soffriva la fame lontano bisognava pensare anche alle fattorie americane (frase che non piacque a Geldof). Detto fatto. L’evento fu organizzato da Willie Nelson, John Mellencamp e Neil Young, raccolse nove milioni di dollari. Il concerto divenne un evento stabile, che si ripeté negli anni una trentina di volte, l’ultima nel settembre 2019. Alla prima storica edizione si esibirono tra gli altri Dylan, Van Halen, Roy Orbison, i Beach Boys e Bon Jovi.

 

Il 1986 fu invece l’anno del Self Aid, un grande concerto benefico organizzato a Dublino nel mese di maggio. L’iniziativa stavolta si muoveva in favore dei disoccupati: in quel periodo la piaga della disoccupazione era devastante in Irlanda. Si esibirono tutti artisti irlandesi, più Elvis Costello e Chris Rea, designati “irlandesi onorari” per via di loro ascendenze.

 

Nel nuovo millennio, l’America si mobilitò dopo gli attentati dell’11 settembre. Furono due i grandi concerti benefici organizzati a caldo dopo le Torri Gemelle. Il più importante fu promosso da un inglese. Paul McCartney si diede molto da fare per mettere su il “Concerto per New York City”, che si tenne al Madison Square Garden il 20 ottobre del 2001. In quella occasione gli inglesi vennero a dar man forte agli americani: oltre all’ex Beatle suonarono gli Who (la loro fu la performance più memorabile), David Bowie, Elton John, Eric Clapton e i due Rolling Stones Mick Jagger e Keith Richards. Le stelle britanniche si unirono agli autoctoni come Bon Jovi, Backstreet Boys e James Taylor (che l’etichetta dei Beatles aveva lanciato a inizio carriera). Anche stelle del cinema americano e Bill Clinton salirono sul palco per l’occasione.

 

Il 21 ottobre Michael Jackson fu il frontrunner di “United We Stand: What More Can I Give”, concertone benefico che si svolse nella capitale Washington. Tra gli altri cantarono Mariah Carey, i Goo Goo Dolls, i Train, James Brown, Carol King. Anche i latini non si tirarono indietro di fronte a iniziative di questo tipo. L’anno scorso, ad esempio, si è tenuto il Venezuela Aid Live, un mega-concerto voluto da Richard Branson e Bruno Ocampo. Trenta star della musica latinoamericana si sono date appuntamento in Colombia vicino al confine venezuelano il 22 febbraio per raccogliere fondi per il paese stremato da una tragica crisi umanitaria. Tra gli altri, si sono esibiti Miguel Bosè e Paulina Rubio.

 

Ora, in tempo di coronavirus, ci risiamo. Stavolta niente stadi pieni ma solo un concerto virtuale. Aspettando la prossima buona causa per cui cantare.